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Notiziario Marketpress di
Martedì 19 Aprile 2005
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MILANO, CASTELLO SFORZESCO RIAPERTA IERI LA PINACOTECA |
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Milano, 19 aprile 2005 - Nelle sale ristrutturate nuovo allestimento e nuovo percorso espositivo per 230 opere selezionate tra cui i capolavori di Mantegna, Antonello da Messina, Foppa, Cesare da Sesto, Procaccini, Cerano, fino a Bellotto e Cataletto. Riapre, dopo 4 anni, la Pinacoteca del Castello Sforzesco che, insieme a quella di Brera, è la più vasta e importante di Milano. Essa può essere davvero definita la Pinacoteca dei milanesi, poiché accoglie alcune antiche e nobili collezioni della città, come quella dei Trivulzio, acquistata con sottoscrizione cittadina nel 1935, fino a quelle donate per due secoli da cittadini illustri, da patrioti, da studiosi e amatori, da collezionisti, o acquistate dal Comune di Milano. Dal suo ingresso nel restaurato Castello Sforzesco nell'anno 1900, riunita al Museo Archeologico civico con il nome di Civico Museo Artistico e Archeologico, la Pinacoteca civica è stata arricchita da un continuo flusso di donazioni provenienti da antiche e nobili famiglie milanesi e di acquisti straordinari dell'amministrazione comunale che arrivano fino ai Canaletto e al Bellotto tra il 1995 e il 1998. Dal 1863 a oggi 93 donatori hanno arricchito le collezioni della Pinacoteca che oggi possiede 1508 dipinti, tra i quali capolavori di Mantegna, Antonello da Messina, Foppa, Cesare da Sesto, Procaccini, Cerano, fino a Bellotto e Canaletto. Da anni la Pinacoteca attendeva un nuovo allestimento. Più che mai dopo la pubblicazione del catalogo completo dei dipinti (a cura di Maria Teresa Fiorio, nell'edizione Electa-banca Intesa Bci), si era resa necessaria una nuova distribuzione delle opere che ne riconoscesse ed esaltasse le eccellenze e le novità attributive introdotte dal catalogo stesso e dagli ultimi studi, rinnovati ancora in occasione di questo allestimento. Quando, nel 2000, ebbero inizio i lavori di ristrutturazione, adeguamento tecnologico e restauro del Castello, la Pinacoteca fu smantellata e restò visibile solo in parte nelle Sale Viscontee. Per questo nuovo allestimento la Direzione Centrale Cultura e la Direzione Raccolte d'Arte del Comune di Milano hanno chiamato a consulto uno storico dell'arte di fama internazionale: Mauro Natale. Amico e allievo di Federico Zeri, docente all'Università di Ginevra, autore di cataloghi di importanti pinacoteche (Poldi Pezzoli, Borromeo, Thyssen Bornemiza). Per la prima volta Mauro Natale si è cimentato nell'allestimento di un Museo e con il direttore deì Musei d'Arte Ermanno A. Arslan, con il conservatore Laura Basso, con il museografo Valter Palmieri, ha scelto 230 opere e creato il nuovo percorso, fatto di sequenze, di accostamenti, di confronti che esaltano i capolavori, le scuole, gli autori e lo spirito dell'intera collezione. Una delle più innovative connotazioni di questa nuova disposizione espositiva è la presenza di opere scolpite: medaglie, bassorilievi lignei, sculture in terracotta e marmo accostati e confrontati ai dipinti coevi. La Pinacoteca è posta nella corte ducale del Castello Sforzesco sulla quale si affacciano gli edifici che furono la residenza dei duchi di Milano e dei loro familiari nel corso del Quattrocento, cui si accede attraverso uno scalone monumentale concluso da un'elegante loggia, che conduce al primo piano dove si trova la Pinacoteca, allestita in una sequenza ininterrotta di ambienti, dalla sala Xx alla sala Xxvi. Il progetto scientifico - Curato da