|
|
|
MERCOLEDI
|
 |
 |
Notiziario Marketpress di
Mercoledì 01 Febbraio 2012 |
 |
|
 |
DISTROFIA MUSCOLARE: NUOVA TERAPIA FARMACOLOGICA TRIAL CLINICO TESTA SULL’UOMO |
|
|
 |
|
|
Bosisio Parini (Lc), 1 febbraio 2012 - Una nuova terapia farmacologica il cui bersaglio è il danno muscolare presente nella distrofia muscolare: si tratta di uno studio nato da una collaborazione tra il gruppo diretto dal prof. Emilio Clementi, ordinario in Farmacologia dell’Università di Milano, e l’Unità Neuromuscolare dell’Irccs Medea, diretta dalla dott.Ssa Grazia D’angelo all’interno del Reparto di Riabilitazione Funzionale (responsabile dott.Ssa A.c. Turconi). Il trial clinico nasce da studi preclinici finanziati da Telethon Italia ed è stato condotto col sostegno economico dell’Irccs Medea, di Parent Project Onlus e della Comunità Europea (progetto Endostem). I risultati dello studio, che ha visto coinvolti anche ricercatori delle Università di Milano-bicocca e dell’Irccs San Raffaele, sono stati appena pubblicati sulla rivista Pharmacological Research. Ad oggi, l’unica terapia farmacologica utilizzata nelle distrofie muscolari, e solo in alcune di esse, si basa sui corticosteroidi, che sono in grado di controllare l´infiammazione muscolare ma presentano effetti collaterali a volte importanti. L’obiettivo di questo nuovo approccio è trovare una via farmacologica più tollerabile dall’organismo, che possa sostituirsi o limitare l’utilizzo dei farmaci corticosteroidei e che giunga ad un efficace rallentamento della degenerazione muscolare. E’ noto che il nitrossido (No) agisce sul muscolo scheletrico con diverse funzioni protettive e di incremento della disponibilità di energia. Il gruppo diretto dal prof. Clementi aveva già dimostrato che No è in grado di potenziare l’attività delle cellule staminali muscolari e aiuta quindi il riparo del muscolo danneggiato. Tuttavia, considerato l’aspetto infiammatorio presente nel tessuto muscolare distrofico, l’No da solo non si è dimostrato efficace. I ricercatori hanno valutato quindi la possibilità di associare ad un donatore di No (isosorbide dinitrato), un antinfiammatorio non steroideo (ibuprofene), prima su murini topi modello per la distrofia muscolare (British Journal of Pharmacology, 2010), verificando la sicurezza clinica di tale combinazione e l’efficacia a livello muscolare. A partire da questo dato, si è disegnato uno studio di “safety” (sicurezza) di tale combinazione di farmaci sull’uomo. Sono stati reclutati 71 pazienti adulti affetti da distrofia muscolare di Duchenne, distrofia di Becker e distrofia dei cingoli: 35 trattati con la combinazione di ibuprofene ed isosorbide dinitrato, per un periodo di 12 mesi, e 36 non trattati. Controlli clinici seriati (esami ematochimici, valutazione funzionale neuromuscolare, valutazione della funzionalità cardiaca e respiratoria) hanno dimostrato una buona tollerabilità a lungo termine della terapia, con effetti collaterali transitori e non severi (ad esempio mal di testa e ipotensione arteriosa). “E’ ancora presto per dire se questo approccio sarà altrettanto efficace nell’uomo come lo è stato nell’animale - dice il prof. Clementi -; tuttavia i dati di sicurezza e tollerabilità in uomo sono già una solida base da cui partire”. Il gruppo ha disegnato - in collaborazione con il consorzio europeo Treat-nmd - un programma di sviluppo clinico e ha già avviato gli studi preliminari all’esecuzione di un trial clinico multicentrico di fase Ii che dimostri l’efficacia del trattamento con ibuprofene ed isosorbide dinitrato, in particolar modo nella distrofia muscolare di Duchenne. Grazie ad un finanziamento di Parent Project Onlus e alla collaborazione con il Centro Studi Fase I dell’Azienda Ospedaliera Luigi Sacco di Milano, è già stato condotto un primo studio di fase I su volontari sani per testare l’interazione tra i due farmaci e si prevede che sia terminato entro giugno anche il secondo studio di fase I su volontari sani, disegnato per ottimizzare il dosaggio dei farmaci. In base ai dati ottenuti, sarà in futuro possibile avviare uno studio sperimentale volto a valutare l’efficacia terapeutica su pazienti. Studio pubblicato su Pharmacological Research, January 24, 2012 Nitric oxide donor and non steroidal anti inflammatory drugs as a therapy for muscular dystrophies: evidence from a safety study with pilot efficacy measures in adult dystrophic patients www.Emedea.it www.Lanostrafamiglia.it |
