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GIOVEDI

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Notiziario Marketpress di Giovedì 06 Giugno 2013
AMBIZIOSO PROGETTO "UNISCE" LASER E FISICA DELLE ALTE ENERGIE  
 
Bruxelles, 6 giugno 2013 - Un team internazionale di esperti sta sviluppando un sistema laser rivoluzionario studiando l´uso di laser a fibra in tecnologie di acceleratori di particelle innovative, come il Grande collisore di adroni (Lhc), che è considerato dagli scienziati una delle grandi pietre miliari del genere umano nel campo dell´ingegneria. Il progetto Ican ("International Coherent Amplification Network"), che ha ricevuto un finanziamento Ue di mezzo milione di euro, è una nuova concezione di laser per l´accelerazione di particelle ad alta energia. Il team di Ican comprende esperti di scienze ottiche, tecnologia e industria, astronomia e manifattura. Sono coinvolti anche quattro rinomati laboratori: l´Orc dell´Università di Southampton, Regno Unito, l´École Polytecnique, Francia, l´Istituto Fraunhofer di ottica applicata e ingegneria della precisione (Fraunhofer Iof), Germania, e il Cern, Organizzazione europea per la ricerca nucleare, Svizzera (che ospita l´Lhc). Comprende anche un grande numero di partner in tutto il mondo, provenienti dalle comunità e dai settori del laser, della fibra e della fisica delle alte energie. Insieme metteranno su un nuovo sistema laser composto da imponenti reti di migliaia di laser a fibra, sia per la ricerca fondamentale presso i laboratori che per altre attività applicate, come la terapia con i protoni e la trasmutazione nucleare. Il progetto è coordinato dal professor Gérard Mourou dell´École Polytecnique, considerato un pioniere nel campo dei laser ultraveolci, che dice: "Ican è un progetto spartiacque perché unisce le comunità del laser e della fisica delle alte energie. Credo che Ican sia un progetto ambizioso e audace, che illustra lo spirito innovativo dell´Ue". I laser possono fornire, in un intervallo di tempo molto breve (misurato in femtosecondi), scariche di energia e una potenza equivalente a mille volte la potenza di tutti gli impianti elettrici del mondo. Continua il professor Mourou: "Un´importante applicazione è la possibilità di accelerare le particelle fino alle alte energie in distanze molto brevi misurate in centimetri, invece di chilometri, come è il caso oggi con la tecnologia tradizionale. Questa funzione è di enorme importanza visto che sappiamo che oggi la fisica delle alte energie è limitata dalle dimensioni proibitive degli acceleratori (decine di chilometri) e costa miliardi di euro. Ridurre le dimensioni e i costi di molto è fondamentale per il futuro della fisica delle alte energie". Una significativa applicazione sociale di questa fonte è la trasformazione dei prodotti di scarto dei reattori nucleari, che a presente hanno emivite di centinaia di migliaia di anni, in materiali che durano molto meno (fino a decine di anni). Questo trasformerebbe radicalmente il problema della gestione dei rifiuti nucleari. Per maggiori informazioni, visitare: Cern - Organizzazione europea per la ricerca nucleare http://home.Web.cern.ch/ École Polytechnique http://www.Polytechnique.edu/jsp/accueil.jsp?code=36392593&langue=1  
   