Mauro Natale, che si avvale di un nuovo allestimento studiato da Valter Palmieri, il progetto ripercorre le tappe principali della pittura lombarda, con testimonianze di altri ambiti culturali — in particolare la scuola veneta —, attraverso un itinerario cronologico che dalla metà del Xv secolo arriva alle soglie del Neoclassicismo. Vengono così restituiti al pubblico in una loro collocazione ottimale capolavori quali il San Benedetto di Antonello da Messina, il Polittico di Torchiara di Benedetto Bernl; o, la Madonna col bambino del Foppa, la Madonna in gloria tra santi di Andrea Mantegna, íl Martirio di San Sebastiano di Antonio Campi, il Ritratto di Tacopo Soranzo del Tintoretto, San Michele Arcangelo del Cerano, il Palazzo dei Giureconsulti e il Broletto nuovo di Bernardo Bellotto, e il Molo verso la Riva degli Schiavoni e il Molo verso la Zecca del Canaletto. In questo modo, le tele, le tavole, i quadri da stanza, le grandi pale d'altare, gli affreschi e le miniature, selezionati sulla base dell'autografia e della qualità, testimoniano i passaggi salienti della storia dell'arte in Lombardia. Il progetto suggerisce un ulteriore livello di approfondimento, superando l'aspetto canonico della pittura. Infatti ai dipinti si affianca una rassegna di manufatti plasmati, scolpiti o intagliati, proposti con l'intento di far apprezzare al pubblico l'unitarietà del linguaggio dell'arte e l'articolazione delle sue espressioni. Ii percorso espositivo La sala Xx, la prima dell'itinerario, è dedicata alla cultura tardo gotica che permea l'arte lombarda, sostenuta e promossa dalla corte dei Visconti e degli Sforza fin oltre la metà del Quattrocento. Ne é esemplare testimonianza il superbo Polittico di Torchiara, firmato dal cremonese Benedetto Bembo e datato 1462, commissionato da un fedele servitore degli Sforza, Pier Maria de Rossi. Fatto alquanto raro, l'opera conserva, pressoché integra, la ricca cornice intagliata, esplicito omaggio al gusto del gotico fiorito. Su uno sfondo punzonato d'oro, si stagliano le sagome nervose e dense di umore dei santi che affianca-no una Madonna con bambino. Gli influssi ferraresi e della scuola padovana, capeggiata dallo Squarcione, si riflettono nell'opera e rammentano le aperture dell'arte lombarda verso i centri artistici confinanti. Nell'ampia sala Xxi si dispiega la pittura lombarda dalla metà del Quattrocento fino ai primi decenni del Cinquecento. Protagonista assoluto è Vincenzo Foppa, caposcuola e interprete di un linguaggio figurativo che alimentò a lungo l'arte lombarda, anche dopo l'arrivo di Leonardo a Milano nel 1482. Il lungo percorso dell'artista ha nella Pinacoteca due estremi affascinanti: la giovanile Madonna col Bambino (Madonna del libro) (1450-1470 ca.), e il monumentale Martirio di San Sebastiano (1490-1500), palese omaggio al classicismo importato da Donato Bramante. Si segnalano inoltre gli affreschi raffiguranti San Francesco riceve le stigmate e San Giovanni Battista e le tavole con San Teodoro e Sant<4gostino. La sala custodisce, tra le altre, opere di Ambrogio da Fossano detto il Bergognone, Marco d'Oggiono, Bartolomeo Suardi detto il Bramantino, Agostino Busti detto il Bambaia. La complessa personalità di Bernardino Luini, esemplificata dall'immagine della Madonna con il Bambino e dall'imponente scena mitologica con Ercole e Atlante, conclude questo primo capitolo sulla pittura lombarda. Nel vano adiacente (sala Xxii) sono messe a confronto alcune opere per approfondire gli esempi sulla tecnica della pittura. La sala Xxiii espone alcuni capolavori assoluti conservati dalla Pinacoteca, opere uniche prodotte da artisti che hanno impresso tappe fondamentali