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Notiziario Marketpress di Lunedì 04 Febbraio 2013
 
   
  LA LIBERTÀ D’INFORMAZIONE TRA DIRITTO DI CRONACA E TUTELA DELLA PRIVACY

 
   
  Mercoledì 30 gennaio, a Roma, presso il Dipartimento di Comunicazione e Ricerca sociale dell’Università La Sapienza si è tenuto il convegno Privacy e diritto della collettività a essere informata, a cura dell’Istituto Giuridico dello Spettacolo e dell’Informazione. Il dibattito, cui hanno partecipato numerosi relatori di primo piano, è stato introdotto dal Prof. Avv. Giorgio Assumma, Presidente dell’Istituto Giuridico dello Spettacolo e dell’Informazione, e moderato da Andrea Canali, segretario generale del medesimo Istituto. L’evento è stato realizzato con la collaborazione dell’Università La Sapienza ed è stato coordinato dall’Avv. Annaluce Licheri. Assumma ha inquadrato l’argomento nelle sue linee generali, ricordando come esso riguardi in primo luogo le produzioni televisive, specie le fiction, che hanno a oggetto le vite di uomini famosi, ma anche il giornalismo politico nonché i casi di personaggi istituzionali che mostrano aspetti della propria vita intima ritenuti non in linea col formalismo cui dovrebbero adeguarsi. Da manuale, in questo senso, la questione della foto in topless della principessa Kate Middleton, per cui la casa editrice che ha pubblicato gli scatti è stata condannata a una forte penale. ---- Andrea Purgatori, che è anche sceneggiatore e conduttore radiofonico, ha stigmatizzato «le “leggi bavaglio”, che ci raccontano del rapporto perverso tra informazione e politica, in forza del quale il giornalismo spesso diventa una clava per arrivare al potere. Negli ultimi anni la querela intimidatoria verso i giornalisti è diventata uso quotidiano, e pensate quali effetti dirompenti ciò abbia verso i 40mila giornalisti precari, che non possono sempre permettersi di sostenere le cause penali e civili che ne sortiscono. E va detto che c’è una quantità industriale di norme a cui i giornalisti devono attenersi (e si attengono). Negli anni Settanta la privacy veniva violata in modo costante e quotidiano. Oggi non si fa più. I giornalisti sanno autoregolamentarsi, e chi inasprisce le regole punta essenzialmente a evitare che essi diano fastidio. Non ha a cuore la privacy». --- Paolo Gambescia, già direttore de L’unità, de Il Mattino e de Il Messaggero, oltre che docente universitario di giornalismo e comunicazione politica, è partito da una ricerca svolta dall’università dell’Ohio, «da cui risulta che, a seguito della pubblicazione di una notizia, per i due terzi dei lettori la successiva smentita non ha più efficacia, in quanto nella loro memoria resta impressa la prima notizia, indipendentemente dall’eventuale rettifica a seguire. A preoccuparmi, pertanto, è il fatto che non ci siano nuove generazioni di professionisti educati al giornalismo d’inchiesta e di denuncia. Occorre che i nuovi adepti ricomincino a pensare a questa professione come a un esercizio di ricerca. Peraltro, se è vero che a noi insegnavano a pensare mille volte prima di scrivere, oggi quanti hanno il tempo per riflettere mille volte? Quante più notizie arrivano in tempo reale, tanto meno tempo c’è per fare le verifiche, e tanto più il danno si fa pressante». --- Il Prof. Adolfo Di Majo, Ordinario di Diritto Civile dell’Università di Roma Tre ha considerato come oggi «si guardi non tanto a diritti pre-definiti ma a beni e interessi tutelati in via oggettiva che possono trovarsi tra di loro in concorrenza o in competizione. Così è avvenuto nel rapporto tra privacy e cronaca, vista come diritto di informare. In questo senso la tutela della privacy è affidata non al cosiddetto “diritto a essere lasciati soli”, che è un diritto naturale e in quanto tale dovrebbe avere la preminenza sul resto, bensì al rispetto di doveri che ne assicurino la liceità e la correttezza. Per questo, inevitabilmente, essa è percepita come limite alla libertà informativa, ed è un po’ meno tutelata di un tempo». --- Ha fatto seguito il Prof. Mario Morcellini, Preside della Facoltà di Comunicazione e Ricerca sociale dell’Università La Sapienza. «I diritti della collettività», ha detto, «sono più importanti rispetto ai diritti delle singole categorie professionali. I giornalisti sono protetti bene da regole che sono sacrosante ma non tutelano dai disastri che una cattiva interpretazione del giornalismo ha dato all’Italia. Mettiamo dunque in equilibrio gli errori, ed è meglio che lo faccia una categoria come i giornalisti piuttosto che i politici». --- Il Consigliere della Suprema Corte di Cassazione Raffaele Frasca ha affermato che «il Decreto Legislativo 196/2003 sulla tutela della privacy introduce un regime a causa del quale spesso il confine tra diffamazione e lesione del diritto alla tutela dei dati personali diventa molto labile, e ciò può provocare dei problemi. Non esiste una regolamentazione che separi nettamente le due fattispecie, e il codice deontologico, steso nel 1998, si riferisce al quadro normativo precedente, quello della legge 675». --- Il Prof. Enrico del Prato, Ordinario di Diritto Privato all’Università di Roma Tre, ha ricordato che secondo la moderna giurisprudenza la conoscenza diviene “bene” solo quando possiede le caratteristiche per fruire della tutela del diritto d’autore o delle “privative” industriali. Ma qui non è solo conoscenza: è idea originale, di cui qualche conoscenza può essere la premessa, non una componente esclusiva. Se si stacca l´idea di “bene” dalla logica della proprietà e dell’esclusività, allora il bene in questione (l’informazione) va valutato secondo due punti di vista: la riservatezza da un lato, l´interesse alla notizia dall’altro. In questa prospettiva non abbiamo due diritti antagonisti, bensì da una parte le componenti di un sistema non presidiato dalla logica dell´esclusività, e dall’altro abbiamo sì i limiti all’intromissione, ma in un ottica di armonico coordinamento di interessi». --- Ha concluso l’Avv. Annaluce Licheri, che ha parlato del diritto all’oblio, «concernente la cancellazione dei dati da Internet se lesivi dell’immagine di una per sona, decorso un certo periodo di tempo. Ciò si scontra col diritto alla libertà di manifestazione del pensiero e col diritto della collettività di mantenere viva la sua memoria storica. Il problema, peraltro, è di estrema complessità, perché implica anche il diritto al ravvedimento del protagonista della notizia negativa, tanto più in forza del principio della Costituzione che prevede la natura rieducativa della pena. In ambito comunitario il diritto all’oblio si sta definendo come diritto dell’individuo a chiedere la totale cancellazione dei propri dati su Internet. E ciò sta dando il mal di pancia ai giganti del web: in caso di non immediato adempimento della richiesta si rischiano sanzioni o di un milione di euro o addirittura pari al 2% del fatturato dell’azienda. Il meccanismo sanzionatorio pesante riguarda anche i siti che si linkano a quello che funge da principale veicolo alla notizia, senza alcun riguardo alla web popularity (cioè alla quantità di clic che quei siti generano). «Nel testo della norma», ha concluso l’Avv. Licheri, «la direttiva comunitaria pone una clausola di salvaguardia, cioè subordina il diritto all’oblio al diritto all’informazione e alla necessità di serbare fonti che consentano la ricostruzione delle vicende nel corso del tempo». Info: www.Anica.it    
   
 

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