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GIOVEDI

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Notiziario Marketpress di Giovedì 28 Marzo 2013
UDINE: 45^ RASSEGNA DEL TEATRO FRIULANO E DELLE LINGUE MINORITARIE  
 
Si rinnova anche a primavera 2013 l’appuntamento con la Rassegna del teatro friulano e delle lingue minoritarie, giunto alla 45^ edizione. L’iniziativa è curata dalle circoscrizioni cittadine ed è realizzata in collaborazione con il Circolo culturale ricreativo S. Osvaldo, l’associazione Teatrale Friulana e la Società filologica friulana. Tre gli appuntamenti in programma. Si parte domenica 24 marzo alle 17 all’auditorium Menossi in via San Pietro 60 con lo spettacolo dal titolo “Cossa nasse sot i capussi?” di Aldo Presot, commedia ambientata in Friuli con la regia di Daniele Travain, messa in scena dalla Compagnia Teatrale “Cibìo” della Pro Loco di Chions. Il secondo appuntamento domenica 7 aprile con “Matebec” scritta e diretta da Paolo Sartori e messa in scena dalla Compagnia Teatrale “Il magazzino dei teatranti” di Zugliano. Si chiude domenica 14 aprile con lo spettacolo “Rojale” a cura della Compagnia dei Guitti di Reana del Rojale per la regia di Sabine Cattarossi. Tutte e tre gli appuntamenti si terranno all’auditorium “T. Menossi”, in via San Pietro 60, con inizio degli spettacoli alle ore 17.00. L’ingresso è libero. Info: www.Comune.udine.it  - www.Udin-e.it  
   
   
MILANO (TEATRO CARCANO): GEPPY GLEIJESES E MARIANELLA BARGILLI IN L’AFFARISTA – MERCADET DI HONORÉ DE BALZAC - REGIA ANTONIO CALENDA - DA MERCOLEDÌ 3 A DOMENICA 14 APRILE 2013  
 

Scritto a metà Ottocento da Honoré de Balzac, grande maestro della letteratura realista, L’Affarista (Le Faiseur) possiede una stringente attualità, un incredibile impatto sull’uomo contemporaneo poiché tratta temi molto sentiti come la frenesia e l’immoralità delle speculazioni economiche, lo spietato gioco delle Borse, il mondo losco e cinico degli affari. Protagonista è Mercadet, personaggio monomaniaco, vigoroso, geniale e cialtrone, degno della grande Commedia umana di Balzac.

Mercadet (Geppy Gleijeses) vive per perseguire la sua unica, fondamentale idea fissa, quella di arricchire, speculare: egli è mosso infatti da una sorta di libido del denaro, che vive come nevrosi esistenziale. Gioca in Borsa con soldi che – in realtà – non gli appartengono. E’ infatti sull’orlo della bancarotta, assediato dai creditori: una crisi che, fin dall’inizio, imputa al socio Godeau, andato con la cassa a cercar fortuna nelle Indie e di cui nulla si sa più. Ma nell’attesa di Godeau, Mercadet non resta beckettianamente inerte, tutt’altro: certo che il motore della società moderna sia il denaro e che l’onore sia fondato ormai sulla sola apparenza, usa la moglie quale stendardo della propria fortuna e la costringe a partecipare, elegantemente abbigliata, ad ogni occasione mondana. Un modo per “truccare” il mercato in proprio favore, per tenere in pugno i creditori, ancor più sensibili di lui al miraggio del facile guadagno, ottenendo così le loro azioni e addirittura i risparmi dei propri servitori per i suoi maneggi finanziari. Ancora, Mercadet cerca, senza successo, di maritare la figlia bruttina (Marianella Bargilli) a un dandy presuntamene abbiente che si rivela poi uno spiantato, e si ingegna per mettere addirittura in scena il ritorno del suo socio. E sarà proprio nel gioco degli arrivi falsi o ipotetici di Godeau che troverà la salvezza a un passo dal baratro, ottenendo che ogni cosa si ricomponga sul piano economico, degli affetti, come pure su quello della morale a cui Mercadet, sospinto dalla moglie e dagli eventi, alla fine s’inchina (ma possiamo credergli?), ritirandosi in campagna a vivere di un lavoro onesto.

Lo spettacolo ha debuttato al Teatro Cilea di Reggio Calabria a febbraio 2011.

Info, prenotazioni e prevendite: tel 02 55181377 – 02 55181362 - www.vivaticket.it - www.ticketone.it - www.happyticket.it - Teatro Carcano – corso di Porta Romana 63, 20122, Milano - www.teatrocarcano.com  - info@teatrocarcano.com

 
   
   
MILANO (PICCOLO TEATRO STUDIO EXPO): "MISTERO DOLOROSO” - LA SCRITTURA IMMAGINIFICA DI ANNA MARIA ORTESE NELLA LETTURA DI LUCA RONCONI - UNA LUNARE GALATEA RANZI NELLA CORNICE DELLA NAPOLI BORBONICA DI FINE SETTECENTO DÀ VOCE A UNA STORIA D’AMORE INFANTILE E DISPERATA - DAL 9 AL 14 APRILE  
 