|
|
|
|
 |
|
|
|
|
|
 |
I GOLDEN RETRIEVER AIUTANO GLI SCIENZIATI A SCOVARE I GENI DI UNA MALATTIA UMANA |
|
|
 |
|
|
Bruxelles, 1 febbraio 2012 - Un team di ricercatori finanziati dall´Ue è riuscito a identificare un gene che scatena una malattia della pelle nei cani; la scoperta potrebbe avere delle implicazioni anche per gli esseri umani che soffrono della stessa malattia. Sia che si manifesti nei golden retriever o negli esseri umani, l´ittiosi ha la stessa base genetica comune. Pertanto, qualsiasi nuovo progresso compiuto nella comprensione della malattia nei cani è applicabile anche agli esseri umani. In precedenza non era stata identificata nessuna causa molecolare per l´ittiosi. Gli esseri umani e i cani tendono a soffrire delle stesse malattie. Noi viviamo assieme negli stessi ambienti e il corredo genetico dei cani potrebbe essere la chiave per meglio comprendere le origini genetiche di cancro, epilessia, malattie cardiovascolari e diabete. Il team, proveniente da Francia, Belgio e Germania, ha ricevuto un finanziamento dal progetto Lupa ("Unravelling the molecular basis of common complex human disorders using the dog as a model system"), che è in parte supportato da una sovvenzione di 12 milioni di euro nell´ambito del Settimo programma quadro (7° Pq) dell´Ue. L´obbiettivo principale del progetto Lupa, che è iniziato nel 2008 e si è concluso alla fine del 2011, era quello di riunire veterinari e scienziati, e di raccogliere campioni di acido deossiribonucleico (Dna) da moltissimi cani che soffrono di una serie di malattie di cui sono vittima anche gli esseri umani. Identificare i geni di suscettibilità per le comuni malattie umane è sempre difficile a causa della complessità delle cause preesistenti, ma le malattie dei cani sono geneticamente molto più semplici. In questo nuovo studio che presenta le ultime scoperte effettuate con il supporto del progetto Lupa, il team ha identificato un ottavo gene per un tipo di ittiosi negli esseri umani chiamata ittiosi congenita autosomica recessiva (Arci). Essi offrono anche le prove del coinvolgimento del suo prodotto genico nella barriera cutanea, un risultato che non era mai stato ottenuto in precedenza. Scrivendo nella rivista Nature Genetics, il team descrive come questo tipo di ittiosi che fa parte delle Arci porti a una generale desquamazione della pelle diagnosticata alla nascita. Anche se la malattia è rara negli esseri umani, essa si verifica spesso nei golden retriever a causa degli incroci e poiché non è stata contrastata nelle selezione. Il team ha sfruttato la particolare storia dell´allevamento delle popolazioni di cani per identificare le alterazioni genetiche responsabili della malattia della pelle nei golden retriever. Queste nuove scoperte evidenziano una singola mutazione nel gene Pnpla1, con perfetta segregazione su una modalità di trasmissione recessiva. Una volta identificato il gene nei cani, essi hanno analizzato il corrispondente gene umano in un gruppo di individui affetti dalla malattia. Questi risultati hanno mostrato che sei individui colpiti appartenenti a due famiglie erano portatori di due mutazioni distinte, entrambe che colpiscono il dominio catalitico della proteina. Ulteriori esperimenti effettuati con microscopi elettronici, immunolocalizzazione mediante microscopi confocali e analisi biochimiche, hanno aiutato a identificare il ruolo preciso della proteina. Pnpla1 lipasi è situato tra la parte superiore dell´epidermide e gli strati inferiori dello strato corneo, ed è necessario per la corretta differenziazione