|
|
|
 |
  |
 |
|
Notiziario Marketpress di
Mercoledì 19 Marzo 2008 |
|
|
  |
|
|
L’INFLUENZA NUOCE ALLA SALUTE. E AI CONTI DELLO STATO IL CERGAS BOCCONI STIMA CHE VACCINARE 500 MILIONI DI EUROPEI COSTEREBBE DA 1,4 A 5,9 MILIARDI DI EURO MENO DELLA PERDITA DI PRODUTTIVITÀ
|
|
|
 |
|
|
Milano, 19 marzo 2008 - Un giorno di ospedalizzazione costa al Servizio sanitario nazionale tra i 400 e i 600 euro. Il costo di un vaccino antinfluenzale comprato privatamente in farmacia oscilla tra i 10 e i 20 euro, mentre il Ssn, per i vaccini che acquista e mette a disposizione degli aventi diritto, spende circa il 50% in meno. Questi pochi dati dovrebbero essere sufficienti per convincere l’opinione pubblica sull’importanza di vaccinarsi contro l’influenza che, cambiando nome e pericolosità, si presenta puntuale ogni anno con l’approssimarsi delle festività natalizie. Minori costi a carico della sanità pubblica e quindi delle nostre tasche di contribuenti, minore congestione e maggiore efficienza degli ospedali presi d’assalto per le conseguenze dirette e indirette che l’influenza può causare, soprattutto nelle categorie più esposte come bambini e anziani. “Si tratta di un fenomeno sul quale esistono pochi dati sistematici”, dice Paolo Tedeschi, docente del Centro di ricerche sulla gestione dell´assistenza sanitaria e sociale (Cergas) dell’Università Bocconi, “poiché estremamente variabile per numero e gravità delle persone colpite. Se si prendono in esame gli anni dal 1999 al 2007”, continua, “si può vedere come il punto minimo di casi di influenza registrati in Italia sia stato di 1,4 milioni nel 2006-2007, anno caratterizzato da un inverno poco rigido, mentre il picco più elevato sia stato toccato nel 2004-2005 con 5,5 milioni di casi”. Numeri così rilevanti hanno un impatto economico importante sui costi sanitari, sia in termini di costi diretti (farmaci, ricoveri, visite), sia in termini di costi indiretti (assenze dal lavoro e conseguente calo di produttività). “In Europa circa il 10% delle assenze dal lavoro sono determinate dall’influenza”, riprende Tedeschi, autore con Alberto Matteelli, dell’Università degli studi di Brescia, del volume Pandemia influenzale, “con un costo in termini di mancata produttività compreso tra gli 8,4 e i 12,9 miliardi di euro”. Poiché il costo medio del vaccino in Europa è stimato in 13,86 euro, calcolatrice alla mano si può facilmente notare che, se si vaccinassero tutti i circa 500 milioni di cittadini europei, si spenderebbero 7 miliardi di euro, cifra comunque inferiore alla perdita di produttività. Perdita che, non va trascurato, si concentra soprattutto in pochi mesi, con il rischio di mandare in tilt aziende, uffici e poli produttivi. Ma ci sono altri dati (fonte Influnet e Inps) egualmente significativi e relativi all’Italia: nel 2006, per esempio, oltre 4. 800. 000 lavoratori si sono assentati per uno o più giorni a causa dell’influenza, per un totale di circa 32. 275. 000 giornate di assenza totali. Tali assenze sono costate complessivamente, a carico di Ssn, famiglie, Inps e datori di lavoro, oltre 2. 860. 000. 000 euro. “Per fare un esempio che renda ancor più l’idea”, dice ancora Paolo Tedeschi, “il tasso di occupazione di posti letto implicato su Roma oscilla durante la stagione influenzale tra 525 e 770, il che significa occupare quasi interamente un grande ospedale”. La soluzione per ovviare sia alla saturazione del sistema sanitario, sia all’ingente costo sociale, risiede nella vaccinazione, in grado oggi di prevenire quasi completamente, o comunque di attenuarne gli effetti, il rischio di contrarre il virus dell’influenza. Attualmente in Italia si vaccina circa il 18% della popolazione, ma con punte del 67% per chi ha più di 65 anni. “Il dato dei vaccinati over 65”, prosegue Tedeschi, “è sostanzialmente in linea con quello degli altri paesi industrializzati, inferiore a Gran Bretagna e Francia, rispettivamente al 71 e al 68%, ma superiore a Usa (65%), Germania (48%) e Giappone (43%). L’italia è anzi uno dei paesi che ha fatto registrare il maggior balzo in avanti di vaccinati in questa fascia d’età, se si pensa che solo nel 1998 la percentuale era ferma al 41% (fonte Ocse). Gran parte di questa crescita è dovuta alla copertura pubblica garantita dal Ssn”. Vi sono poi tutta una serie di complicanze, che possono essere attribuibili ai danni causati dall’influenza su persone con problemi di salute, che sono difficili se non impossibili da calcolare ma che farebbero lievitare ulteriormente il conto da pagare all’influenza. “La spesa sanitaria complessiva per la prevenzione in Italia (in genere, non limitata all’influenza) è intorno al 5% della spesa sanitaria pubblica, una quota che dovrebbe essere sensibilmente aumentata”, spiega il docente del Cergas, “Ministero e Regioni nel caso dell’influenza potrebbero anche migliorare, nell’interesse di tutti, sia le campagne di comunicazione pubblica che l’opera di sensibilizzazione sui datori di lavoro, di modo che non siano solo le Asl locali a muoversi su questi temi a macchia di leopardo”. Pur senza creare allarmismi”, conclude Tedeschi, “bisogna considerare che adottare corrette strategie di prevenzione si rivelerebbe importante non solo per l’influenza stagionale ma anche nel caso si verificassero pandemie, come l’influenza aviaria, che potrebbero avere conseguenze ben più gravi, visto l’alto tasso di mortalità, superiore al 60% dei contagiati, e la possibilità di ricorrere solo a farmaci antivirali, non esistendo ancora un apposito vaccino. In questa evenienza però il tema non è inquadrabile solo in termini di costo-efficacia e di costo-benefici, in quanto si avrebbe a che fare con una minaccia globale in grado di provocare ingenti perdite di vite umane e seri danni economici, così come verificatosi durante le ultime pandemie influenzali (nel 1918 con la cosiddetta Spagnola, nel 1957 con l’Asiatica e nel 1968 con la Hong Kong). Proprio il fatto che siano passati 40 anni dall’ultimo evento, che il mondo sia sempre più interconnesso (es. Circa 1 miliardo di persone all’anno si sposta in aereo), che il virus si stia adattando a vivere a temperature ormai vicine a quella umana (con quindi il rischio di trasmissione da uomo ad uomo e non più solo da animale a uomo), fa sì che gli infettivologi ritengano il fenomeno probabile nei prossimi anni, ancorché ovviamente non auspicabile”. . |
|
|
|
|
|
<<BACK |
|
|
|
|
|
|
|