“Un racconto di passioni senza futuro, restituito dal sofferto fascino dell’interprete, Galatea Ranzi: è Mistero doloroso di Anna Maria Ortese, nella messa in scena di Luca Ronconi, in scena al Piccolo Teatro Studio Expo, dal 9 al 14 aprile 2013. Lo spettacolo, prodotto dal Teatro Stabile di Palermo in collaborazione col Centro Teatrale Santacristina, si cala nell’atmosfera misteriosa di una città dai mille volti, in cui amore ed estraneità dal reale sembrano procedere in simbiotica antitesi per vie incantate e drammatiche. Il testo della Ortese, rimasto inedito per anni e pubblicato soltanto dopo la morte della scrittrice, è già un’opera di culto della letteratura italiana. Accostato al Cardillo addolorato, che sembra anticipare nelle atmosfere e nei temi, Mistero doloroso, ambientato nella Napoli del Settecento, “perduta sotto un cielo di una luminosità di pietra preziosa, raccolta in un silenzio incantato”, è il racconto di un amore vissuto attraverso i turbamenti d’animo di una giovane donna, una ragazzina, che nel “diamante doloroso” del volto, di lunare bianchezza, reca le stimmate degli esseri appartenenti a un mondo celeste e inviolabile, che forse vivono sulla terra solo “per scommessa o per scherzo”. Per la piccola Florida De Gourriex, detta Florì, e per il principe Cirillo, o Cirino di Borbone, il “mistero doloroso” s’incarna nell’amore impossibile. Tra la figlia della sarta, orfana di padre e il nipote del re, e forse erede al trono di Spagna, a prima vista scatta un’attrazione magnetica che sorprende loro stessi, e li spinge storditi, stupefatti l’uno verso l’altra, in aperta violazione del principio di casta, che divide come fossero due razze le due famiglie. “Non è tanto la storia in sé che affascina e coinvolge”, spiega Luca Ronconi, “quanto lo sguardo della scrittrice sui personaggi. Un continuo cambiamento di voci e di prospettive, quasi un montaggio cinematografico, che può creare nel lettore uno spaesamento iniziale. Mistero doloroso, infatti, già nella scrittura, presenta un’alterità, una rete di significati che rimanda continuamente ad altro. La realtà è solo momentanea, apparente, subito smentita e quasi cancellata e dischiude sempre almeno due possibili letture. Questa alterità (potremmo anche dire ambiguità), suggerita dalla Ortese, ha indirizzato la scelta per la rappresentazione verso un’unica voce, capace di abitare questa molteplicità riempiendola di sfumature ed evitando così un appiattimento dei livelli con più interpreti in scena per una più facile caratterizzazione dei personaggi. In questo senso nello spettacolo non si può parlare di veri e propri personaggi: sono evocazioni, presenze che si materializzano in scena, brandelli di una memoria passata. Nello spettacolo”, conclude il regista, “si mette in scena il romanzo, senza ricorrere ad adattamenti, che sarebbero stati riduttivi e costrittori nascondendo al pubblico la forza evocativa e fulminea di questa scrittura”. Info: www.Piccoloteatro.org    
   
   
DAVID ZARD PRESENTA ROMEO E GIULIETTA - AMA E CAMBIA IL MONDO - L’OPERA MUSICALE PIÙ ATTESA DEGLI ULTIMI ANNI ARRIVA FINALMENTE IN ITALIA DEBUTTO ALL’ARENA DI VERONA – 2 E 3 OTTOBRE 2013 - ROMA, GRAN TEATRO – DAL 18 OTTOBRE  
 
Dopo lo straordinario successo di Notre Dame de Paris, David Zard ritorna con un nuovo grande progetto musicale: “Romeo e Giulietta. Ama e cambia il mondo”. L’opera, tratta dal capolavoro di William Shakespeare con musica e libretto del grande compositore francese Gérard Presgurvic, nella versione italiana avrà la regia di Giuliano Peparini con i testi a cura di Vincenzo Incenzo. “Romeo e Giulietta. Ama e cambia il mondo” debutterà il 2 e 3 ottobre 2013 con due attesissime preview all’Arena Di Verona, per poi sbarcare a Roma al Gran Teatro dal 18 ottobre. A dare volto e voce alla celeberrima coppia di innamorati troviamo, nel ruolo di Romeo, il giovane cantante rivelazione di X-factor 2012 Davide Merlini e, nei panni di Giulietta, l’attrice e cantante Giulia Luzi, famosa al grande pubblico per le serie tv I Cesaroni e Un medico in famiglia. Completa il cast principale Vittorio Matteucci (Conte Capuleti), Luca Giacomelli (Mercuzio), Riccardo Maccaferri (Benvolio), Gianluca Merolli (Tebaldo), Leonardo Di Minno (Principe), Barbara Cola (Lady Capuleti), Roberta Faccani (Lady Montecchi), Silvia Querci (Nutrice), Giò Tortorelli (Frate Lorenzo). 45 artisti sul palco, oltre 30 tra ballerini e acrobati che indosseranno oltre 200 costumi disegnati da Frédéric Olivier; 55 persone di produzione tra cui 35 solo di equipe tecnica per gestire il colossale allestimento scenico di circa 550 mq tra palco e aree tecniche e di backstage. Una equipe artistica e tecnica di rilievo internazionale per la nuova produzione targata Zard che - dopo aver portato in Italia, oltre ai più grandi artisti del mondo, spettacoli di grande successo come Notre Dame de Paris di Riccardo Cocciante, Saltimbanco e Alegrìa di Cirque du Soleil e aver prodotto Tosca Amore Disperato di Lucio Dalla e Dracula della Pfm – torna ad investire nel nostro paese portando lo spettacolo musicale più atteso degli ultimi anni. “Romeo e Giulietta. Ama e cambia il mondo”, con le sue musiche e le sue magiche atmosfere, incanterà il pubblico scrivendo una nuova pagina del teatro musicale in Italia e facendo rivivere, in una veste inedita, la storia d’amore per eccellenza. La regia è affidata al giovane e talentuoso Giuliano Peparini, considerato uno dei registi e coreografi più innovativi della sua generazione che recentemente ha firmato la regia di “1789 – Les amants de la Bastille”, spettacolo che sta riscuotendo un enorme successo in Francia. Tra le sue numerose collaborazioni ricordiamo quella decennale con Franco Dragone, il creatore di ben 6 spettacoli di Cirque du Soleil. L’adattamento dei testi in italiano è, invece, a cura di Vincenzo Incenzo, noto compositore che ha scritto, tra gli altri, per Lucio Dalla, Renato Zero, Antonello Venditti, Pfm, Ornella Vanoni, Sergio Endrigo, Franco Califano e Patty Pravo. Uno straordinario progetto, un’opera musicale moderna nata dal genio di Gérard Presgurvic che arriva in Italia dopo il grande successo registrato in tutto il mondo e in particolare in Francia, dove ha debuttato nel 2001 al Palais des Congrès di Parigi conquistando quasi 2 milioni di spettatori e battendo ogni record con più di 6 milioni di Cd e Dvd venduti. Successo straordinario anche all’estero con oltre 9 milioni di spettatori nel mondo e 7 milioni di Cd e Dvd venduti. In questo periodo, Romeo e Giulietta va in scena in oltre 20 differenti produzioni nel mondo. Info Biglietti Verona E’ possibile acquistare i biglietti per le due date di Verona (prezzi a partire da 30 euro - validi fino al 30 giugno p.V.) sul sito www.Romeoegiulietta.it, nei circuiti Ticketone e Unicredit e tramite infoline locale Eventi Verona al numero 045 8039156. Roma I biglietti per Roma saranno messi in vendita dal 20 marzo alle ore 11.00 (prezzi a partire da 20 euro) sul sito www.Romeoegiulietta.it, nei circuiti Ticketone e Unicredit e telefonicamente tramite l’infoline locale al numero 06 44258270 (dal lunedì al venerdì, ore 10 – 19) e nello storico punto vendita Orbis di Roma in piazza Esquilino, 37. Romeo E Giulietta. Ama e cambia il mondo è una produzione di David Zard, tratto dall’opera di William Shakespeare; musiche e libretto di Gérard Presgurvic, versione italiana di Vincenzo Incenzo, regia di Giuliano Peparini; coreografie di Veronica Peparini; Scenografia di Barbara Mapelli; Costumi di Frédéric Olivier; Casting Director e Vocal Coach Paola Neri; Produzione esecutiva tecnica a cura di Giancarlo Campora. Info. www.Romeoegiulietta.itwww.Facebook.com/romeoegiuliettaopera -  http://twitter.Com/romeogiuliettawww.Youtube.com/user/romeogiuliettaitalia  
   