del cheratinocita. Esso appartiene alla famigli delle proteine Pnpla (Pnpla1 a Pnpla5), elementi chiave nel metabolismo dei lipidi della barriera cutanea. Precedenti studi supportati dal progetto Lupa hanno identificato un nuovo gene della epilessia nel Lagotto Romagnolo, una razza di cani conosciuta per il suo talento nella ricerca dei tartufi. Questo potrebbe essere un nuovo candidato per l´epilessia infantile umana caratterizzata dalla remissione delle crisi. Il team ha inoltre scoperto un nuovo gene che scatena la discinesia ciliare primaria (Dcp), una rara malattia respiratoria genetica che colpisce sia gli esseri umani che i cani. Per maggiori informazioni, visitare: Sito web del progetto dell´Ue Lupa: http://www.Eurolupa.org |
|
|
|
|
 |
|
|
|
|
|
 |
MATERA: ASM, MADONNA DELLE GRAZIE: ESEGUITO DELICATO INTERVENTO CHIURGICO |
|
|
 |
|
|
Matera, 1 febbraio 2012 - E’ stato eseguito dall’équipe di chirurgia, diretta dal prof. Teodorico Larussi, dell’ospedale “Madonna delle Grazie” di Matera un delicato intervento chirurgico. Lo rende noto un comunicato stampa dell´Asm, spiegando che "il paziente, affetto da malfunzionamento di una ghiandola paratiroidea e da una massa intratoracica che comprimeva il cuore e l’aorta, è stato sottoposto ad un intervento combinato. Il prof. Iarussi e la sua équipe si sono avvalsi di una nuova tecnica anestesiologica non traumatica. Hanno, quindi, prima rimosso la ghiandola malata, controllando il dosaggio ormonale nel corso dell’intervento chirurgico, e poi hanno rimosso con tecnica toracoscopica mini-invasiva la massa intratoracica. Il decorso post-operatorio è stato regolare e il paziente è stato dimesso. La tradizione di chirurgia di eccellenza al Madonna delle Grazie di Matera continua e si arricchisce, confermando l’interessante inversione del fenomeno della migrazione sanitaria che vede ora l’ospedale di Matera rafforzare la propria attrattività". |
|
|
|
|
 |
|
|
|
|
|
 |
LO SBADIGLIO? È CONTAGIOSO, SOPRATTUTTO TRA PARENTI! |
|
|
 |
|
|
Bruxelles, 1 febbraio 2012 - Non solo le malattie possono essere contagiose, anche gli sbadigli lo sono. E anche se la maggior parte di noi si è già resa conto di questo fenomeno, anche perché ne è stata vittima, nessuno è riuscito a chiarire in modo scientifico questo mistero ... Finora. Ricercatori in Italia hanno fornito la prima prova comportamentale che sbadigliare è un effetto veloce e frequente tra persone che condividono un legame empatico, come gli amici e i familiari. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Plos One. I ricercatori del Museo di storia naturale dell´Università di Pisa e dell´Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Consiglio nazionale delle ricerche (Istc-cnr) in Italia affermano che la contagiosità dello sbadiglio è un segno di "contagio" emotivo. Secondo loro, lo sbadiglio spontaneo, non sollecitato da altri sbadigli, si è evoluto fin dai primi pesci ossei che risalgono a oltre 200 milioni di anni fa. "A seconda del gruppo di animali considerato, uno sbadiglio può indicare stress, noia, fatica o segnalare un cambio di attività, per esempio dopo essersi svegliati o prima di andare a letto," ha spiegato Elisabetta Palagi del Cnr-istc, uno degli autori dello studio. "Lo sbadiglio contagioso è un fenomeno completamente diverso e più "moderno", dimostrato, finora, solo nei babbuini Gelada, negli scimpanzé e negli umani. È stato ipotizzato anche per animali con grandi abilità cognitive e affettive, come i cani. Negli esseri umani, uno sbadiglio normalmente può essere provocato da un altro sbadiglio entro cinque minuti." Ai fini dello studio, i ricercatori hanno ottenuto informazioni da oltre 100 adulti in Italia e Madagascar per un periodo di oltre 12 mesi. I dati corrispondevano a oltre 400 "coppie di sbadigli" di diverse nazionalità e con un diverso grado di familiarità: estranei, conoscenti, amici e parenti. Il team ha osservato le persone in vari contesti naturali, come in treno, al lavoro e durante i