nello sviluppo della storia dell'arte italiana del Xv secolo. Da Antonello da Messina, documentato con la tavola miracolosamente integra raffigurante San Benedetto (1470 ca.), a Giovanni Bellini, qui con un'acerba Madonna col Bambino (1460-1465 ca.), ad Andrea Mantegna di cui si espone la superba pala Madonna in gloria tra i Santi Giovanni Battista, Gregorio Magno, San Benedetto San Gerolamo dipinta dal maestro veneto nel 1497. Altri autori di matrice veneta concorrono a completare la sala: l'inquieto linguaggio di Carlo Crivelli trapela nelle tavolette con San Giovanni Battista e San Bartolomeo (1472), una giovanile Madonna con Bambino (1480-1490 ca.) di Bartolomeo Montagna che rive-la quanto la lezione di Antonello da Messina e di Giovanni Bellini sia stata assorbita dal pittore veneto, infine una Sacra Conversazione immersa in un platonico paesaggio, rara prova di Andrea Solario. Accanto a queste opere, si incontra la Madonna dell'Umiltà (1430-1432 ca.) di Filippo Lippi che rappresenta una delle icone più straordinarie del primo Quattrocento fiorentino. L'opera è conosciuta anche come Madonna Trivulzio: da quella collezione nel 1935 entrò a far parte del museo insieme ai dipinti di Mantegna e Giovanni Bellini grazie a una sottoscrizione pubblica sollecitata dal Comune di Milano. Sempre dalla collezione Trivulzio, nella sala Xxiv, proviene il Ritratto di Lorenzo Lenzi (1528) realizzato dal giovane Agnolo Allori detto il Bronzino con una spontaneità che maschera la complessa rete di rimandi affettivi e intellettuali celati dal dipinto. Al Correggio, si deve l'immagine della Madonna col Bambino e San Giovannino (1514-1523 ca..) sintesi di morbidezze raffaellesche e di sfumato leonardesco. Straordinaria importanza ebbe la città di Cremona nella rielaborazione del filone manieristico affiancato dalla corrente del luminismo naturalistico di ascendenza fiamminga. Portatori di queste istanze furono i Campi rappresentati da Antonio che firma nel 1575 il Martirio di San Sebastiano e da Bernardino, celebre come ritrattista, di cui la Pinacoteca conserva opere religiose quali il pendant Sant'ugo di Lincoln e il Beato Guglielmo da Fenoglio e Sant'ugo di Grenoble e San Bruno (1576) e il Cristo crocefisso. La sequenza proposta nella sala Xxv rammenta i legami culturali e politici, che intercorsero tra Venezia e le province di Bergamo e Brescia. L'itinerario inizia con il misterioso Ritratto di poeta (1467 ca.), assegnato con cautela a Giovanni Bellini, e l'inquietante Ritratto di giovinetto (1524-1527 ca.), tardo capolavoro di Lorenzo Lotto, massimo inter-prete della ritrattistica agli inizi del Xvi secolo. Le opere di Giovanni Cariani, di Bernardo Licinio e di Antonio da Pordenone entrano in vicendevole rapporto e consonanza con i testi di Agostino Galeazzi, di Girolamo da Romano e di Alessandro Bonvicino. Il punto di massimo confronto è costituito dai dipinti del bergamasco Giovan Battista Moroni, soprattutto il Ritratto di Giorgio Passo (1555-1560 ca.) e la lezione di Tiziano offerta dal Ritratto di Monseigneur dAramon (1541-1542 ca.), una delle prove nel campo della ritrattistica encomiastica dipinta dal Maestro veneto. Le qualità di introspezione psicologica e l'eccellenza della tecnica pittorica connotano il Ritratto di Jacopo Soranzo (1550 ca.) e la Testa virile (1545) opere della piena maturità di Jacopo Robusti detto il Tintoretto. La rassegna prosegue con brani di carattere religioso provenienti da chiese bresciane e venete e si conclude con il Ritratto d'uomo (1600-1610 ca.) assegnato a Leandro Bassano. L'enorme salone della "Cancelleria", (sala Xxvi), contiene oltre un centinaio di opere del Xvii e del Xviii