   
MILANO (TEATRO DELLA LUNA ): "THE WALL” RIVIVE CON LA MAGIA DI UNA GRANDE ORCHESTRA - UNA PRODUZIONE ROCKOPERA DIRETTA DA EMILIANO GALIGANI - 12 E 13 APRILE  
 
La Stagione del Teatro della Luna prosegue i prossimi venerdì 12 e sabato 13 aprile alle ore 21 “The Wall con Live Orchestra”. La Compagnia Rockopera propone il celebre concept album dei Pink Floyd nell’esecuzione di una grande orchestra di 70 elementi: una nuova veste originale per una partitura “cult”. “The Wall”, il concept album riproposto oggi, esattamente a trenta anni di distanza dall’uscita del film diretto da Alan Parker, ha un impatto straordinario. Pink, il protagonista, affronta temi come la solitudine, la perdita, la guerra, l´alienazione, il successo, che si fondono come in un caleidoscopio con le tematiche odierne, nell´epoca della crisi e della globalizzazione, dei rapidi cambiamenti, climatici e politici. Ecco che la monumentale opera rock indossa una nuova veste, universale ed attualissima. Comunicare questa molteplicità di significati e sfaccettature attraverso una messa in scena live, spettacolare e unica, è una sfida stimolante e grandiosa. Un’imponente orchestrazione live, il contributo offerto da oltre settanta elementi in scena, esaltano la miscela di rock e classica che ci riporta alle origini: “The Wall”, contaminazione del sacro con il profano. La regia video in diretta, riproposta sul grande schermo, aggiunge emotività ed avvicina gli spettatori alle performance dei musicisti e degli interpreti. La regia è di Emiliano Galigani, la direzione d’orchestra di Simone Giusti, la direzione band di Massimiliano Salani, la direzione vocale di Alessia Ferrari, la direzione del coro delle voci bianche di Susanna Altemura, la direzione coro J.e.s. Di Fabrizio Bertolucci, gli arrangiamenti di Simone Giusti e Alessandro Nottoli. I biglietti sono in vendita nel circuito Ticketone. Info: Teatro della Luna - via G. Di Vittorio 6, 20090, Assago (Mi) - tel. 02 488577516 - www.Teatrodellaluna.com  – www.Facebook.com/teatrodellaluna    
   
   
MILANO (TEATRO GRASSI): TONI SERVILLO - EDUARDO PROFONDO E POPOLARE - DEBUTTA A MILANO “LE VOCI DI DENTRO”, UNA COPRODUZIONE PICCOLO TEATRO, TEATRO DI ROMA, TEATRI UNITI, DOPO L’ANTEPRIMA AL THÉÂTRE DU GYMNASE DI MARSIGLIA - DAL 27 MARZO  
 

Grande ritorno di Toni Servillo al Piccolo Teatro di Milano nel segno di Eduardo De Filippo. Ha debuttato ieri, mercoledì 27 marzo, in prima nazionale al Teatro Grassi di via Rovello Le voci di dentro, che vede insieme nell’impegno produttivo il Piccolo, il Teatro di Roma e Teatri Uniti, in collaborazione con Théâtre du Gymnase di Marsiglia, dove nei giorni scorsi lo spettacolo è stato presentato in anteprima in occasione di Marseille Provence 2013 Capitale Européenne de la Culture.

Le voci di dentro va in scena a undici anni dall’inizio del sodalizio tra Piccolo Teatro e Teatri Uniti, segnato da spettacoli ospitati come Tartufo di Molière, Le false confidenze di Marivaux, un altro spettacolo eduardiano, Sabato domenica e lunedì, e coronato dallo straordinario successo e dalla lunga, fortunata tournée internazionale della coproduzione della Trilogia della villeggiatura di Carlo Goldoni: tutti spettacoli con i quali Toni Servillo ha conquistato il pubblico milanese all’insegna del tutto esaurito, creando una grandissima attesa per questa nuova coproduzione.

Il debutto del 27 è stato preceduto, martedì 26 marzo, da una recita speciale dedicata ai giovani. Repliche fino al 28 aprile.

Toni Servillo-Alberto Saporito sarà affiancato sulla scena da Peppe Servillo-Carlo Saporito, fratelli anche nella finzione teatrale. Con i Servillo una folta compagnia di bravissimi attori di diverse generazioni: Chiara Baffi, Betti Pedrazzi, Marcello Romolo, Lucia Mandarini, Gigio Morra, Antonello Cossia, Vincenzo Nemolato, Marianna Robustelli, Daghi Rondanini, Rocco Giordano, Maria Angela Robustelli, Francesco Paglino.

