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Notiziario Marketpress di Martedì 21 Aprile 2009
 
   
  I MIEI CIELI, VOGLIA D’INFINITO

 
   
  Milano, 21 aprile 2009 - Inaugura il 23 aprile alle ore 18: “I miei cieli, voglia d’infinito” la mostra, curata da Claudio Cerritelli, presenta gli ultimi lavori di Valentino Vago. Il percorso studiato da Progetto Arte - elm raccoglie una serie di tele singole, di medie dimensioni, ma anche dittici e trittici. Un percorso dalla doppia visione, la prima, quella d’insieme, ci dà la sensazione di essere avvolti nel colore in uno spazio sospeso come spiega, nel testo introduttivo Claudio Cerritelli: «Tra un’opera e l’altra non ci sono distanze, tutto si congiunge nella voglia d’infinito, tentazione di libertà senza confini, mondi trascendenti a portata di mano, impronte della mente che dal passato si affacciano sull’oggi, situazioni dove il colore ritrova l’incanto del primo sguardo». Nello stesso tempo ogni singola tela diventa un momento di meditazione. Valentino Vago da sempre è alla ricerca della luce e questi ultimi lavori (sono tutti della fine del 2008) sembrano giocare con l’impercettibile mutare del colore e con il suo interagire con la luce. Sono lavori basati sulla percezione cromatica e che richiedono un tempo di osservazione. Solo con una sosta prolungata il colore ha la capacità di tramutarsi in luce, una luce assoluta che trasforma l’opera in uno spazio impalpabile e senza limiti. «Valentino Vago – scrive ancora Cerritelli – torna ai cieli luminosi della sua pittura, si affida ai colori che lentamente si rivelano come tramiti verso l’infinito, prosegue il viaggio nell’emozione della luce di fronte al mistero di ogni apparizione. Il mistero è l’incanto di spazi imponderabili che si aprono oltre l’orizzonte del visibile, è la vastità del tempo in cima ai pensieri più reconditi, è la soglia del presente che trasmette l’essenza di tutte le immagini dipinte». La mostra prosegue fino al 25 maggio. “I miei cieli, voglia d’infinito” - Valentino Vago torna ai cieli luminosi della sua pittura, si affida ai colori che lentamente si rivelano come tramiti verso l’infinito, prosegue il viaggio nell’emozione della luce di fronte al mistero di ogni apparizione. Il mistero è l’incanto di spazi imponderabili che si aprono oltre l’orizzonte del visibile, è la vastità del tempo in cima ai pensieri più reconditi, è la soglia del presente che trasmette l’essenza di tutte le immagini dipinte. La dimensione del cielo è un bagliore fissato nell’immaginazione stessa del colore, non rimanda all’atmosfera della natura ma alla genesi della luce che pulsa nei palpiti dell’invisibile. Del resto, Vago ha sempre detto che “la luce è ciò che sta dentro il colore”, essa appartiene al respiro interno della materia, alla profondità sospesa della superficie dove il velo dell’aria si modifica nel momento stesso in cui appare. Il cielo è luce mai vista prima, luce dell’altrove che non si può conoscere fino in fondo, per questo l’artista desidera sempre dipingere la visione illimitata del mondo partendo dalla sostanza originaria del colore. Ogni opera è una diversa emanazione, l’orizzonte varia seguendo l’equilibrio assorto del campo cromatico, esplora le variazioni interne, le persistenze e le mutazioni, le zone sature e quelle che aprono spiragli, tensioni impronunciabili, presenze inattese. Infatti Vago mostra una completa adesione verso la possibilità di esprimere il dilatarsi del colore, niente altro che il sentimento di abbandono ai voli della luce, alle leggerezze del cielo come luogo supremo della sua verità di pittore. In questo approssimarsi alla sensazione cosmica l’immagine perde ogni peso materiale, diventa una muta risonanza del visibile, evoca il fondale immenso del cielo come promessa di altre visioni, fin dove è possibile spingersi è l’artista stesso a capirlo. Per dipingere il manto celestiale Vago affronta il senso di ciò