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Notiziario Marketpress di Martedì 16 Maggio 2006
 
   
  4ª GIORNATA DELL’ECONOMIA RAPPORTO UNIONCAMERE: MADE IN ITALY E MEDIE IMPRESE IN POLE POSITION NELL’ITALIA DEL 2006

 
   
  Roma, 16 maggio 2006 – Sarà l’export made in Italy a far uscire il nostro Paese dal tunnel della stagnazione e saranno le medie imprese a trainare la ripresa: nel 2006 il Pil nazionale dovrebbe raggiungere quota +1,3% proprio in virtù di una sensibile ripresa delle esportazioni (+3,4% su base annua) e grazie ad un incremento sia dei consumi delle famiglie (+1%) sia, soprattutto, degli investimenti in macchinari e impianti (+2,6%). Anche l’occupazione continuerà ad aumentare, con le imprese pronte ad assumere 97. 500 lavoratori in più. Per ottenere una crescita del Pil più sostenuta (del 2% annuo) non basterà agire sull’aumento della produttività del lavoro, ma sarà indispensabile un più rapido incremento sia del tasso di attività che di quello di occupazione, come richiesto dagli obiettivi di Lisbona. Questi alcuni dei punti sostanziali del Rapporto Unioncamere 2006, l’ampia e approfondita analisi dell’economia italiana esaminata dall’osservatorio privilegiato delle Camere di Commercio, presentata questa mattina a Roma dal Presidente di Unioncamere, Carlo Sangalli, nell’ambito della 4ª Giornata dell’Economia. “Le nostre analisi vedono nelle medie imprese le principali protagoniste del riposizionamento del sistema produttivo sui mercati internazionali”, ha evidenziato il presidente Sangalli. “I loro successi ed il forte legame con i settori del Made in Italy dimostrano che si può essere competitivi anche coltivando l’eccellenza nei settori tradizionali e che, organizzandosi in rete, anche le piccole e medie imprese riescono a superare le fasi critiche della congiuntura”. “Unioncamere – ha detto Sangalli - guarda con favore alla riduzione del cuneo contributivo, perché i minori costi per le aziende che questo provvedimento introdurrebbe potrebbero tradursi in una diminuzione dei prezzi sui beni prodotti di circa il 2,5%. Auspichiamo anche che il nuovo Governo e il Parlamento mettano a punto iniziative che incoraggino le imprese ad integrarsi e ad investire in innovazione. Infine, è necessario incrementare la partecipazione attiva al mercato del lavoro, ampliando l’occupazione femminile e integrando al meglio gli immigrati, non solo come lavoratori alle dipendenze, ma anche come imprenditori. Non dimentichiamo – ha concluso il presidente di Unioncamere - che la via all’integrazione passa anche attraverso l’esperienza dell’impresa ed è una via tutta italiana. Queste tendenze dovrebbero far riflettere sulle reali necessità di intervento in tema di regolazione del mercato del lavoro, di politiche dell’immigrazione e di politiche sulla famiglia”. Scenario di previsione al 2008 per l´Italia Tassi di var. % su valori a prezzi costanti 1995
2006 2007 2008
Prodotto interno lordo 1,3 1,4 1,6
Domanda interna 1,3 1,7 1,8
Spese per consumi delle famiglie 1,0 1,6 1,8
Investimenti fissi lordi 1,7 1,5 1,9
macchinari e impianti 2,6 2,4 2,8
costruzioni e fabbricati 0,6 0,4 0,8
Importazioni di beni dall´estero 3,6 4,0 4,7
Esportazioni di beni verso l´estero 3,4 2,8 3,6
Valore aggiunto ai prezzi base
Agricoltura 2,1 1,2 1,7
Industria 0,9 1,0 1,5
Costruzioni 0,9 0,6 1,0
Servizi 1,5 1,4 1,9
Totale 1,3 1,3 1,7
Tasso di disoccupazione 7,5 7,4 7,3
Reddito disponibile a prezzi correnti (var. %) 3,7 3,4 3,4