   
L´ETICHETTATURA ENERGETICA IN UN SEMINARIO PRESSO LA CDC DI VERONA  
 
Verona, 6 giugno 2013 - Dal 2003 al 2009 il consumo medio degli apparecchi domestici venduti in Europa si è ridotto di quasi il 15% per i frigoriferi e del 10% per le lavastoviglie e le lavatrici. Solo per fare un esempio, le vendite di frigoriferi di classe A o superiore (A+) in Italia costituivano il 15% del totale dei frigoriferi venduti nel 2000 mentre hanno raggiunto quasi l’87% nel 2008. Uno dei principali risultati ottenuti dall’introduzione, fin dal 1992, dell’obbligo di dotare di un’etichetta energetica i principali elettrodomestici è stato infatti quello di promuovere la scelta di modelli con consumi sempre più contenuti ed elevate prestazioni e, conseguentemente, di favorire lo sviluppo tecnologico dei prodotti. Se si considera che, secondo stime dell’Enea – Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo sostenibile, i consumi di un frigocongelatore da 300 litri in classe A+++ (una delle classi energetiche di ultima introduzione) sono inferiori del 60% a quelli di un modello in classe A, e che quelli di lavatrici e lavastoviglie diminuiscono mediamente del 30% per le stesse classi di efficienza energetica, si può avere un’idea dell’impatto, in termini di risparmio sui costi dell’energia, che l’acquisto di elettrodomestici di maggiore impatto energetico può avere sui bilanci delle famiglie italiane. Di questo, ma non solo, si è parlato nel corso del seminario “La nuova normativa sull’etichettatura energetica”, che si è svolto ieri pomeriggio presso la Camera di Commercio di Verona. Il pomeriggio si è aperto con un intervento di Milena Presutto, dell’Unità Tecnica Efficienza Energetica dell’Enea, che ha illustrato le novità legislative in materia di etichettatura energetica introdotte dal D. Lgs. 104/2012, di recepimento della Direttiva comunitaria 2010/30/Ue, spiegando le principali modifiche previste: introduzione di tre nuove classi energetiche (A+, A++, A+++), obbligatorietà della dichiarazione del rumore, maggiore completezza delle schede di prodotto e della documentazione tecnica, neutralità linguistica delle etichette (i testi nelle varie lingue sono adesso sostituiti da pittogrammi che rendono evidenti ai consumatori in modo più immediato le caratteristiche e le prestazioni energetiche e funzionali degli apparecchi), indicazione dei consumi, sia di acqua che di energia, su base annua, calcolati su prove standard fissate dalla legislazione europea: tutto questo rende facilmente confrontabili gli apparecchi della stessa categoria, anche se il reale consumo energetico dipende poi ovviamente dalle condizioni quotidiane di utilizzo e può quindi variare rispetto ai valori indicati in etichetta. Nella seconda parte del seminario Simonetta Fumagalli, anch’essa dell’Unità Tecnica Efficienza Energetica dell’Enea, ha approfondito le caratteristiche della nuova etichetta energetica degli apparecchi di illuminazione, che diventerà obbligatoria a partire dal 1° settembre prossimo. Nel corso del suo intervento, la dott.Ssa Fumagalli ha brevemente illustrato anche le norme sulla progettazione eco-compatibile dei prodotti connessi all’energia, modificate dal D.lgs. 16.2.2011 n. 15, che ha recepito la Direttiva comunitaria 2009/125/Ue. La Direttiva stabilisce regole per la definizione dei requisiti tecnici ai quali i produttori dovranno attenersi, in fase di progettazione, per incrementare l’efficienza energetica dei propri prodotti e ridurne l’impatot ambientale durante tutto il ciclo di vita. Da questo punto di vista, elementi importanti nel ciclo di vita di un prodotto sono, per esempio, la selezione e l’impiego di materie prima, l’imballaggio il trasporto e la distribuzione, il consumo di materiali, energia, acqua e altre risorse, le emissioni in aria, acqua e suolo, l’inquinamento, i rumori, le vibrazioni e le radiazioni emesse, la possibilità di reimpiego e riciclaggio dei materiali. Le norme prevedono che tutti i prodotti connessi all’energia per circolare dovranno essere provvisti della marcatura Ce di conformità, a garanzia della rispondenza alle specifiche di progettazione ecocompatibile previste. “Le nuove norme – ha commentato Riccardo Borghero, Dirigente del Servizio Regolazione del Mercato – pongono specifici obblighi di informazione, attraverso la fornitura delle etichette e delle schede informative dei prodotti, a carico sia dei produttori che dei distributori degli elettrodomestici. Sull’osservanza di tali obblighi le Camere di Commercio saranno chiamate a svolgere attività di vigilanza, su incarico del Ministero dello Sviluppo Economico. Per questo motivo abbiamo voluto offrire agli operatori del settore – produttori e distributori – questo momento di approfondimento sul nuovo sistema di etichettatura”.  
   