che è lontano, spoglia l’immagine fino all’essenza, del paesaggio rimangono pochi elementi, quasi nulla, ciò che conta è la distanza tra lo sguardo e il suo sconfinamento, tra la vista del colore e la sua estensione immisurabile. E’ una distanza che la pittura colma con equilibri d’aria senza confine, ogni dato si converte nella durata della luce, vero soggetto del cielo, schermo dove scorrono forme molto ampie che annunciano passaggi, spaesamenti, insorgenze di spazi senza rumore. Non v’è possibilità di designare in modo stabile il peso dell’orizzonte, la tensione massima corrisponde al momento in cui la sua linea sfumata si colloca ai margini della superficie e, ancor più, quando sparisce del tutto, non si vede eppure dà sempre presenza di sé. Mentre Vago dipinge il lieve trasparire delle vibrazioni, il carattere indeterminato dell’immagine sfugge al controllo e sollecita sospensioni, traiettorie in bilico, incantamenti che non è possibile prevedere in quanto sono destinati a sorprendere ogni volontà di esaurire le ambivalenze dello spazio, di considerare la lettura da un principio a una fine. Niente di tutto ciò, la superficie aleggia, non risulta mai statica, trapela in infiniti modi, infatti i cieli chiedono un tempo di percezione prolungato, un’attesa che l’immagine riveli l’implicita estensione dei suoi tratti, l’impercettibile mutare del colore da un bagliore all’altro. Non valgono gli attributi atmosferici del cielo ma la natura stessa del vedere, il processo intuitivo che si apre e si ricompone nel tralasciare il colore superfluo per privilegiare l’irradiarsi assoluto della luce. Anche quando è affidato ad un solo valore luminoso (tutto bianco, tutto blù, tutto giallo) il cielo sfugge alle regole della ragione e tocca le corde del cuore, dà la sensazione di raggiungere l’illimitato, di effondersi nella vertigine cosmica, pensiero senza più relazione con il mondo. La luce si rivela senza connotazioni, non c’è mai un sopra e un sotto, un prima o un poi, una realtà o il suo fantasma in scena, ma una totalità che lascia affiorare minime sensazioni per un massimo sentire. Nella pienezza di questi spazi senza referenti si avvertono effetti impalpabili, colori immateriali, trasalimenti all’interno del rosso, slittamenti nel blù paradisiaco o dentro il lento sbiancare dell’azzurro. Si tratta di taciti sensi visivi che esalano dall’orizzonte e assumono direzioni incorporee, sono pulviscoli che abitano il cielo e fanno parte integrante delle fasce luminose, come se si trattasse di viaggio spirituale che nasce dalle proprietà sensoriali del colore. I cieli sono luce intatta, capaci di stupire attraverso silenzi impenetrabili, lampi di liricità, chiarori sconosciuti che chiedono un’assorta contemplazione per dialogare con le fonti di rivelazione dei pigmenti. Per ottenere le differenze tra un cielo e l’altro Vago muove il colore con le dita, accarezza il pigmento per infondere sulla superficie preziose particelle d’infinito, quasi per toccare le brezze dell’aria ad una ad una. Il trattamento della materia è il fondamento del sentire poetico, talvolta la diversa finezza del colore dipende dal tipo di pennello usato, dalla sostanza diversa delle stesure che inventano all’istante la consistenza dell’immagine. Le brevi linee che appaiono qua e là sono annunci di altri mondi e indicano il tramite con la memoria del passato, tuttavia la loro presenza è sempre un risveglio verso l’ansia del futuro che Vago intende come visione interiore, spazio proteso oltre il tempo della storia. Ovunque si collochi, la presenza della linea è soggetta ad un continuo mutamento, esplora lo spazio per captare altri orizzonti di senso, penetra misteriosa nel cielo, divagante ed estranea ad una logica rappresentativa, capace di insinuare una traccia di serenità dentro il colore abbagliante. Anche nel delineare questi rapporti cromatici Vago cerca ciò che non conosce ancora, non progetta nulla