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Notiziario Marketpress di
Lunedì 02 Marzo 2009 |
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A PADOVA LA MOSTRA “LO SPIRITO E IL CORPO. 1550 – 1650. CENTO ANNI DI RITRATTI A PADOVA NELL’ETÀ DI GALILEO”
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Padova, 2 marzo 2009 - Nobili e aristocratici, borghesi illuminati, mercanti ben introdotti, ma anche intellettuali, artisti, uomini di cultura e rappresentanti del mondo accademico: la mostra “Lo spirito e il corpo. 1550 – 1650. Cento anni di ritratti a Padova nell’età di Galileo” - in programma ai Civici Musei agli Eremitani dal 28 febbraio al 15 luglio 2009 - non è solo un percorso ragionato attraverso l’evoluzione di un genere che, proprio nel capoluogo veneto, conobbe in quell’arco di tempo momenti di spiccata peculiarità e aspetti qualitativi di rilievo, ma è anche un affascinante affresco dell’ambiente e del contesto in cui si vennero ad innestare le vicende patavine del grande scienziato di cui si celebra, quest’anno, l’avvio delle rivoluzionarie osservazioni astronomiche. Grazie ad una curata selezione di circa 70 fra dipinti e incisioni provenienti dalle collezioni dei Musei Civici - Museo d’Arte e da alcuni importanti prestatori è stato dunque possibile ridisegnare il quadro di un’epoca e di un gusto evocando incontri, relazioni, scambi, amicizie, legami tra artisti e personaggi effigiati, proponendo anche nuove attribuzioni e portando all’attenzione del pubblico alcuni dipinti inediti o mai esposti prima. Tiziano, Tintoretto, i Bassano, Campagnola, Apollodoro, Montemezzano, Padovanino, Damini, Chiara Varotari e Tiberio Tinelli sono solo alcuni dei pittori le cui opere verranno esposte nella mostra curata da Davide Banzato e Franca Pellegrini, promossa dal Comune di Padova-assessorato ai Musei, Politiche Culturali e Spettacolo e dai Musei Civici e Biblioteche di Padova, con il fondamentale contributo di Banca Antonveneta e di Fischer Italia. Tutti artisti fortemente impegnati a sviluppare in quegli anni la grande tradizione che il Veneto vantava in questa forma espressiva. La rassegna, incentrata su dipinti aventi per soggetto personaggi padovani legati all’ambiente locale o realizzati da pittori attivi in città nel periodo preso in esame, mostra in una coinvolgente carrellata i differenti approcci e le diverse esigenze della ritrattistica, a partire dalle personalità e dagli archetipi compositivi di Tiziano Vecellio e di Tintoretto fino alle istanze barocche del Cirello. Del maestro cadorino sarà in mostra il Ritratto del letterato e filosofo Sperone Speroni realizzato con il concorso della bottega e ora al Museo di Treviso. Questi giocò un ruolo particolarmente importante per l’ambiente padovano ove le passioni antiquarie dell’aristocrazia trovavano campo di autocelebrazione in un rinnovato rapporto con il passato romano della città. L’applicazione dello schema proposto da Tiziano – personaggio su fondo scuro in abiti dai severi decori, con attributi allusivi alle sue preferenze o qualità - è destinata a diffondersi rapidamente tra gli esponenti di rango più elevato della società. Particolarmente sensibile all’aspetto psicologico dei personaggi e alle inquietudini di un’epoca di crisi è invece Tintoretto, di cui la mostra propone significativamente alcuni importanti lavori. Una tra le opere di più alta qualità della maturità del pittore, prestata per l’occasione da Palazzo Pitti, è il Ritratto di Alvise Cornaro dalla forte intensità espressiva, proprietario terriero, letterato e mecenate, personalità di spicco della Padova del tempo, al centro di una fitta rete di relazioni. Gli interessi del Cornaro lo avevano messo in contatto con artisti e intellettuali che frequentavano assiduamente la sua casa padovana, a cominciare dallo stesso Speroni (Principe dell’Accademia degli Infiammati e cattedratico presso lo Studio patavino) e da Falconetto (l’architetto della Loggia e dell’Odeo Cornaro, luoghi privilegiati per spettacoli teatrali e dotte riunioni), per arrivare a Pietro Bembo e Ruzante e, probabilmente, allo stesso Galileo. Altrettanto interessante – e soprattutto attribuito per la prima volta in questa occasione alla mano di Tintoretto a seguito di un attento restauro – è il Ritratto di uomo barbato che ci dà conto di come Jacopo si valesse del penetrante mezzo del chiaroscuro per far emergere il carattere e le qualità morali dell’effigiato. Sono questi i punti di riferimento di una moda encomiastica e celebrativa che porta il ritratto ad imporsi a Padova, fin dagli anni Trenta del Cinquecento, come genere autonomo nello stretto rapporto con mecenati e collezionisti. Così, se Domenico Campagnola in quegli anni conferma l’efficacia dell’impostazione tizianesca, soprattutto nel bel Ritratto di donna arricchito da un finto bassorilievo con l’allegoria della Fortezza allusiva alle sue virtù, il figlio di Jacopo