   
CREMONA - IL CASO DELLE BIOENERGIE, INCONTRO IL 25 GIUGNO  
 
Cremona, 6 giugno 2013 - Lo Sportello Dinamo della Camera di Commercio di Cremona, dopo aver partecipato a due consorzi per l´ultima call Intelligent Energy Europe, organizza un evento registrato ed autorizzato dall´iniziativa Eusew (Settimana Europea per l´Energia Sostenibile) che si terrà il 25 giugno alle ore 17.00 presso il Politecnico di Milano - sede di Cremona - dal titolo “La questione energetica e il cambiamento climatico: il caso delle bioenergie”. Il cambiamento climatico è forse la problematica ambientale che negli ultimi anni ha registrato la maggior attenzione e attività da parte di istituzioni nazionali e internazionali. Il cambiamento climatico in atto deriva in massima parte dall’azione dell’uomo e in particolare dall’utilizzo di combustibili di origine fossile, come il petrolio, il gas e il carbone, per soddisfare la domanda di energia. Al cambiamento climatico si associano importanti mutamenti dei diversi ecosistemi con conseguenze dirette sulla vita delle popolazioni che in essi risiedono. Le bioenergie, fonti energetiche rinnovabili molto diffuse nel territorio cremonese, possono essere un tassello della strategia generale di lotta contro il cambiamento climatico, soprattutto se pianificate correttamente. L’evento, inserito nell’ambito della “Settimana dell’Energia Sostenibile” promossa dall’Unione Europea, vuole quindi presentare, in modo semplice e divulgativo, il cambiamento climatico, le implicazioni ambientali dell’uso dell’energia e la produzione energetica verde da bioenergie. Al termine delle presentazione sarà organizzata una visita guidata presso il laboratorio della Fabbrica della Bioenergia. L’incontro è indirizzato all’intera cittadinanza. Per motivi organizzativi è richiesta le conferma di partecipazione. L’evento è gratuito e aperto a tutti. Per prenotazioni: La Fabbrica della Bioenergia Mail: info@fabbricabioenergia.It Web: http://www.fabbricabioenergia.it/  
   
   
MORATORIA; DE FILIPPO: RIPETEREMO IL NOSTRO NO DI VOLTA IN VOLTA  
 
Potenza, 6 giugno 2013 - "Rispettiamo la decisione della Consulta, ma la nostra posizione non cambia". Lo ha detto il presidente della Regione Basilicata, Vito De Filippo, commentando la decisione della Corte Costituzionale circa la così detta "moratoria" sulle estrazioni petrolifere. "Riteniamo che qualunque attività legata alle estrazioni di idrocarburi in aree al di fuori di quelle già individuate non sia sostenibile per l´ambiente e per lo sviluppo ordinato e armonico della Basilicata. E se ci chiedono di non dire questo in una legge a carattere generale, ma di esprimerlo volta per volta, è quello che faremo, o meglio quello che continueremo a fare spiegando queste ragioni in ogni atto di mancata intesa esattamente come fatto dell´approvazione della legge ad oggi".  
   