Fonte: Unioncamere nazionale, Scenari di sviluppo delle economie locali italiane 2006-2008 Un’analisi che ricerca le reali ragioni della ridotta competitività registrata in questi anni. In particolare, dal Rapporto emerge che: La dimensione media delle Pmi manifatturiere è rimasta in 10 anni più o meno la stessa (5 dipendenti per le piccole e 115-118 per le medie imprese). Ciò fa pensare che non sia il “nanismo” perdurante del nostro sistema produttivo il vero problema, quanto il “rimpicciolimento” delle grandi imprese. Un “rimpicciolimento” sia dimensionale (infatti queste aziende nello stesso periodo hanno ridotto il numero medio dei dipendenti da 1. 649 a 1. 382, con una perdita del 23% della forza lavoro), sia competitivo, come dimostra la più contenuta dinamica dell’export rispetto, ad esempio, alle imprese di medie dimensione (nell’ultimo decennio, l’export dei grandi gruppi industriali è cresciuto in valore del 25,2%. Quello delle medie imprese è invece aumentato del 52,5%, riuscendo a non subire i contraccolpi delle variazioni del cambio). Visto che proprio le medie imprese hanno come specializzazione produttiva quella dei settori legati al made in Italy, il Rapporto mostra che operare in questi settori, a patto di collocarsi in fasce di mercato di livello alto e medio-alto, non può esser considerata una causa di scarsa competitività, visto anche che alcuni dei nostri settori “tradizionali” trainanti, come ad esempio la meccanica strumentale e il sistema moda, incrementano la loro presenza all’estero, accrescendo le esportazioni in valore, e che l’export delle medie imprese è aumentato del 49% in 6 anni. E, infine, è da segnalare che tra il 2004 e il 2005 il numero delle aziende industriali e dei servizi che abitualmente esportano è aumentato di 22mila unità (+14% rispetto al 2004). L’occupazione aumenterà anche nel 2006: secondo i primi dati disponibili attraverso il sistema informativo Excelsior (basato su un campione di 100 mila imprese) il saldo occupazionale dovrebbe essere positivo anche quest’anno, con una crescita dello 0,9% (circa 97. 500 posti di lavoro in più nel settore privato). L’incremento è il risultato di tendenze contrastanti, con flussi di entrata e di uscita (rispettivamente pari al 6,6% e al 5,7% dello stock degli occupati del 2005) più elevati rispetto agli ultimi anni. Ad assumere saranno soprattutto le imprese con meno di 50 dipendenti (+1,9%); stazionarie le previsioni delle medie imprese e in flessione quelle delle più grandi (-0,3%). Nell’industria manifatturiera si prevede una crescita di appena lo 0,2% (8. 000 posti di lavoro), tutta concentrata sulle imprese al di sotto dei 250 dipendenti. Positive le previsioni dell’industria dei metalli, del legno e arredo, della meccanica e dell’alimentare. Di segno negativo, invece, quelle della chimica e, soprattutto, del sistema moda (-6. 200 dipendenti). Ancora in flessione le industrie elettriche ed elettroniche. Nel terziario gli andamenti attesi sono tutti di segno positivo. Ancora in crescita gli occupati di turismo e commercio. Gli incrementi più significativi sono indicati dalle imprese del Sud seguito da quelle del Nord-est. Sotto la media nazionale (ma con il segno positivo), il Centro e, soprattutto, il Nord-ovest. Per crescere a ritmi più sostenuti rispetto a quelli dell’ultimo decennio bisogna riprendere un percorso virtuoso di incremento costante della produttività. Ma attenzione a non perdere di vista i vincoli demografici e di sviluppo della partecipazione al lavoro. Infatti, da una simulazione condotta da Unioncamere, emerge che, se pure si riuscisse a centrare l’obiettivo di aumentare la produttività di 0,5 punti ogni anno, per sostenere una crescita del Pil al ritmo del 2% annuo sarà necessario incrementare il tasso di attività di un punto percentuale all’anno e parallelamente quello di occupazione dello 0,2%. Perché ciò possa accadere appare fondamentale – quindi - che anche nei prossimi anni, il mercato del lavoro si confermi dinamico e flessibile. Per arrivare a una