“Eduardo De Filippo è il più straordinario e forse l´ultimo rappresentante di una drammaturgia contemporanea popolare”, spiega Toni Servillo. “Dopo di lui il prevalere dell’aspetto formale ha allontanato sempre più il teatro da una dimensione autenticamente popolare. E’ l’autore italiano che con maggior efficacia, all’interno del suo meccanismo drammaturgico, favorisce l´incontro e non la separazione tra testo e messa in scena. Affrontare le sue opere significa insinuarsi in quell´equilibrio instabile tra scrittura e oralità che rende ambiguo e sempre sorprendente il suo teatro. Il profondo spazio silenzioso che c´è fra il testo, gli interpreti ed il pubblico va riempito di senso sera per sera sul palcoscenico, replica dopo replica”.

"Le voci di dentro”, continua Toni Servillo, “è la commedia dove Eduardo, pur mantenendo un´atmosfera sospesa fra realtà e illusione, rimesta con più decisione e approfondimento nella cattiva coscienza dei suoi personaggi, e quindi dello stesso  pubblico”.

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L´assassinio di un amico, sognato dal protagonista Alberto Saporito, che poi lo crede realmente commesso dalla famiglia dei suoi vicini di casa, mette in moto oscuri meccanismi di sospetti e delazioni. Si arriva ad una vera e propria "atomizzazione della coscienza sporca", di cui Alberto Saporito si sente testimone al tempo stesso tragicamente complice, nell´impossibilità di far nulla per redimersi. Eduardo scrive questa commedia sulle macerie della Seconda Guerra Mondiale, ritraendo con acutezza una caduta di valori che avrebbe contraddistinto la società, non solo italiana, per i decenni a venire.

“E ancora oggi”, conclude Servillo, “sembra che Alberto Saporito, personaggio-uomo, scenda dal palcoscenico per avvicinarsi allo spettatore dicendogli che la vicenda che si sta narrando lo riguarda, perché siamo tutti vittime, travolte dall´indifferenza, di un altro dopoguerra morale”.

Uno spettacolo impedibile, un affresco corrosivo della nostra società, in cui l’odio e l’invidia sono i convitati di una cena che si consuma ogni giorno tra ipocrisia e corruzione morale. Una commedia scritta nel 1948 ma dal forte sapore profetico, capace di evocare drammaticamente il presente.

 

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Ridare senso alle parole per ricostruire rapporti umani distrutti

 

In cinque commedie si può trovare la storia dell’umanità, scriveva Eduardo parlando della riflessione sulla condizione umana nell’Italia post bellica avviata con Napoli milionaria!, proseguita con Filumena Marturano, Le bugie con le gambe lunghe, Questi fantasmi! e compiuta con Le voci di dentro. Non a caso, quest’ultimo testo si conclude con l’afasia: al punto in cui siamo arrivati, dice Eduardo attraverso il geniale personaggio di Zi’ Nicola, parlare non è più possibile. E di Zi’ Nicola si sente la voce solo quando invoca un po’ di silenzio.

Già alla lettura, Le voci di dentro non lascia via di scampo. Eduardo scrisse la commedia di getto, nel 1948. Un anno prima, nel 1947, nasceva a Milano il Piccolo Teatro; nel 1946 Arturo Toscanini tornava in Italia, dopo i lunghi anni dell’esilio americano, per riaprire la Scala, ma anche per votare a favore della Repubblica. Eduardo aveva visto oltre, aveva guardato a quella natura umana che da sempre vivisezionava con amarezza, intuendo che, dietro l’euforia della ricostruzione e poi del boom economico, covava una nuova forma di distruzione delle relazioni umane, una nuova cattiveria.

Perché, con Toni Servillo, con Teatri Uniti e il Teatro di Roma, abbiamo condiviso la “necessità” di portare in scena oggi Le voci di dentro? Nuove sono le macerie che ci circondano, forse meno tangibili, ma più profonde. Nessuno è incolpevole, secondo Eduardo: siete tutti assassini, dice, e anch’io non sfuggo a questa disumanità. Alberto Saporito, il protagonista, senza esito, invoca chiarezza, parole che facciano uscire dall’oscurità divenuta mostruosamente normale: un assassinio lo avete messo nelle cose normali di tutti i giorni, dice al termine della commedia. Non è lontano dal Giovanni Ernani/Toni Servillo del film Viva la libertà: io sono qui per far sì che domani non si dica i tempi erano oscuri perché loro hanno taciuto. Occorrono parole chiare.

Dobbiamo ridare senso alle parole, per ricostruire rapporti umani distrutti da ipocrisie ed egoismi.

È inutile parlare quando nessuno ascolta, diceva l’Eduardo più amaro scrivendo Le voci di dentro. Ma sentiva il bisogno insopprimibile di raccontare questo sconcerto con le chiare, dure parole del teatro. Non c’è contraddizione: anzi, capiamo quanto profondo sia il senso di “teatro popolare” per Eduardo, quel teatro magico ed esterrefatto – ci ricorda Servillo con parole di Cesare Garboli -, dove il nonsenso e gli spettri sono di casa né più né meno del maccherone riscaldato o del ferro da stiro. Un teatro popolare che irrompe con amarezza e nobiltà nel sonno finale di Carlo Saporito, nel sonno delle coscienze.

Con Toni Servillo abbiamo voluto far ascoltare queste Voci di dentro, ora, in Italia e nel mondo.

 

Sergio Escobar

 

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Unire le forze, la “voce di dentro” che è giusto ascoltare

 

Eduardo: la grande Tradizione e la grande Innovazione. Le voci di dentro: quelle che è bene ascoltare in un mondo gridato, confusionario, dove tutto è festa, frastuono, fuochi d´artificio.

Il Piccolo di Milano, il "luogo" dove è nata la grande regia in Europa, Toni Servillo e il suo Teatri Uniti. Milano e Napoli. Non doveva mancare Roma. "Unire le forze" è l´insegnamento, la catechesi di questi "tempi grami", confusi e rumorosi. Unire le forze è la "voce di dentro" che mi pare giusto ascoltare.

 

Gabriele Lavia

 

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Oggi più che mai ci sarebbe bisogno di parole chiare...

 

Le voci di dentro da Lione a Milano, attraverso Napoli e Marsiglia.