   
CAMPOBASSO - SELEZIONE PROGETTI DI EFFICIENZA ENERGETICA E AMBIENTALE  
 
Campobasso, 6 giugno 2013 - Aiuti alle imprese in materia di risparmio energetico: assistenza per check-up energetici e studi di fattibilità finalizzati alla realizzazione di azioni di miglioramento dell’efficienza energetica e/o di impianti basati su fonti rinnovabili. Queste le iniziative che la Camera di Commercio di Campobasso sta promuovendo con l’avviso pubblico per la selezione di progetti di efficienza energetica ed ambientale. Destinatarie sono le microimprese della provincia di Campobasso alle quali la Camera di Commercio erogherà il servizio di assistenza mettendo a disposizione professionisti in possesso di specifiche competenze. Per la realizzazione dell’iniziativa è previsto il riconoscimento di un contributo pari al 50% delle spese documentate, fino ad un massimo di € 3.000,00 per ciascuna impresa. “Con questi interventi vogliamo essere vicini alle imprese del nostro territorio e accompagnarle nel processo, ormai inevitabile e necessario, di rilettura delle proprie attività orientandole al risparmio energetico e alla conseguente ottimizzazione dei costi legati all’approvvigionamento e/o utilizzo delle risorse energetiche” –afferma il Presidente della Camera di Commercio di Campobasso Amodio De Angelis, che ribadisce, così, l’importanza di fornire gli strumenti necessari al tessuto imprenditoriale locale per migliorare le proprie performance, guardando in maniera proattiva agli obiettivi ambiziosi di Europa 2020. Le imprese interessate a partecipare alla selezione dovranno compilare la domanda utilizzando, a pena di esclusione, l’apposita modulistica disponibile sul sito http://www.cb.camcom.gov.it/ Si ricorda che la relativa documentazione richiesta dovrà essere raccolta e trasmessa in un unico file, il cui invio dovrà avvenire obbligatoriamente a mezzo Pec ( cciaa@cb.Legalmail.camcom.it ) da una Pec a partire dalle ore 10:00 del giorno 12/6/2013 e fino alle ore 14:00 del giorno 26/6/2013. L’oggetto del messaggio di posta elettronica, inoltre, dovrà contenere l’indicazione “Avviso Pubblico Per La Selezione Di Progetti Di Efficienza Energetica Ed Ambientale”, nonché il nominativo della ditta a cui la domanda si riferisce, pena l’esclusione della domanda. Per prendere visione del bando e della modulistica è possibile visitare il sito camerale. Per ulteriori informazioni: Ufficio “Promozione e Sviluppo del Territorio” Tel. 0874471605, e-mail sviluppo.Locale@cb.camcom.it  
   
   
TERREMOTO/EMILIA LA REGIONE SOSPENDE OGNI DECISIONE SU RICERCA E COLTIVAZIONE IDROCARBURI NELLE AREE COMPRESE DAL CRATERE FINO A QUANDO NON SARANNO NOTI I RISULTATI DELLA COMMISSIONE SCIENTIFICA.  
 
Bologna, 6 giugno 2013 – La Regione sospenderà ogni decisione in merito alla ricerca e coltivazione di idrocarburi nelle aree colpite dal terremoto. La sospensione fino a quando non saranno noti i risultati della Commissione scientifica su possibili relazioni tra attività di esplorazione e aumento della attività sismica. È questa la decisione della Giunta della Regione Emilia-romagna presa nell’ultima seduta. “E’ un atto - ha sottolineato l’assessore regionale alle Attività produttive Gian Carlo Muzzarelli - di responsabilità verso il territorio e le popolazioni. Un atto oerente con le decisioni già assunte in passato” Il provvedimento prevede di sospendere, nel rispetto del principio di precauzione, qualsiasi decisione in merito ai progetti di ricerca e coltivazione degli idrocarburi che riguardino i territori colpiti dal sisma del maggio scorso e compresi nel cratere. Questa sospensione fino a quando “non sarà noto l’esito della Commissione tecnico–scientifica istituita per la “valutazione delle possibili relazioni tra attività di esplorazione per gli idrocarburi e aumento di attività sismica nell’area colpita dal terremoto dell’Emilia-romagna nel mese di maggio 2012”. La delibera sarà trasmessa anche alla ministero dello Sviluppo economico.  
   