pasti. "Una valida analisi statistica basata su modelli misti lineari ... Ha rivelato che la presenza e la frequenza di contagio (se e quanto spesso avviene) non è influenzata da differenze del contesto sociale o della modalità di percezione," ha detto l´autore principale, il dott. Ivan Norscia dell´Università di Pisa. "Quel che sembra più importante per il contagio è la qualità della relazione che lega chi sbadiglia a chi viene contagiato. Infatti è più probabile che si "risponda allo sbadiglio" se il primo a sbadigliare è una persona cara. Lo studio rivela una tendenza specifica: il tasso di contagio era maggiore in risposta a parenti, poi amici, quindi conoscenti e infine estranei. L´intervallo di risposta inoltre (latenza), e cioè il tempo che ci vuole perché una persona risponda allo sbadiglio di un altra persona, è più breve tra parenti, e compagni rispetto agli estranei." Commentando i risultati, Elisabetta Visalberghi del Cnr-istc ha detto: "I risultati di questo studio sono sostenuti da diverse indicazioni neurobiologiche di studi precedenti. Questi studi hanno mostrato che alcune delle zone del cervello attivate durante la percezione dello sbadiglio si sovrappongono alle zone coinvolte nell´elaborazione emotiva." Per maggiori informazioni, visitare: Università di Pisa: http://www.Unipi.it/ Plos One: http://www.Plosone.org/home.action |
|
|
|
|
 |
|
|
|
|
|
 |
DOPO LE PIP UN NUOVO ALLARME ARRIVA DALLA GRAN BRETAGNA SU ALCUNI TIPI DI PROTESI DELL´ANCA METALLICHE CHE POTREBBERO ESSERE TOSSICHE. 30.000 BRITANNICI A RISCHIO DI AVVELENAMENTO? |
|
|
 |
|
|
Lecce, 1 febbraio 2012 - Alcuni studi scientifici secondo cui migliaia di pazienti in Gran Bretagna potrebbero essere a rischio di essere intossicati dai metalli rilasciati dalle protesi all’anca, hanno determinato l’avvio di un’inchiesta da parte della Mhra (Medicine Regulatory Healthcare Agency), l´agenzia governativa britannica che ha il compito di garantire che i medicinali ed i dispositivi medici siano sicuri per la salute. L´azione giunge dopo che sarebbero stati accertati i potenziali pericoli che riguarderebbero, in astratto ben 30.000 pazienti britannici. La stessa Mhra ha però tenuto a stemperare l’allarme specificando comunque che per i pazienti sarebbero bassi i rischi di sviluppare seri problemi che si verificherebbero in conseguenza della perdita di minuscoli frammenti di metallo a causa dell’usura di tali protesi che potrebbero contaminare persino il sangue. Questi frammenti liberati nel corpo a causa dell’attrito delle varie componenti potrebbero anche causare una reazione dei tessuti molli, danneggiando le ossa e i muscoli. Ma le crescenti preoccupazioni che gli impianti potrebbero anche causare «tossicità sistemica» nel corpo, hanno spinto Mhra ad avviare l´elaborazione di nuovi consigli per le protesi già applicate ribadendo che in virtù delle prove attualmente disponibili, la maggior parte dei pazienti che hanno subito gli impiantati con protesi dell’anca di metallo sarebbero a basso rischio di sviluppare problemi gravi. La vicenda è venuta alla ribalta delle cronache già da tempo ma nel dicembre scorso un caso emblematico apparso sulla stampa ha rivelato come l’ex ginnasta Penny Brown avesse lanciato una battaglia legale contro la Depuy Orthopaedics dopo che una protesi che le era stata impiantata aveva iniziato a dare problemi. L’operazione che aveva subito otto anni prima era stata considerata un successo ma a 51 anni, la Brown divenne una delle centinaia di pazienti coinvolte in una battaglia contro il produttore dopo che l´impianto aveva iniziato a danneggiarsi, liberando nel tessuto circostante frammenti di metallo. Mentre solo ora l’ex atleta starebbe recuperando dall´intervento chirurgico per la rimozione dell´impianto difettoso. Nell´aprile del 2010, l’Mhra, ha emesso un primo avviso per gli addetti della sanità sulla sicurezza delle protesi di metallo ed ha ammesso di aver avviato un attento monitoraggio di tutte le prove a disposizione al fine