Il percorso della nuova messinscena eduardiana di Toni Servillo, a oltre dieci anni da Sabato, domenica e lunedì, comincia, nel gennaio 2010, all’insegna della feconda continuità di rapporti con il Piccolo Teatro di Milano, durante le repliche di Trilogia della villeggiatura a Lione, con l’opportunità di realizzare una nuova creazione in occasione di Marsiglia 2013 Capitale Europea della Cultura.

La scelta del testo, l´architettura della coproduzione con il Teatro di Roma, la formazione della compagnia e l´eccezionale opportunità di Toni e Peppe Servillo nei ruoli di Alberto e Carlo Saporito sono stati i principali passi successivi, nel corso di tre anni che hanno visto il parallelo sviluppo di altri due fondamentali eventi scenici, entrambi propedeutici a Le voci di dentro. Dapprima Sconcerto, di Giorgio Battistelli e Franco Marcoaldi, esperimento di Teatro di Musica con i fratelli Servillo per la prima volta insieme, e successivamente Toni Servillo legge Napoli, attraversamento della lingua poetica napoletana che ribadiva l´assoluta contemporaneità della voce di Eduardo. Autore da ascrivere a pieno titolo alla grande drammaturgia europea del secondo Novecento, non tanto erede di Pirandello e dei suoi antecedenti quanto piuttosto precursore di una nitida linea teatrale che da Beckett, attraverso Pinter, porta a Kantor.

E già dalle prime prove, a  Santa Maria Capua Vetere al Teatro Garibaldi e a Napoli al San Ferdinando, la flagrante epifania scenica di Toni e Peppe Servillo rimandava inevitabilmente a Leslaw e Waclaw Janicki, i gemelli de "La classe morta" e degli altri capolavori kantoriani.

Mi piace poi ricordare che agli albori di Teatri Uniti, quando con grande lungimiranza Luca De Filippo concesse a Toni Servillo la disponibilità del repertorio paterno, fu proprio Le voci di dentro il titolo che, nell´estate del 1987 a Santarcangelo, proponemmo a  Leo De Berardinis per inverare il suo tanto agognato incontro con Eduardo. La creatività polifonica di Leo lo portò invece verso una  splendida riscrittura scenica eduardiana, Ha da passa´ a nuttata,  primo grande esito di Teatri Uniti al Festival di Spoleto 1989, con in scena Toni Servillo e Antonio Neiwiller al fianco di Leo, che interpretava anche l´ultimo monologo di Alberto Saporito. Come allora, come nel 1948, ci sarebbe più che mai  bisogno di parole chiare, oggi che nella notte di Napoli non lampeggiano più i dignitosi e innocui fuochi d´artificio di Zi’ Nicola ma ben altri fuochi distruggitori e osceni.

 

Angelo Curti

 

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La Napoli delle “Voci di dentro”

di Cesare Garboli

 

Vicinissima al surrealismo, la Napoli delle Voci di dentro (che non sono le voci della coscienza, ma quelle del «profondo») sorpassa, doppiandola, la Napoli di una drammaturgia in superficie, attraversata dal colore locale e dalle epiche della borsa nera. Questa Napoli è una città finalmente «diversa», dove la luce del mattino, col sole che penetra di sghimbescio nelle povere cucine, si ritira, impallidisce, si spegne fino a dar posto a luci «di dentro», a luci artificiali. Partito dagli spiccioli della realtà, Eduardo dava corpo a un teatro dell’immaginazione, luogo fantastico dove le visioni, gli incubi, le osservazioni, le fobie producono le cose e non viceversa. Dal cuore del realismo, Eduardo strappava l’altra radice della realtà. Ne evocava il fantasma.

Alberto Saporito, noleggiatore di sedie e decoratore di feste popolari, nipote di un pirotecnico sopravvissuto alla propria decadenza e miseria, è vittima di un incubo, e subito lo traduce in realtà: vede un delitto e ne denuncia gli esecutori immaginari, i Cimmaruta, ignara e assonnata famiglia di coinquilini. Questo zelo aggressore, questo gratuito piacere punitivo, questa fobia per la famiglia è il fuoco comico del copione, la sua fiammella incendiaria. Tutta la storia nasce dalla cattiveria, dall’ipocondria, dall’umor nero e visionario. Il sogno funge da detonatore in una situazione già carica di elettricità, pronta ad esplodere. Dal cesto della famiglia, uno per uno, escono i vermi, ciascuno con la sua bava. La commedia finisce col fervorino, con una coda morale. Ma il suo messaggio è un altro. È il risucchio di tutta la vita nella visione, nell’incubo, nel dispettoso vapore della misantropia. Così la vecchia Napoli proverbiale, dialettale e farsesca, passa guizzando nella metafora, e una piramide di sedie e anticaglie andrà ad ammucchiarsi come nei nostri sogni, nello spettrale magazzino dei Saporito: squallido fondaco stipato di vecchia mobilia da capannone in disuso, già prossima alla rigatteria delle nostre regie di pseudo-avanguardia.

E qui può succedere di tutto. Anche d’imbattersi, girato l’angolo, in qualche minorato vecchiaccio beckettiano emigrato a Mergellina, magari un vegliardo che abbia smesso di parlare, vetusto e stizzoso mercante di petardi, scaduto a profeta impagliato, a Saturno di quartiere, arrampicato sul soppalco e prepararsi le granate, i mortaretti, i «fuie-fuie», il bengala da accendere per far festa, al momento del trapasso. È Zi’ Nicola, l’immagine di fumismo popolare dove il mutismo espressivo di Eduardo, che è il segreto di ogni grande attore, va a sposarsi con la scelta della misantropia, e a incarnarsi in un personaggio che è simbolo di una fatale legge dì incomprensione fra i simili.