   
PREZZARIO: SERVIZIO INNOVATIVO PER I PROFESSIONISTI ABRUZZO TRA LE PRIME REGIONI CON TECNOLOGIA AVANZATA  
 
L´aquila, 6 giugno 2013 - "La Regione Abruzzo è fra le prime in Italia ad aver adottato un Prezzario rispondente alle più avanzate tecnologie costruttive ed adeguato alle più recenti normative ed alle piattaforme condivise nei tavoli nazionali. Le oltre 17.000 voci proposte sono improntate sia all´innovazione dei processi costruttivi sia al rispetto dell´ambiente, della sicurezza e del territorio". Lo ha detto l´assessore ai Lavori pubblici, Angelo Di Paolo presentando ieri, all’ Aquila il Nuovo Prontuario: "Prezzi Informativi delle Opere Edili nella Regione Abruzzo" approvato con Deliberazione n. 385 del 27/05/2013 dalla Giunta Regionale. Si tratta dell´atto terminale di un lungo iter procedurale (dall´ideazione nel 2008 fino al 2013, passando per gli adeguamenti del sisma 2009) necessario a valutare tutti i dettagli al fine di sviluppare uno strumento adeguato, che resterà valido negli anni a venire."Rappresenta - ha aggiunto l´assessore Di Paolo - un punto di riferimento, certo e condiviso, di come garantire l´innalzamento della qualità delle opere pubbliche e la sicurezza dei cantieri, un esempio a livello nazionale con una particolare attenzione alle problematiche ambientali e della sicurezza dei lavoratori, studiato al fine di favorire ulteriormente la fase di ricostruzione degli edifici danneggiati e distrutti dal terremoto". Partendo dalla necessità di sostituire il precedente prezzario, approvato nel novembre 2000, l´Assessorato Regionale ha coinvolto le rappresentanze di tutti i portatori di interesse, tanto nella fase di predisposizione della documentazione quanto nella fase di verifica ed approvazione. Sono stati interessati gli organismi tecnici e le parti sociali in ambito regionale, individuati nella struttura del Ce.re.mo.co. (Centro Regionale di Monitoraggio e Controllo) e del C.r.t.a. (Comitato Regionale Tecnico - Amministrativo) - Sezione Ll.pp., che hanno entrambi espresso parere favorevole. Sono stati proposti numero otto capitoli di nuove voci con i relativi prezzi comprovati da specifiche analisi, quale elaborazione del Nuovo Prontuario, così distinto: 1) P. Opere Provvisionali; 2) S. Sicurezza; 3) L. Sondaggi E Prove Di Laboratorio; 4) E. Edilizia - Opere Civili; 5) R. Recupero Edilizio E Consolidamento Statico; 6) U. Infrastrutture - Opere Di Urbanizzazione; 7) Im. Impianti Tecnologici; 8) El. Impianti Elettrici. L´elenco delle voci e delle analisi prezzi, unitamente a tutti gli strumenti di esercizio del prontuario saranno gestiti dalla Direzione Lavori Pubblici - Servizio Tecnico Regionale dei Ll.pp. - mediante "database" informatico dedicato. Sul sito Internet della Giunta Regionale d´Abruzzo verrà pubblicato l´elenco delle voci per la libera consultazione ed acquisizione, unitamente all´Indice, alle Avvertenze Generali ed alle Norme di Misurazione. L´elenco delle analisi prezzi resterà a disposizione della Direzione Lavori Pubblici - Servizio Tecnico Regionale dei Ll.pp. - il quale provvederà con propria determinazione ad illustrare le procedure necessarie per la specifica consultazione ed acquisizione da parte degli interessati che ne facciano richiesta. Il precedente prontuario si intende valido per un periodo pari a 6 mesi dalla data di pubblicazione della deliberazione sul Bollettino Ufficiale della Regione Abruzzo. Risulta pertanto un periodo transitorio nel quale poter utilizzare entrambi i prezzari. Ciò è dettato dall´esigenza di favorire gli utenti che si trovano con progettazioni già avviate e computate ma ancora in fase di approvazione. Nella veste di componenti del Ce.re.mo.co. Hanno dato il loro fattivo contributo associazioni come A.n.c.i., A.n.c.e., Apiedil, A.r.a., C.n.a., Confartigianato, Unitel, U.p.i.; Federazioni Regionali degli Ordini di Architetti, Ingegneri e Geologi così come dei Collegi di Geometri e Periti Industriali; Rappresentanze sindacali quali Feneal - Uil, Filca - Cisl, Fillea - Cgil e Ugl Edilizia. La Direzione Lavori pubbblici ha coordinato e diretto entrambe le fasi di predisposizione e di approvazione. Il C.r.t.a., Comitato Tecnico ? Amministrativo operante in seno alla Direzione ha espresso parere favorevole sui singoli capitoli di riferimento.  
   