di sottoporre ad ulteriori test ed analisi e per poter dispensare nuovi consigli e regole agli addetti del settore. L’azione dell’agenzia d’oltre manica dipendente dal Ministero della Salute è giunta dopo che alcuni pazienti hanno avvertito sofferenza a causa delle reazioni dei tessuti molli conseguenti al rilascio dei detriti metallici associati all’usura delle protesi. La Mhra ha immediatamente consigliato che le persone che avevano ricevuto gli impianti devono essere sottoposte a check-up annuale per cinque anni dopo l’intervento chirurgico. Ha anche specificato che quelli che avvertivano dolore dovevano fare delle analisi per verificare i livelli di cobalto e cromo nel loro sangue e sottoporsi a Rmn o ad ecografia a scansione per controllare le reazioni dei tessuti molli. Nel settembre 2010, la Depuy International Limited, una sussidiaria della Johnson & Johnson, aveva annunciato che stava rivedendo due tipi di suoi impianti di protesi d´anca di metallo Asr. La banca dati nazionale del Registro di Sistema congiunto di Inghilterra e Galles ha verificato ´tassi d’insuccesso´ del 13% per il sistema Asr Xl acetabolare e 12% per il sistema Asr Hip Resurfacing. Tuttavia, un rapporto della British Society Hip sosterrebbe che i tassi dei guasti del sistema acetabolare potrebbero in realtà arrivare al 50%, sei anni dopo l´intervento chirurgico. La Mhra ha quindi consigliato ai chirurghi ortopedici di contattare e monitorare tutti i pazienti dotati di impianti. Basti pensare che più di 10.000 dei 40.000 cittadini britannici che hanno avuto impiantato le protesi di metallo dell’anca avevano ricevuto i dispositivi realizzati da Depuy. Alla luce di questi dati Giovanni D’agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale "Tutela del Consumatore" di Italia dei Valori e fondatore dello "Sportello dei Diritti", si chiede se anche il nostro Paese abbia già affrontato il problema giacché anche il mercato delle protesi risulta globalizzato, ricordando a tal proposito il recentissimo scandalo degli impianti mammari Pip diffusi su scala mondiale, ed a tal uopo rivolge un invito al Ministero della Salute affinché avvii tutte le iniziative opportune per monitorare la consistenza del fenomeno anche in Italia ed eventualmente prendere le misure idonee sulla falsariga di quanto sta facendo la Mhra in Gran Bretagna. In ogni caso, lo "Sportello dei Diritti" è pronto a ricevere le segnalazioni dei pazienti che presentino problemi simili a quelli indicati e ad avviare tutte le azioni a tutela nelle sedi competenti. |
|
|
|
|
 |
|
|
|
|
|
 |
TORINO: ALLE MOLINETTE GARANTITI TUTTI I SERVIZI PRINCIPALI |
|
|
 |
|
|
Torino, 1 febbraio 2012 - Precisazione dell´assessore regionale alla Sanità, Paolo Monferino, sugli eventuali disservizi che potrebbero insorgere alle Molinette di Torino a causa delle basse temperature annunciate per i prossimi giorni: “Abbiamo ricevuto dall´azienda ospedaliera San Giovanni Battista la comunicazione su possibili disagi che potrebbero verificarsi a causa dell´abbassamento drastico delle temperature previsto per i prossimi giorni. Per far fronte a tali problematiche, qualora dovessero realmente insorgere, l´azienda ha predisposto un piano di emergenza che consenta di garantire la continuità dei servizi principali”. “L’assessorato - prosegue Monferino - ha chiesto ad Aress e Politecnico di fare le verifiche tecniche del caso per avere la certezza che un eventuale rallentamento delle attività ospedaliere sia ridotto al minimo. Tali misure, comunque, riguarderebbero soltanto alcune attività che possono essere riprogrammate senza conseguenze sul piano sanitario. Tutte le attività ospedaliere che riguardano le emergenze continueranno a funzionare normalmente. La predisposizione di questo piano è una doverosa prudenza, ci auguriamo eccessiva, ma necessaria nel momento in cui si verificano eventi eccezionali come quelli previsti a livello atmosferico. Siamo dunque pronti ad affrontare la situazione cercando di creare meno disagi possibili agli utenti”. Il gruppo di lavoro che ha predisposto il piano d’emergenza è composto dal prof. Masoero, capo Dipartimento Edilizia del Politecnico, prof. Desideri, capo Dipartimento Edilizia sanitaria del Politecnico, dottori De Mitri e Lombardo e ing. Tresalli dell’Aress. |
