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Notiziario Marketpress di Venerdì 25 Novembre 2011
 
   
  MILANO (GALLERIA CARDI BLACK BOX): “MANATTHAN CLUB” DI FLAVIO FAVELLI

 
   
  Da martedì 22 novembre 2011 la galleria Cardi Black Box ospita la prima personale milanese di Flavio Favelli (Firenze, 1967) intitolata Manatthan Club, a cura di Art At Work. L’ampia mostra, che occuperà entrambi i piani della galleria, sarà l’occasione per conoscere e approfondire la poetica di Flavio Favelli, che si caratterizza come una sorta di viaggio nella memoria individuale attraverso l’accumulo di oggetti, che l’artista rielabora, modifica, combina tra loro e trasforma in altro. Una ricostruzione (non filologica ma giocata sul piano dell’emotività) per immagini e segni di un passato personale, che tuttavia si può intendere anche come volontà di attivare la rievocazione di una storia recente, quella dell’Italia degli anni ’60 e ’70. Manatthan Club racconta infatti la storia dei consumi - attraverso mobili, luci al neon, tappeti, collage di immagini e di francobolli di cui Favelli amplifica il potenziale poetico - che diventa a sua volta metafora della trasformazione socio-culturale di un’Italia che, uscita dal dopoguerra, si spogliava della sua dimensione provinciale e si convertiva in società di consumo. Settembre 2011 Come di consueto l’inaugurazione è accompagnata da un cocktail Grey Goose,la luxury vodka rinomata per la sua eccellenza qualitativa e partner della Galleria Cardi Black Box. Flavio Favelli Testo a cura di Ilaria Bonacossa - Art At Work Flavio Favelli sviluppa la sua pratica artistica attraverso il rapporto intimo e personale che instaura con gli oggetti, le immagini e i mobili che raccoglie incessantemente nei mercatini e dai robivecchi in giro per l’Italia. Monta, smonta, taglia incolla cose di ogni genere, creando un universo estetico carico di bellezza malinconica e di poesia, caricandole di suggestioni emotive personali e a volte criptiche. Così i suoi grandi collage di francobolli o le cartoline inseriti in cornici d’epoca, i patchwork di tappetti e tendaggi, sembrano registrare in maniera personale il passare del tempo, creando una personalissima sintesi tra pittura, scultura, istallazione. Per la sua prima personale milanese ‘Manatthan Club’, Favelli ci racconta, riappropriandosi di alcuni oggetti che hanno segnato la storia dei consumi italiani degli anni degli anni ’60 e ’70, un’Italia provinciale, kitsch e contemporaneamente genuina, capace ancora di sognare attraverso i segni del consumo, loghi di marchi famosi e scritte al neon, una realtà lontana e migliore. Il titolo, ‘Manatthan Club’, che riporta volutamente un errore ortografico, nasce dalla fotografia scattata da Favelli nella primavera del 2011 (e scelta come invito per la mostra) a un locale notturno in cui l’artista si è imbattuto in Sicilia, sulla statale che collega Licata a Gela. Questo non-luogo con la scritta nera a caratteri cubitali su pareti fucsia e rosse evocava la promessa della trasgressione e del divertimento associate al mito della metropoli americana. L’accostamento inaspettato di questi tre colori torna ossessivamente nei mobili trasformati in lightbox dai neon, così come nei loghi e nei diversi oggetti che costituiscono, nelle parole dell’artista: “…il mio immaginario e quello di un paese, l’Italia, che lambisce il provinciale-trash-pop-meridionale.” Significativi sono i lavori che citano Sandokan, eroe personale dell’artista bambino, che a nove anni si appassionò delle avventure della Tigre di Mompracem interpretata da Kabir Bedi nello sceneggiato Rai del 1976. Questo sceneggiato si rivelò un successo senza precedenti (si narra 27 milioni di spettatori) diventando in poco tempo un cult per i giovani italiani e dando vita al primo fenomeno nazionale di merchandising su larga scala, attraverso magliette, quaderni per la scuola, maschere di Carnevale e un ricercatissimo album di figurine della Panini. Favelli si riappropria di questo mito, recentemente citato dai media perché scelto dal boss camorrista Francesco Schiavone come nome in codice. La mostra milanese si struttura in due ambienti distinti; nella main gallery i mobili con luci al neon installati insieme ai loghi delle aziende che hanno segnato il mercato italiano degli anni ’70, creano un’atmosfera surreale, carica di sensualità attraverso l’uso del rosso e del fucsia. Al level one l’artista sceglie di trasformare, attraverso tappeti e drappeggi, lo spazio in un boudoir in cui i collage di immagini e di francobolli, le sete dei foulard di Pucci vengono installati come in una quadreria ottocentesca, capace di evocare uno senso di straniamento spazio-temporale. La mostra di Favelli diventa una personale testimonianza della trasformazione socio-culturale del Bel Paese e sembra, accostando immagini tratte dal cinema porno degli anni ’70 a quelle commerciali, voler parlare del perverso bisogno di possedere cose inutili. Tuttavia questa mostra non è una critica sociale, piuttosto una riflessione su un passato nazionale in cui il desiderio non veniva mercificato, né strumentalizzato per fidelizzare i propri consumatori, i quali, forse in maniera un po’ provinciale, sognavano attraverso le cose un futuro diverso e moderno  
   
 

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