che possa anticipare la genesi alla luce, il suo modo di vedere è la conseguenza di ciò che accade sulla tela, durante l’evento del colore, nello stupore della luce così com’è. Il sogno si fa aereo, nel bianco trapelano chiarori illimitati, il giallo si esalta nel vibrare sospeso delle palpebre, l’azzurro è cosparso di nuvole irraggiungibili, il blù si addensa nei notturni dell’invisibile, il rosa sfiora l’epidermide in modo impercettibile. Tra un’opera e l’altra non ci sono distanze, tutto si congiunge nella voglia d’infinito, tentazione di libertà senza confini, mondi trascendenti a portata di mano, impronte della mente che dal passato si affacciano sull’oggi, situazioni dove il colore ritrova l’incanto del primo sguardo. Quello che è lontano prende forma nella dimensione evocativa del cielo, in realtà il soggetto della visione è dipingere l’aria per respirare con gli occhi e contemplare il loro trascendere dalla fisicità alla visione eterea. Per assecondare le tensioni spaziali dei cieli è importante la collocazione delle opere in mostra, l’esigenza è quella di amplificare la lettura di un’immagine nell’altra, dalla signola tela al dittico e al trittico come intensificazione delle loro energie ma soprattutto come desdierio di abbracciare tutto lo spazio intorno. Non a caso l’artista immagina l’esposizione come una visione circolare che si articola nei modi stessi in cui la pittura ha suscitato colori senza demarcazione, presenze inafferrabili, presagi di una salvezza che lo sguardo attinge quando sa stare in cielo. Del resto, tutto il percorso di Vago dimostra che il tempo non è certo lineare ma si propaga nella complessa durata del suo evolversi, il tempo della pittura è il nutrimento del pensiero immaginativo, non sta in nessun luogo e l’artista vi fa ricorso ogni volta che la pittura lo richiede. Tra un cielo bianco del 1965 e un cielo bianco del 2008 corre un’analoga voglia d’infinito che perdura a riprova che la pittura sa interrogare lo spazio al di là delle evoluzioni formali, stilistiche, espressive. La pittura ritrova sempre ciò che le appartiene, per questo Valentino sa che il colore non è mai lo stesso, è avvolgente e intrigante in ogni suo attimo di sospensione, si sottrae ai falsi comandamenti dell’arte dialogando con l’immensità inesauribile della superficie, in attesa che un nuovo cielo possa rivelare un altro sconfinamento. Valentino Vago Note biografiche - Valentino Vago è nato a Barlassina nel 1931, vive e lavora a Milano. Appena terminati gli studi all´Accademia di Belle Arti di Brera, nel 1955 espone alla ”Vi Quadriennale d´Arte” di Roma. Nel 1960 tiene la sua prima personale al Salone Annunciata di Milano, presentato da Guido Ballo. Da quel momento il suo lavoro si andrà affermando come uno dei più espressivi della pittura italiana in questi ultimi decenni, inconfondibile per la qualità della luce e la liricità del segno. Nel suo lungo percorso artistico ha partecipato a numerosissime mostre personali e importanti collettive in Italia e all´estero. Si ricordano, tra le altre, le partecipazioni a rassegne realizzate alla Biennale di San Paolo, al Kunstmuseum di Colonia, alla Hayward Gallery di Londra, al Grand Palais di Parigi e, ancora, nei musei di Francoforte, Berlino, Hannover, Vienna. Milano gli ha dedicato importanti mostre, tra cui ricordiamo quelle del 1980 a Palazzo Reale e del 1983, al Pac - Padiglione di Arte Contemporanea. I suoi lavori sono presenti in importanti collezioni private e pubbliche italiane e straniere. Dal 1979 a oggi si è dedicato, con continuità, alla pittura murale, affrescando ambienti pubblici e privati in Italia e all´estero. Oltre una decina di questi interventi sono all’interno di chiese. La prima, quella di San Giulio a Barlassina, è del 1982, l’ultima, dedicata a Nostra Signora del Rosario, è stata consacrata il 15 marzo 2008 a Doha, Qatar. .  
   
 

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