secolo. Nella vasta diocesi lombarda, governata dagli arcivescovi Carlo e Federico Borromeo, chiese, centri conventuali, "sacri monti" sono investiti da una profonda riforma liturgica legata ai dettami sanciti dal Concilio di Trento. Alla pittura è demandato il compito di stimolare la religiosità dei fedeli e di eccitare la loro pietà dispiegando un repertorio di immagini efficaci quanto improntate all'ortodossia più rigorosa. Al servizio del dogma cattolico, prestano la loro attività un gruppo di artisti, tra cui emergono le personalità di Giovan Battista Crespi, Pier Francesco Mazzucchelli, la famiglia dei Procaccini, specialmente Giulio Cesare, oltre a una serie di comprimari. Di questi artisti, alcuni falciati dalla peste del 1629-1630, la Pinacoteca presenta prove di destinazione privata e il gruppo superstite di un complesso lavoro richiesto da una commissione laica. Dalla Cappella del Tribunale di Provvisione, nel Palazzo dei Giureconsulti, giunge una sequenza di pale d'altare e pannelli legati da un programma iconografico teso a glorificare la chiesa ambrosiana e, con essa, il valore storico della metropoli lombarda. Cessata la peste nel 1630, in Lombardia si assiste a un moltiplicarsi di cantieri soprattutto religiosi dove operano botteghe di artisti permeati dalla precedente cultura figurativa. In pittura, una svolta moderatamente barocca è sostenuta da Francesco Cairo, già precoce interprete negli anni giovanili di struggenti brani religiosi come il San Francesco in estasi (1633 ca.). A un linguaggio di sincera devozione si accordano i quadri di Carlo Francesco Nuvolone, il maggiore di un'importante bottega di artisti. Nelle opere di Stefano Danedi prendono sostanza visiva quei "quadri da stanza", in origine elencati negli inventari di importanti "gallerie" lombarde; a questi si affiancano eccellenti prove nel campo della ritrattistica, opera di anonimi maestri. Nel caso del Ritratto di Ortensia Mazzarino (1670 ca.), si tratta invece di una replica autografa di Jacob Ferdinand Voet, uno dei tanti "pitori foresti" convocati dalla nobiltà lombarda a decorare i nuovi sontuosi palazzi della città e del contado. Ad autori e personalità locali rinviano le medaglie, segnalando in particolare la produzione di Cesare Fiori, talento versatile in architettura e in pittura, come nell'incisione e nel conio. Un ristretto ma significativo gruppo di tmmpe l,'oeil e stili life completa la rassegna di testi profani, databili allo scadere del Xvii secolo. La pittura lombarda della prima metà del Settecento vanta due caposcuola nel genere del ritratto: Vittore Ghislandi detto Fra' Galgario e Giacomo Ceruli. Del primo, si propone una sfilata di "teste di carattere", sintesi di introspezione psicologica e di modelli fisionomici. Il soprannome Pitocchetto, con cui è noto il Ceruti, deriva dalle originarie raffigurazioni di "pitocchi", assurti a protagonisti al pari dei volti di personaggi altolocati. Massima espressione poetica è la Filatrice e contadino con gerla, dipinta intorno al 1765. La vivacissima descrizione del Verziere di Alessandro Magnasco introduce una sezione dedicata alle diverse declinazioni della veduta, reinterpretata con spirito preromantico o ritratta con precisione e riconoscibilità, attraverso l'ausilio della `camera ottica: Di recente il Comune di Milano ha acquistato opere fondamentali dedicate al genere della veduta. Si tratta del pendant Il Molo verso la Riva degli Schiavoni e Il Molo verso la Zecca, totalmente autografe di Antonio Canal, detto il Canaletto, e del Palazzo dei Giureconsulti e il Proietto nuovo di Bernardo Bellotto databile al 1744.
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