Tintoretto, Domenico, ripercorre le tracce del padre con un’imponente produzione più attenta alla dimensione borghese e quotidiana. L’esperienza veronesiana aggiunge invece alla ritrattistica veneta una più variata impostazione prospettico-spaziale, eleganza nella forma, ricchezza del colore, una maggiore attenzione ai dettagli dell’abbigliamento e alle mode del tempo. A Padova il gusto del Caliari viene diffuso da Francesco Montemezzano ma soprattutto dal veronese Dario Varotari, molto attivo nella città del Santo nell’ultimo quarto del Xvi secolo, la cui abilità ritrattistica si può cogliere anche in soggetti di carattere religioso nei quali viene rappresentato il donatore. Grandi protagonisti del genere, sia pure alla ricerca di un naturalismo più sommesso, sono i componenti della famiglia dei Bassano, in particolare Francesco, figlio primogenito di Jacopo, e Leandro, autentico specialista e ritrattista ufficiale dei Dogi. Accanto a capolavori dei Civici Musei patavini dei primi anni del Seicento, come il Ritratto di Alvise Corradini (rettore a Padova dell’Università della Lana, filosofo e giureconsulto nonché collezionista di antichità) e quello del Cardinale Giovanni Dolfin, risulta suggestiva per il forte legame con Padova l’Allegoria del Battesimo di Chiara Maria Minotto. Proveniente dalla collezione della Fondazione Cariparo, l’opera propone una veduta fantastica della città come sfondo ad una seduta del consiglio cittadino, ove i ritratti dei componenti sono resi con rapidi segni e sicura aderenza fisionomica. L’intensità dei modi di Tintoretto e il patetismo lirico di Leandro Bassano trovano una combinazione vincente nelle prove di Francesco Apollodoro detto Il Porcia (per la sua abitazione in Via Porciglia), chiamato nelle carte d’archivio “Francescho dai Retratti depentore” a conferma della sua competenza in questo campo specifico. Le fonti antiche celebrano l’attività del maestro come ritrattista ufficiale dei circoli universitari legati all’ambiente galileiano, tanto che la straordinaria galleria di ritratti registrati nel 1630 da Tomasini nell’Illustrium virorum elogia sembra derivare in buona parte da prototipi di Apollodoro. Così, in mostra, alla grande tela celebrativa con i Rettori Giustiniani e Gussoni fa da contraltare una serie di ritratti di taglio tradizionale, a mezzo busto, tra i quali spicca il Ritratto del compositore cremonese Costanzo Porta, maestro di cappella al Santo e successivamente al Duomo, e l’inedito dipinto di collezione privata padovana, con un gentiluomo della Famiglia Conti. Vero erede della tradizione ritrattistica di Apollodoro, oltre al figlio Paolino, sarà Pietro Damini che, nato a Castelfranco, fece di Padova il vero centro della sua attività. Da Apollodoro l’artista trae la fissità della rappresentazione dei personaggi, bloccati nel gesto nel quale sono colti, unendovi tuttavia una grande capacità di resa emotiva e un forte colorismo di derivazione veronesiana. In mostra, un capolavoro come la Beata Giacoma scopre il pozzo dei martiri evidenzia, nel delineare gli astanti, il suo ossequio alle indicazioni della Controriforma, che richiedeva emotività, verità e attualizzazione degli episodi religiosi, mentre il Ritratto di Cesare Cremonini denota la sua notevole capacità di aderenza fisionomica e di resa dei sentimenti. Alessandro Varotari, detto il Padovanino nella sua opera propone un neocinquecentismo di ispirazione tizianesca, come evidenzia l’Autoritratto, carico di riferimenti legati alla cultura dell’epoca. La più interessante interprete del genere nei primi decenni del Seicento fu la sorella Chiara che, anche dopo il trasferimento a Venezia, mantiene un forte legame con Padova. La sua produzione si caratterizza per una particolare attenzione alla resa di tessuti e gioielli nonché allo stato sociale dell’effigiato. La mostra agli Eremitani è l’occasione per accostare alle celebri tele raffiguranti dame della famiglia Capodilista due dipinti esposti al pubblico per la prima volta, maggiormente aderenti ai modi del fratello: un ritratto femminile e quello di un nobile padovano, Schinella de´ Conti, entrambi di collezione privata. Tiberio Tinelli, cresciuto alla scuola di Leandro Bassano favorisce un collegamento tra la tradizione cinquecentesca e quella ormai pienamente barocca di Girolamo Forabosco che, padovano di nascita, impostò nella città d’origine intorno agli anni Cinquanta una vera e propria scuola di pittura alla quale si recavano anche rappresentanti della nobiltà. Siamo ormai al volgere della metà del Xvii secolo. Anche a Padova giungono gli stimoli della tradizione emiliana grazie ai lavori del reggiano Antonio Triva, stabilitosi a Venezia in giovane età, mentre le istanze della pittura barocca trovano espressione nel Ritratto di Pietro Liberi assegnato al figlio Marco, così come in quelli del padovano Giulio Cirello. . |
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