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Notiziario Marketpress di
Mercoledì 27 Gennaio 2010 |
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ENERGIA, IL MITO DEL DEFICIT E L´ARRETRATEZZA DELLA RETE DISTRIBUTIVA INTERVENTO DELL´ASSESSORE ALL´AMBIENTE ALL´ENERGIA DELLA PROVINCIA DI ANCONA MARCELLO MARIANI
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Ancona, 27 gennaio 2010 - Il dibattito sui temi dell´energia, reso attuale anche dal recente rilancio della discussione sulle presunte opportunità offerte dal nucleare, ha avuto in questi anni molta rilevanza in una regione come le Marche, dove l´approvazione di un Piano energetico ambientale fortemente connotato dall´incentivo delle fonti energetiche rinnovabili e dalla micro-co-generazione, ha suscitato, soprattutto sul versante imprenditoriale, prese di posizioni contrarie. Materia del contendere l´allarme intorno al cosiddetto deficit energetico, ritenuto da più parti una concausa delle difficoltà attraversate dal modello di sviluppo locale e un freno alle aspettative di rilancio dello stesso. Una discussione assai poco accademica che, non di rado, ha suscitato un vero e proprio braccio di ferro tra istituzioni e parte del mondo dell´impresa intorno alla realizzazione di nuovi impianti (si veda, per la sola provincia di Ancona, il progetto di due nuove centrali turbogas alla raffineria Api di Falconara o quello più recente della società Edison a Corinaldo, o anche quello dei rigassificatori - ben 2, a letterale tiro di schioppo l´uno dall´altro, proposti da Api Nova Energia e Gaz de France - di fronte alla costa della provincia di Ancona). Ora, un interessante studio del Business integration partners, sembra fare chiarezza su questa querelle molto influenzata dalla sfera di interessi particolari e poco da una visione di sviluppo sostenibile del territorio. In buona sostanza, lo studio del Bip afferma in maniera inequivocabile che il problema italiano sul fronte dell´energia non risiede nella capacità di produzione (alla domanda di energia si è risposto con un incremento adeguato dell´offerta, considerata addirittura eccessiva dagli esperti, in termini di capacità installata e di produzione), bensì in una rete di distribuzione arretrata, viziata da scarsi investimenti e localizzazioni errate che aumentano incredibilmente il livello di dispersione. La questione non è di poco conto, soprattutto se si considera che queste inefficienze vanno a incidere da un lato sui costi dell´energia per imprese e famiglie e dall´altro minano il potenziamento dello sviluppo delle fonti rinnovabili. Ma soprattutto, l´analisi del Bip sembra dire che il re è nudo, ovvero che senza una reale e rapida riqualificazione della rete distributiva, non ha senso parlare di nuova impiantistica finalizzata alla produzione. D´altronde, i dati su produzione e impieghi di energia elettrica appaiono la tessera mancante del puzzle: Terna certifica come, a un 2008 in calo nei consumi, è seguito un 2009 che ha visto una regressione di ben il 6,7% (la maggiore dal 1945: congiuntura industriale negativa certo, ma anche attecchimento dei molti modelli del risparmio energetico). E per il dipartimento Energia del ministero dello sviluppo economico la maggior produzione di elettricità da fonti rinnovabili ha messo a segno nello scorso anno un incremento del 13% rispetto al 2008. Si è così passati da 58,16 Twh registrati a fine 2008 a circa 66 Twh stimati a fine 2009: un quinto del fabbisogno nazionale. Come dire che, già nel 2009 se fossero state semplicemente dimezzate le perdite della rete di distribuzione (oltre 20 Twh, dati Gse), l´autoproduzione nazionale sarebbe stata pienamente sufficiente a soddisfare tutte le necessità del Paese. La metafora del secchio bucato è quanto mai calzante: perchè dobbiamo continuare a gettare acqua nel secchio (il fabbisogno elettrico) bruciando combustibili fossili ed emettendo polveri e Co2, invece di tapparne i buchi (le perdite di una rete di distribuzione obsoleta e con un tasso d´innovazione inferiore alla metà della media di quello europeo)? Allora, se la capacità installata di produzione d´energia era già ieri bastante a coprire tutti i fabbisogni, e se come dichiarato da ministro Scajola nel 2009 si è raggiunto il 20% di energia prodotta da fonte rinnovabile (con impegno del ministro a favorire il traguardo del 25%), a che logica risponde la volontà di impiantare nuove centrali a fonte fossile invece di migliorare la rete distributiva e portarla in linea con la media europea? Davanti a tutto ciò che si può eccepire in termine di sostenibilità ambientale e sanità pubblica, esiste una questione di natura economica: a quali utilizzi si pensa di destinare i surplus produttivi, considerata l´impossibilità di un´esportazione? E quanto costerà, in termini economici, al sistema-Paese, se tali scelte venissero attuate, il non rispetto del 3x20 e il pagamento delle sanzioni (sulle addirittura maggiori emissioni future di Co2) derivanti dalla violazione degli impegni comunitari assunti? Dunque il re è nudo, ma quanti saranno disposti ad aprire gli occhi e misurarsi su una corrette gestione del tema energia attraverso la programmazione degli interventi davvero necessari a uno sviluppo sostenibile dei territori? E se posti di fronte alla capitolazione dell´interesse generale a favore dell´ingiustificata bulimia realizzativa di quello privato (socializzazione dei costi e privatizzazione dei profitti), a amministrati e amministratori quale prospettiva rimarrà, se non la strada della class action, quale strenua difesa del proprio territorio, della competitività e della salute? . |
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