|
|
|
|
 |
|
|
|
|
|
 |
ARTRITE REUMATOIDE: LA QUALITÀ DI VITA PEGGIORA PER 9 PAZIENTI SU 10 OGGI CON IL MONITORAGGIO “INTENSIVO” SI PUÒ RIDURRE LA DISABILITÀ |
|
|
 |
|
|
Roma, 1 febbraio 2012 – Per il 93% dei pazienti colpiti da artrite reumatoide la malattia incide sulla qualità di vita e per l’85% sulla capacità di compiere i più semplici gesti quotidiani, come aprire una bottiglia, svolgere attività domestiche, salire le scale, vestirsi o lavarsi. Con pesanti ripercussioni, visto che perdita di autonomia, peggioramento dei sintomi e necessità di sostegno da parte di una persona sono le più temute tra le possibili conseguenze della patologia. I dati emergono da un sondaggio nazionale condotto on line e distribuito in versione cartacea a 16 centri di cura della Penisola. Sono state elaborate 533 risposte (293 via internet e 240 provenienti dalle strutture). L’associazione Nazionale Malati Reumatici (Anmar) ha contribuito in maniera decisiva al successo dell’iniziativa, realizzata grazie al supporto di Bristol-myers Squibb. L’artrite reumatoide inizialmente si caratterizza per il dolore alle articolazioni e, progredendo, tende a diventare invalidante. Per l’84% dei pazienti influisce sull’attività lavorativa e il 23% perde più di 3 giorni lavorativi al mese quando la malattia è fuori controllo. Ma oggi sono disponibili terapie in grado di alleviare i sintomi e di arrestare la progressione del danno alle articolazioni. In particolare, i farmaci biologici possono modificare radicalmente la qualità di vita, in quanto, con il loro uso precoce, oggi è possibile ottenere la remissione della malattia: “normalizzano” il processo infiammatorio e la tengono sotto controllo nel tempo. I pazienti vogliono riguadagnare la normalità persa e oggi lo possono fare, aiutando il medico nel monitoraggio intensivo, fondamentale per raggiungere l’obiettivo di un miglioramento progressivo con un effetto duraturo. Attraverso la compilazione di una semplice scheda durante le visite di controllo, i pazienti sono in grado di misurare autonomamente i miglioramenti nel tempo dei piccoli gesti quotidiani determinati dalla terapia. Il monitoraggio costante favorisce infatti la riduzione della “disabilità” e il ritorno ad una vita di relazione normale. Con l’ulteriore vantaggio che i pazienti si sentono “protagonisti” nel controllare l’evoluzione della patologia. In Italia si stimano circa 300mila casi e le donne (in particolare in età fertile, tra i 35 e i 40 anni) sono maggiormente colpite con un rapporto di 4:1. L’impatto dell’artrite reumatoide è purtroppo alto, perché il dolore alle articolazioni, la rigidità mattutina, la stanchezza, la fatica di affrontare la giornata con l’eventualità di una disabilità permanente possono comportare cambiamenti significativi nello stile di vita. A ciò si accompagna il rischio di perdere l’occupazione. Entro 10 anni dalla comparsa dei sintomi, la metà dei pazienti non è più in grado di svolgere un lavoro a tempo pieno. La diagnosi precoce è divenuta una tappa fondamentale nella strategia terapeutica e i malati ne sono perfettamente consapevoli. Il 93% di coloro che hanno risposto al questionario ritiene che campagne informative e attività di sensibilizzazione potrebbero facilitare la diagnosi precoce e la migliore gestione della malattia. Esiste una sorta di “finestra” entro la quale un intervento aggressivo dei primi sintomi può determinare un risultato ottimale nel lungo periodo. Una corretta impostazione terapeutica, ottenuta attraverso una diagnosi precoce nelle prime 8-12 settimane dall’inizio dei sintomi e una rigorosa valutazione della risposta alle terapie consentono oggi di ottenere una stabile remissione della malattia in