Di solito, si cataloga il repertorio del «secondo» Eduardo in un’area pirandelliana, mentre basterebbe un copione come Le voci di dentro a chiarire che il linguaggio di Eduardo è di tutt’altra pasta. Se usa Pirandello, Eduardo lo contamina coi vecchi equivoci farseschi, coi vecchi imbrogli comici del teatro o di tradizione, o meglio del teatro di sempre. Pirandello tende a fare di ogni personaggio un manichino, così come sono manichini, esseri di legno e di stoffa, capziose armature mentali, i personaggi dei quadri di De Chirico. Eduardo è più semplice e più funambolo. L’origine dei suoi personaggi è nello sbadiglio delle prime ore della giornata, quando si esce dal letto, si guarda fuori, ci si veste, si beve il caffè, prima di cominciare una vita senza traumi e senza pensieri, mentre poi qualcosa s’inceppa, si guasta, e senza volerlo ci troviamo a vivere un sogno balordo, a recitare una parte pazza. I personaggi di Eduardo non sono mai eccezioni. Sono regole sfigurate, ferite da un non-senso, offese da una cicatrice rimasta sulla faccia di traverso. Si sente quest’offesa come un fantasma, nelle Voci di dentro, e ci si accorge che la recitazione di Eduardo, coadiuvato da una grande Puppella Maggio, è tutta lì, in quell’offesa. Così ci si dimentica di tutto il resto, anche dello strano modo che tiene Eduardo, ormai, nel buttar via il suo repertorio. Lo fa recitare come viene viene, al limite della decenza, fra il genio e la filodrammatica.

(in Cesare Garboli, Un po´ prima del piombo. Il teatro negli anni Settanta,

Sansoni ed. 1998 - sezione 1977. Corriere della Sera)

 

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Il teatro e il mio lavoro

di Eduardo De Filippo

 

Non vi parlerò delle mie commedie - non tocca a me giudicarle – ma dei vari elementi che concorrono alla loro nascita, da quelli più essenziali di sostanza a quelli, non meno importanti, di forma. Premetto che, tranne che per pochi lavori composti da giovane per esercitare la mano o scritti più tardi per necessità di mestiere, alla base del mio teatro c’è sempre il conflitto tra individuo e società. Voglio dire che tutto ha inizio, sempre, da uno stimolo emotivo: reazione a un’ingiustizia, sdegno per l’ipocrisia mia e altrui, solidarietà e simpatia umana per una persona o un gruppo di persone, ribellione contro leggi superate e anacronistiche con il mondo di oggi, sgomento di fronte a fatti che, come le guerre, sconvolgono la vita dei popoli, eccetera.

In generale, se un’idea non ha significato e utilità sociali non m’interessa lavorarci sopra. Naturalmente, mi rendo conto che quello che è vero per me può non esserlo per altri, ma io sono qui per parlarvi di me e dato che la pietà, lo sdegno, l’amore, le emozioni, insomma, si avvertono nel cuore, in questo senso io posso affermare che le idee mi nascono nel cuore prima che nel cervello: poi ci lavoro su con la mente, e allora ho bisogno dei sensi per rendere le idee concrete, comunicabili, affidandole a personaggi e dando ai personaggi parole per esprimersi. Occhi e orecchie mie sono stati asserviti da sempre – e non esagero – a uno spirito di osservazione instancabile, ossessivo, che mi ha tenuto e mi tiene inchiodato al mio prossimo e che mi porta a lasciarmi affascinare dal modo d’essere e di esprimersi dell’umanità.

Un’idea, in fondo, non è tanto difficile averla; difficilissimo è invece comunicarla, darle forma. Solo perché ho assorbito avidamente, e con pietà, la vita di tanta gente, ho potuto creare un linguaggio che, sebbene elaborato teatralmente, diventa mezzo di espressione dei vari personaggi e non del solo autore.

Quando parenti e amici si meravigliano che io possa restare così a lungo solo, appartato e apparentemente inoperoso, non sanno che è con quella gente che io continuo a parlare e a ragionare, ascoltando i loro casi, le loro aspirazioni, seguite troppo spesso da delusioni e immancabili proteste.

Ma, tornando all’argomento, dopo avere avuto l’idea e averla sommariamente rivestita di forma, comincia un altro periodo, lungo e laborioso, durante il quale per mesi, più spesso per anni, mi tengo dentro l’idea, e non mi sono mai pentito d’aver aspettato a mettere penna su carta. Se un’idea non è valida, poco alla volta sbiadisce, scompare, non ti ossessiona più; ma se è valida, con il tempo matura, migliora e allora la commedia si sviluppa come testo e anche come teatro, come spettacolo completo messo in scena e recitato nei minimi particolari, esattamente come io l’ho voluto, visto e sentito e come, purtroppo, non lo sentirò mai più quando sarà diventato realtà teatrale.

Mentre appena ho scritto la parola fine mi prende una profonda antipatia per quel mucchio di carta che aspetta impaziente di arrivare al pubblico, finché tengo la commedia dentro di me, invece, e ne sono il primo, solo e beato spettatore, cerco di far sì che le mie tre attività teatrali si aiutino a vicenda, senza prevalere l’una sull’altra e allora autore, attore, e regista collaborano strettamente, animati dalla medesima volontà di dare allo spettacolo il meglio di se stessi.

Solamente quando mi sono chiari l’inizio e la fine dell’azione e quando conosco perfettamente vita e miracoli d’ogni personaggio, anche secondario, mi metto a scrivere. Questo momento lo rimando finché è possibile, perché mi rendo conto della responsabilità che mi assumo e so quante difficoltà dovrò superare per rimanere fedele al pensiero, senza farmi sedurre dagli improvvisi capricci della fantasia. Però, una volta che mi sono seduto al tavolino e ho riempito il primo foglio, lavoro speditamente e con entusiasmo, come se dettassi a me stesso. La storia del mio lavoro termina con la parola fine, scritta in fondo all’ultima pagina del copione; poi ha inizio la storia del nostro lavoro, quello che facciamo insieme noi attori e voi pubblico, perché non voglio trascurare di dirvi che non solo quando recito ma già da quando scrivo, il pubblico io lo prevedo. Se in una commedia vi sono due, cinque, otto personaggi, il nono per me è il pubblico: il coro. È quello cui do maggiore importanza perché è lui, in definitiva, a darmi le vere risposte ai miei interrogativi.