crescita ancor più robusta (+3% l’anno) l’incremento di produttività dovrebbe essere ancora più sostenuto (intorno all’1% annuo) e, soprattutto, sarebbe necessario invertire l’attuale trend demografico fino a raggiungere un aumento complessivo della popolazione dell’8% in 10 anni. E questo sempre a patto che il mercato del lavoro si mantenga su ritmi di crescita di almeno l’1% l’anno. Popolazione tendenziale, recupero produttività, aumento della partecipazione al lavoro Contributo alla crescita del Pil per macro-area – Anni 2004-2013 (1) pil= prodotto interno lordo; pop= popolazione residente; pil/n= produttività; n/fl= tasso di occupazione; fl/polav= forze di lavoro su popolazione in età di lavoro; poplav/pop= popolazione in età di lavoro su totale popolazione residente. Fonte: elaborazioni Centro Studi Unioncamere e Prometeia Come sta cambiando il profilo dell’Italia produttiva Imprese a quota 6milioni Nel 2005 il sistema imprenditoriale conta oltre 80. 000 imprese in più, superando per la prima volta la soglia dei 6 milioni, con il Mezzogiorno che concentra 1/3 delle imprese operanti in Italia. Cresce a ritmi sostenuti il numero delle società di capitale, che alla fine di marzo ammontava a oltre un milione di unità, mentre resta stabile (e quindi diminuisce di importanza relativa) il numero di imprese individuali. Tra il 2000 e il 2005 il totale delle imprese è aumentato del 7,4% ed è cambiato il “peso” dei settori: quelli tradizionali (agricoltura, industria, commercio) hanno ridotto, nel loro insieme, l’incidenza sul totale di 2,7 punti percentuali. A tutto vantaggio dei servizi alle imprese e alle persone. Evoluzione dell’incidenza dei diversi settori di attività economica Valori assoluti e % - anni 2000 e 2005
Settori 2000 2005 Variazioni % 2000-2005
Imprese registrate Peso % Imprese registrate Peso %
Settori principali per numerosità
Commercio 1. 514. 514 26,77% 1. 591. 028 26,20% 5,05%
Agricoltura 1. 057. 817 18,70% 962. 840 15,85% -8,98%
Costruzioni 662. 424 11,71% 800. 110 13,17% 20,79%
Manifatturiero 742. 867 13,13% 750. 841 12,36% 1,07%
Totale Parziale 3. 977. 622 70,31% 4. 104. 819 67,59% 3,20%
Servizi alle imprese e alle persone
Att. Immobiliari, noleggio, informatica… 487. 778 8,62% 605. 352 9,97% 24,10%
Alberghi e ristoranti 261. 339 4,62% 292. 842 4,82% 12,05%
Altri servizi pubblici, sociali e personali 221. 835 3,92% 242. 220 3,99% 9,19%
Trasporti e comunicazioni 201. 069 3,55% 216. 367 3,56% 7,61%
Intermed. Monetaria e finanziaria 101. 951 1,80% 109. 023 1,80% 6,94%
Sanità e altri servizi sociali 21. 019 0,37% 26. 314 0,43% 25,19%
Istruzione 15. 305 0,27% 19. 661 0,32% 28,46%
Totale Parziale 1. 310. 296 23,16% 1. 511. 779 24,89% 15,38%
Altri settori e imprese non classificate 369. 083 6,52% 456. 426 7,51% 23,7%
Totale 5. 657. 001 100,00% 6. 073. 024 100,00% 7,35%
Fonte: Unioncamere-infocamere, Movimprese Bilanci in utile per il 63% delle società di capitale Dall’analisi dei bilanci delle società di capitali emerge che, nel 2002-2004, queste imprese si sono impegnate a mantenere o ampliare le quote di fatturato, anche a costo di rinunciare a una parte dei margini. Nel 2004 circa il 63% delle società ha presentato bilanci in utile (contro il 59% del 2002) ed il 35,7% in perdita (contro il 39,3% del 2002). E’ migliorata la situazione patrimoniale delle imprese (che si sono irrobustite, come dimostra un +11,8% del patrimonio netto medio per impresa), è aumentata la capacità di autofinanziamento ed è diminuita la quota di indebitamento. I margini, però, li hanno limati soprattutto le piccole aziende: sul valore aggiunto il Mol (Margine Operativo Lordo) è passato dal 33% al 31% e il Mon (Margine Operativo Netto) dal 16,5 al 15,1%; sul fatturato sono diminuiti entrambi di 0,5 punti