oltre il 50% dei casi. Lo specialista è il punto di riferimento con cui i pazienti desiderano condividere la scelta della terapia e le sue implicazioni, nonché i dubbi e le paure relativamente agli sviluppi futuri della patologia. Fondamentale anche il ruolo di Internet. In caso di dubbi sulla malattia, ben il 65% dei malati che hanno risposto on line si rivolge a siti web, forum online e social network. Non tutti coloro che hanno partecipato al sondaggio appartengono ad un’associazione di pazienti, ma ben il 23% (quasi uno su 4) di quelli che hanno risposto on line vorrebbe farne parte in futuro. |
|
|
|
|
 |
|
|
|
|
|
 |
QUI L’AQUILA-ANGELS MOSTRA EVENTO DELL´ARTISTA LUCIA UNI |
|
|
 |
|
|
Crema, 1 febbraio 2012 – Ieri è stata inaugura “Qui L’aquila-angels”, mostra-evento dell’artista Lucia Uni, presso la chiesa sconsacrata di Santa Maria di Porta Ripalta a Crema. La mostra - che terminerà il 12 febbraio - ha il carattere di work in progress e segue nel tempo l’evoluzione del cantiere aquilano, dopo il terremoto del 6 aprile 2009. Per l’occasione l’artista presenta, nella suggestiva chiesa, i collages realizzati a partire da materiale fotografico proprio e da quello raccolto tra gli abitanti di L’aquila dopo il sisma, e da documenti messi a disposizione dell’archivio di stato dei vigili del fuoco. La cornice di tutto il lavoro è costituita dalla simulazione della messa in sicurezza, appositamente studiata per la chiesa cremasca. Messa in sicurezza apparente, ma necessaria a far rivivere l’esperienza degli edifici aquilani. Come se L’ Aquila, sillabando il titolo della mostra, possa essere una città ovunque e il suo nome trascinasse con sé tutta l’enfasi e la carica simbolica di ogni sforzo per riedificarla. Tralasciando alcuni inutili interventi, molte delle strutture di sostegno lungo le vie di L’aquila e dei suoi borghi sono opere d’ingegno, che ne sottolineano un disegno originario e costringono lo sguardo a prendere coscienza di ogni singolo elemento architettonico. Nello stesso tempo sono parte di una visione straziante di un essere quasi irriconoscibile, se non per segrete linee di forza. Il processo del lavoro dell’artista privilegia l’aspetto corale e l’incontro fra le diverse realtà coinvolte nella riorganizzazione della città dopo il sisma. Fra queste la partecipazione dei vari club dei Lions, attivi da subito sul territorio del cosiddetto cratere, sia durante le fasi di emergenza del terremoto sia in alcuni progetti di ricostruzione; e ancora la disponibilità dei Vigili del fuoco, che hanno fornito il materiale documentativo e l’aiuto tecnico nella realizzazione della mostra. |
|
|
|
|
 |
|
|
|
|
|
 |
MOSTRA SOPRAFFACTIONS COSENZA GALLERIA NAZIONALE DI COSENZA - PALAZZO ARNONE |
|
|
 |
|
|
Cosenza, 1 febbraio, 2012 - Sabato 4 febbraio prossimo, alle ore 18.00, a Cosenza, Palazzo Arnone, la Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria e l’associazione socio culturale Proposta Universitaria Libera inaugurano la mostra Sopraffactions Cosenza. Sopraffactions, progetto nato nel 2009, giunge alla Galleria Nazionale di Cosenza dopo le fortunate tappe di Roma e di Fabriano. Trentasei le opere esposte, tra queste le tele degli artisti cosentini Maria Credidio, Alfredo Granata e Luigia Granata, frutto di una ricerca orientata al confronto, allo scambio e alla contaminazione. <<La Galleria Nazionale – precisa il soprintendente Bsae della Calabria, Fabio De Chirico - prosegue nella sua apertura verso le espressioni e le ricerche del contemporaneo, a conferma che il museo, in quanto luogo che ospita l’arte, al pari dell’arte, deve incessantemente ridefinire il suo ruolo, sperimentando percorsi alternativi e sollecitando fruizioni innovative>>. Interverranno all’iniziativa, moderata da Giulia Fresca, Mario Bozzo; Fabio De Chirico; Alessandro D’ercole; Carmela Infarinato; Francesco Iorio; Giordano Pierlorenzi; Giuseppe Salerno; Pietro Lecce e Davide Vena. |
|
|
|
|
 |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|