(in I capolavori di Eduardo, Einaudi, Torino, 1973)

 

 
   
   
MILANO (TEATRO LEONARDO): QUELLI DI GROCK PRESENTA LA TRILOGIA DELLA VILLEGGIATURA DA CARLO GOLDONI - DAL 4 APRILE AL 12 MAGGIO 2013  
 
La Compagnia Quelli di Grock incontra quest’anno Carlo Goldoni e debutta il 4 aprile al Teatro Leonardo da Vinci con La trilogia della villeggiatura, un trittico di commedie che narrano la partenza, le avventure e il ritorno dalla villeggiatura; usando le parole dello stesso Goldoni, i "pazzi preparativi, la folle condotta e le dolorose conseguenze" di un comune fenomeno sociale, tramutato dall’autore in uno studio sulla natura dell’uomo. Quelli di Grock sceglie di fondere le tre commedie e di ambientarle negli anni Cinquanta del secolo scorso, periodo storico in cui esplode il fenomeno della villeggiatura di massa, trasformando così “Le smanie della villeggiatura”, “Le avventure della villeggiatura”, “Il ritorno dalla villeggiatura” in un unico grande gioco teatrale che si snoda agile e che intreccia amori, intrighi, delusioni ridicolizzando senza pietà la moda della vacanza come riscatto sociale e fuga dalla realtà quotidiana. Lo spettacolo si apre in maniera smaccatamente comica e farsesca, è un fuoco d’artificio di parole, equivoci, battute e dinamicità gestuale, che racconta l’ottimismo e il desiderio di evasione che caratterizzano la partenza per la vacanza. Vacanza che diventerà il momento della trasgressione, delle verità taciute, in un’atmosfera più rarefatta, pigra e assolata, che si tradurrà in malinconia, disillusione, conducendoci a un finale essenziale, spoglio e tagliente. La villeggiatura resta quindi un’ingannevole fuga dalla realtà, un miraggio di libertà, un sogno che svanisce davanti alla necessità di doversi piegare alle convenzioni, ricomponendo il mosaico borghese che la follia della vacanza aveva confuso. Drammaturgia e regia sono affidate ancora una volta a un collaudato duo di soci storici della Compagnia, Valeria Cavalli e Claudio Intropido, che proseguono con questo spettacolo un lungo viaggio artistico attraverso i classici, iniziato proprio con Goldoni (La bottega del caffè, 2003), imprimendo con forza il segno dello stile di Quelli di Grock in questa loro Trilogia, caratterizzata da un grande dinamismo verbale, fisico, spaziale e musicale. I personaggi del La trilogia della villeggiatura riletta da Quelli di Grock ricordano quelli della “commedia all’italiana” che mescola ironia, amarezza, satira di costume e offre spunti di riflessione sulla natura dell’uomo e i suoi vizi. A colpi di battute e scorrettezze, bugie e pettegolezzi, raccontano con freschezza e garbo una borghesia grandiosa e misera al tempo stesso, mantenendo l’ironia quale chiave stilistica dominante. Una sfida attorale importante, che Quelli di Grock affida ad un cast giovane, dando così spazio a nuovi talenti emergenti, già coinvolti nelle ultime produzioni della Compagnia, che si muovono sulla scena con energica incisività, accanto ad attori storici come Antonio Brugnano e Pietro De Pascalis, impegnato quest’ultimo per la prima volta anche come assistente alla regia. Con La trilogia della villeggiatura Quelli di Grock consolida la propria vocazione a un Teatro in continuo movimento che si diverte a mescolare diverse generazioni di attori e diversi registri teatrali, un Teatro fatto di ritmo e fisicità, parola, comicità e poesia, da anni caratteristiche peculiari dello stile della Compagnia. Informazioni e prenotazioni: dal 4 aprile al 12 maggio 2013 con una breve pausa dal 29 aprile al 1 maggio compresi Teatro Leonardo da Vinci – Via Ampère 1, angolo piazza Leonardo da Vinci, Milano 02 26.68.11.66 dal lun al sab dalle 15.30 alle 19.30 biglietteria@teatroleonardo.It  – www.Teatroleonardo.it    
   
   
REGGIO EMILIA (CINEMA ALCORSO, CORSO GARIBALDI 14, E PALAZZO MAGNANI, CORSO GARIBALDI 29/31): ASIAN FILM FESTIVAL - XI EDIZIONE - I GRANDI FILM DAL LONTANO ORIENTE - PROIEZIONI, RETROSPETTIVE, INCONTRI E DIBATTITI - 2013 DEDICATO A CINA E MYANMAR  
 

 

 

Nel panorama italiano Asian Film Festival è un appuntamento consolidato per gli appassionati di cinema e dell´Asia che nel 2013, dal 6 all´11 aprile, celebrerà la sua undicesima edizione.

Il festival, con le sue sezioni competitive, i focus, le retrospettive, gli incontri e i dibattiti con il pubblico è un momento fondamentale di conoscenza e apertura al dialogo non limitato al cinema, ma aperto alla cultura e alla conoscenza reciproca tra realtà italiana e paesi asiatici.

 

Asian Film Festival presta da sempre molta attenzione alla Cina e al suo cinema. Nelle passate edizioni tra gli ospiti sono arrivati a Reggio Emilia autori conosciuti e apprezzati come Chen Kaige, Ann Hui, Peter Chan, e sono stati presentati numerosi film, sempre in anteprima italiana o europea.

Quest´anno Asian Film Festival punta l´attenzione su Emily TANG, una regista indipendente capace di illuminare con il suo sguardo attento le molteplici sfumature della Cina contemporanea. Una prospettiva femminile limpida e consapevole che sta iniziando a ricevere le attenzioni internazionali che merita, e che il pubblico di Reggio Emilia potrà gustare integralmente. Emily Tang sarà infatti gradita ospite del festival. Sarà l´occasione per un incontro con il pubblico e per presentare tutti i suoi film: Conjugation (2001), Perfect Life (2008) e, in anteprima italiana, il nuovo All Apologies.

Insieme a Emily Tang, arriverà in Italia anche il produttore Chow Keung che non solo ha prodotto i film della regista, ma che è stato anche tra i produttori di Still Life, Leone d´Oro alla Mostra del cinema di Venezia nel 2006. La sua Xstream Pictures ha prodotto un altro film che sarà presentato a Reggio Emilia in anteprima italiana, il toccante esordio Memories Look at Me di SONG Fang, ritratto di famiglia che interseca documentario e ricerca tra quotidianità e ricordi.