tra il 2002 e il 2004. I Gruppi d’impresa In Italia operano 71 mila gruppi, cui fanno riferimento circa 170 mila imprese. Di essi, i 46mila costituiti da almeno due imprese con addetti[1] rappresentano il 17% dell’occupazione e il 22% del valore aggiunto italiano. I gruppi più efficienti sono quelli che mantengono la loro attività prevalentemente intorno al core business della casa madre sperimentando però anche integrazioni commerciali, logistiche, finanziarie. Meno efficaci, dal punto di vista economico, risultano i quasi 13mila gruppi monosettoriali). I gruppi di successo hanno come capogruppo, prevalentemente, delle medie imprese; ma è questa una modalità organizzativa che permette anche alle piccole imprese di “crescere in strategia”, anche se non in termini occupazionali: è infatti da osservare che circa 2. 500 piccole imprese a capo di un gruppo, se considerate insieme alle loro controllate, equivalgono ad altrettante imprese di media dimensione. Distribuzione dei gruppi (capogruppo e controllate) e incidenza sul totale economia (Anno 2003)
Gruppi per sede Capogruppo per sede Controllate per sede Addetti totali in gruppo Valore aggiunto imprese in gruppo (mln di euro) % sul totale addetti del territorio % sul valore aggiunto del territorio
Piemonte 4. 662 1. 981 8. 843 463. 234 30. 871 23,7 30,3
Valle d´Aosta 119 57 245 9. 715 588 16,4 18,5
Lombardia 21. 341 5. 978 42. 058 1. 486. 661 97. 922 33,1 39,3
Trentino A. A. 1. 357 484 2. 681 70. 119 4. 152 15,1 15,6
Veneto 7. 732 2. 441 16. 104 450. 532 24. 758 20,9 22,7
Friuli V. G. 1. 474 500 3. 171 93. 520 5. 465 17,1 18,8
Liguria 1. 636 628 3. 348 98. 793 5. 778 14,5 15,8
Emilia Romagna 7. 328 2. 733 16. 104 500. 573 25. 836 24,4 24,3
Toscana 5. 478 1. 824 11. 556 246. 162 12. 974 14,9 15,8
Umbria 905 339 1. 927 48. 046 2. 616 13,3 15,4
Marche 1. 848 608 4. 099 108. 245 5. 154 16,1 16,5
Lazio 8. 239 2. 242 17. 790 804. 101 69. 232 33,2 54,8
Abruzzo 1. 039 367 2. 260 60. 566 3. 113 12,0 13,7
Molise 173 70 374 6. 262 362 5,5 6,9
Campania 3. 135 852 6. 769 142. 870 7. 158 7,7 8,9
Puglia 1. 744 480 3. 892 80. 764 3. 629 6,0 6,4
Basilicata 251 79 587 16. 309 771 8,5 8,8
Calabria 497 179 1. 005 16. 269 811 2,5 3,0
Sicilia 1. 654 580 3. 596 68. 319 3. 734 4,5 5,3
Sardegna 675 264 1. 422 29. 597 1. 840 5,1 6,9
Nord-ovest 27. 758 8. 644 54. 494 2. 058. 403 135. 159 28,7 34,6
Nord-est 17. 891 6. 158 38. 060 1. 114. 744 60. 211 21,4 22,2
Centro 16. 470 5. 013 35. 372 1. 206. 554 89. 977 23,6 35,1
Mezzogiorno 9. 168 2. 871 19. 905 420. 956 21. 419 6,2 7,2
Italia 71. 287 22. 686 147. 831 4. 800. 657 306. 766 19,8 25,2
Fonte: Centro Studi Unioncamere nazionale, Osservatorio sui gruppi di impresa, 2006 Le medie imprese Le protagoniste principali del riposizionamento del nostro sistema produttivo sui mercati internazionali sono in gran parte le medie imprese. Il loro peculiare modello organizzativo è basato sulla capacità di collegamento con altre aziende, sia attraverso il controllo proprietario (come nel caso dei gruppi), sia attraverso formule variabili nel tempo quali gli accordi produttivi o commerciali. Questo modello consente loro di conseguire economie di scala “di sistema” e, quindi, un’estrema flessibilità produttiva, adatta in modo particolare a gestire produzioni di qualità destinate a segmenti di mercato di fascia media o alta, piuttosto che prodotti di massa. La competitività e l’importanza delle 3. 