 

Come sempre, Asian Film Festival vuole offrire il meglio dalla produzione cinematografica d´autore dei paesi dell´est asiatico, con film da Giappone, Cina, Hong Kong, Taiwan, Corea del Sud, Filippine e – novità assoluta nel panorama europeo e Occidentale – dal MYANMAR, cui sarà dedicato un INEDITO FOCUS.

 

Nella sezione Concorso saranno presentati dodici film inediti in Italia o Europa, tra cui trovano posto alcuni nomi noti e molto apprezzati anche da noi, come Takeshi KITANO con Outrage Beyond, nuova incursione nel mondo della malavita organizzata giapponese, la yakuza, degno seguito di quel fortunato Outrage che era stato presentato ad Asian Film Festival nel 2010.

Si potranno ammirare inoltre il nuovo film di Brillante MENDOZA, Thy Womb, coraggiosa storia etnografica con un´intensissima attrice protagonista, e il film di Masahiro KOBAYASHI, Japan´s Tragedy, commovente riflessione sul dopo-tsunami che ha colpito il Giappone nel 2011. Nel Concorso trovano posto anche film di registi meno noti, ma assolutamente meritevoli, come il ritorno del veterano YIM Ho con Floating City, viaggio appassionante in cinquant´anni di storia di Hong Kong da colonia britannica al ritorno alla madrepatria cinese, della sbalorditiva Miwa NISHIKAWA con Dreams for Sale, storia di una coppia in crisi economica che dopo un incidente architetta un piano molto cinico per rifarsi, o del sorprendente YANG Ya-che, che con Gf*Bf regala un dolce triangolo amoroso tra due ragazzi e una ragazza nel corso di alcuni decenni di travagliata storia taiwanese.

 

Nella sezione Fuori Concorso trovano posto due momenti imperdibili. Da una parte il cinema colorato, frastornante, anarchico e irriverente di Takashi MIIKE, che con Ace Attorney offre una fantasmagorica trasposizione da un famoso videogioco di Capcom. Dall´altro il cinema solenne e lacerante di WANG Bing, di cui saranno presentati – per la prima volta insieme – due documentari inestricabilmente legati tra loro, Three Sisters e Alone, storia di tre piccole sorelle in un villaggio montano dello Yunnan.

 

Torna anche la sezione Newcomers, che vuole offrire uno sguardo privilegiato su registi alla prima o seconda opera con una visione rinnovata di cinema. Quest´anno i riflettori saranno puntati sul coreano Sunshine Boys, storia del breve incontro tra tre amici, uno dei quali impegnato nel servizio di leva, sul giapponese The Town of Whales, racconto di formazione dai toni soffusi con una ragazza alla ricerca del fratello scomparso, e sul già citato cinese Memories Look at Me.

 

Il Focus Myanmar offrirà infine un´opportunità inedita per iniziare a scoprire una cinematografia e un paese ancora largamente sconosciuti. È la prima volta che vengono presentate organicamente in Europa una serie di pellicole prodotte in questo paese, segno di un percorso di rinnovamento e della speranza di apertura intrapresi dal governo del paese. Al pubblico di Reggio Emilia sarà presentato Kayan Beauties, di Aung Ko Latt, storia della lotta di alcune donne di etnia kayan – dai caratteristici anelli di bronzo intorno al collo – per liberare una di loro dalle mani di trafficanti di schiave. Kayan Beauties è solo il primo titolo a venir svelato, ma sarà accompagnato da altri tre film in grado di raccontare il Myanmar, un paese ricco di misteri, contraddizioni e curiosità strabilianti.

 

Come negli anni precedenti Asian Film Festival ha il sostegno di istituzioni straniere quali MOFA e Council of Cultural Affairs di Taiwan, Ambasciata del Vietnam, oltre all’Istituto Confucio dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e Myanmar Motion Pictures Organization, affiancati da sponsor privati locali e internazionali, come Zayar Corporation. L’evento è reso possibile grazie alla partecipazione di Provincia di Reggio Emilia, Comune di Reggio Emilia, Fondazione Pietro Manodori, Camera di Commercio di Reggio Emilia, con il contributo di Regione Emilia Romagna, Landi Renzo spa e CCPL Reggio Emilia.

Info: www.palazzomagnani.it - www.asianfilmfestival.it

 
   
   
BARI: BIFEST ANCHE I PROSSIMI TRE ANNI  
 
“Il Bifest è finito e già ci manca”. Lo ha detto l’assessore al Mediterraneo, Turismo e Attività culturali, Silvia Godelli, durante la conferenza stampa di bilancio del festival del cinema di Bari che si è concluso lo scorso sabato. “Il festival ci ha riempiti di vita, diventando – con la sua particolarmente dinamica idea di essere - un punto di riferimento per la città”. Alla conferenza stampa hanno partecipato anche il direttore del Bifest, Felice Laudadio, il responsabile organizzativo Angelo Ceglie e la presidente di Afc, Antonella Gaeta. “Tra ieri e oggi – ha proseguito – ho continuato a ricevere i commenti più vari, soprattutto positivi. Ma anche suggerimenti e critiche. Perché si discute di ciò che c’è, di cosa si è, di quello che è importante. Ogni critica è l’impulso ad andare avanti. Questo festival tuttavia vede un’innegabile crescita di anno in anno: è un festival che cresce e che vede, con un effetto moltiplicatore, settantamila persone coinvolte in una settimana”. “Ci sentiamo insomma ormai abbastanza maturi, con la rodata interfaccia della Apulia Film Commission”. “Adesso – ha concluso – siamo al momento del “che fare”. Ogni anno il direttore Felice Laudadio ci chiede se l’anno prossimo potremo rifare il festival. Gli altri anni non ero in grado di rispondere subito sì, oggi possiamo dire di essere sicuri di poter programmare l’annata 2014 e quelle successive. Stiamo infatti lavorando con la cabina di regia dei fondi europei straordinari per capire se finanziarle tramite i Fas o tramite il Fesr, quest’ultimo ancora da sviluppare. Ma oggi sappiamo che il Bifest ci sarà almeno per i prossimi tre anni anche in questa fase di passaggio di programmazione europea e garantiremo l’edizione anche per il primo anno del prossimo governo regionale, nel 2016”