966 medie imprese industriali attive a fine 2003 è testimoniata dalla loro capacità di creare ricchezza: esse generano più del 12% del valore aggiunto del manifatturiero, cui va aggiunto un ulteriore 6% relativo all’indotto alimentato. Le medie imprese si caratterizzano per la specializzazione produttiva e, al contempo, per la capacità di controllare fortemente il mercato in cui si opera attraverso l’applicazione del proprio know-how nell’innovazione di prodotto. Utilizzando come parametro della propensione innovativa i brevetti registrati presso l’European Patent Office (Epo) risulta che, nel quinquennio 1997-2003, il 16,5% delle medie imprese manifatturiere ha prodotto almeno un brevetto e il 10,5% delle domande di brevetto pubblicate in Europa da aziende italiane riguarda medie imprese industriali. 2005: il bilancio del Sistema Italia Fatturato nel 2005 Il 2005 si è chiuso con il 25,4% delle imprese che ha visto incrementare il fatturato rispetto all’anno precedente e il 22,9% che invece ha registrato una perdita. Il saldo finale (+2,5 punti percentuali) vede perciò una prevalenza di imprese che escono dalla crisi crescendo. Commercio: consumi stagnanti e ristrutturazione Modesta la crescita dei consumi nel 2005 (+0,1%), anche se nel 2006 si registrano timidi segnali di risalita nella fiducia delle famiglie. I consumatori sono sempre più attenti al prezzo, e questo spiega la crescita della quota di consumi (+4,9%) registrata negli hard discount. Le vendite in valore delle imprese commerciali segnano una riduzione dello 0,6% nel 2005 sul 2004 (–2,4% la piccola distribuzione e +1,6% la grande distribuzione). Continua il percorso di ristrutturazione dei canali di vendita, con la Grande Distribuzione, con 8. 500 punti vendita, che rappresenta il 26,3 % dei consumi commercializzati italiani nel 2005 (mentre nel 2001 pesava per il 21%), gli esercizi commerciali alimentari che si riducono di numero (-1% il saldo tra chiusure e nuove aperture) ed i negozi specializzati nel non alimentare che aumentano del 2%. E’ però nel commercio despecializzato (+6,3%) che si registra il maggiore incremento. Export in aumento se di qualità Nel 2005, l’export italiano – in termini di valore e non di quantità - è cresciuto del 4%, soprattutto verso i Paesi extraeuropei (+7,5%), che hanno così superato il 41% del totale (erano al 39% nel 2003). Resta consistente il gap con il resto d’Europa nel settore high tech, le cui esportazioni rappresentano una quota del 10,7% del totale italiano, mentre la media Ue-15 è al 21,9%. La filiera moda garantisce ancora 16,8 dei 40,7 miliardi di euro di saldo della bilancia commerciale dei prodotti trasformati (esclusi quindi i prodotti energetici, cui è imputabile il nostro deficit commerciale complessivo). Per la moda diminuiscono le quantità esportate, mentre aumentano i valori medi (+25-30% rispetto al 2000). Ma il contributo più rilevante all’export italiano continua ad assicurarlo la meccanica strumentale, con un saldo attivo pari a 37,6 miliardi di euro (+5,3% l’incremento medio annuo nell’ultimo triennio e +19,2% l’incremento medio nei valori unitari nel 2000-2005). Innovazione: le imprese stanno imparando a brevettare Nel periodo 1999-2004 l’Italia ha contribuito alla produzione di poco più del 3% (pari a 19. 629 domande) delle domande di registrazione di brevetti pubblicate dall’European Patent Office (Epo, l’Ufficio Europeo dei Brevetti), a fronte di un contributo degli Stati Uniti pari a oltre il 29%, della Germania di oltre il 19%, del Giappone pari ad oltre il 17%, della Francia di circa il 7% e della Gran Bretagna di oltre il 4%. Interessanti, però, alcune dinamiche di crescita: tra il 1999 ed il 2004, il numero dei brevetti depositati è aumentato ad un tasso medio annuo del 5,7% a fronte, ad esempio, del 4,3% della Germania, del 4,4% della Gran Bretagna, del 5,1% della Francia. Ad aumentare la capacità di brevettazione sono soprattutto le medie imprese e i settori della meccanica, della chimica, dei beni per la persona e per la casa. .
 
   
 

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