   
COSTRUZIONI I TRIMESTRE: FATTURATO -3,9%, ARTIGIANI IN SOFFERENZA MENO NEGATIVE LE PREVISIONI DEGLI IMPRENDITORI ORDINI -3,5%, OCCUPAZIONE -1,2%. A VICENZA, PADOVA E TREVISO INDICATORI PEGGIORI  
 
Venezia, 6 giugno 2013 – Nel primo trimestre 2013, sulla base dell’indagine Venetocongiuntura, il fatturato delle imprese di costruzioni ha registrato una flessione del -3,9% rispetto allo stesso periodo del 2012 (-2,8% a fine 2012). L’analisi congiunturale sul settore delle costruzioni, promossa congiuntamente da Ceav (Cassa Edile Artigiana Veneta) e Unioncamere del Veneto, è stata effettuata su un campione di 600 imprese con almeno un dipendente. Dopo un rimbalzo positivo nella prima parte del 2011, a partire dal 2012, e soprattutto nel primo trimestre 2013, si registra un ulteriore rallentamento che non lascia ben sperare, sottolineando la debolezza del settore dinnanzi alla crisi che investe non solo l’edilizia, ma anche la domanda privata delle famiglie e quella pubblica, ingessata dal patto di stabilità. Sulla dinamica particolarmente negativa del fatturato ha influito pure la condizione meteorologica che, nei primi mesi dell’anno, ha visto un andamento anomalo del tempo, con molte più giornate di fermo cantiere rispetto al passato. Ad essere caratterizzati dal segno meno sono tutti gli indicatori e a preoccupare sono soprattutto i dati relativi al sistema artigiano e delle piccole imprese. I dati tendenziali riferiti al settore artigiano indicano infatti una flessione del -4,1% del fatturato, mentre per le imprese non artigiane la diminuzione è del -2,6%, in quest’ultimo caso comunque doppia rispetto al trimestre precedente. Dal punto di vista territoriale il volume d’affari ha dimostrato dinamiche negative in tutte le province con un calo più limitato a Belluno (-2,3%), Verona e Venezia (-2,5%). Particolarmente negativi invece gli indicatori per Vicenza (-6,2%), Padova (-5,6%) e Treviso (-5,4%). Alessandro Bianchi, presidente Unioncamere del Veneto «Nel primo trimestre dell’anno l’andamento congiunturale dell’industria delle costruzioni è stato caratterizzato da un nuovo balzo all’indietro, che ha cancellato i timidi segnali di recupero emersi nei tre mesi precedenti. Nel periodo gennaio-marzo 2013 il rallentamento del fatturato nelle costruzioni, addirittura più marcato rispetto all’ultimo scorcio 2012, è stato determinato soprattutto dalla flessione del comparto artigiano. Notizie meno negative giungono invece dalle aspettative degli imprenditori che, come nel caso del settore industriale, stanno evidenziando segnali più incoraggianti di una possibile inversione della tendenza in atto. I segnali di ripresa attesi da tempo stanno tardando ad arrivare. L’auspicio è che gli incentivi statali relativi alle energie rinnovabili e alle ristrutturazioni e gli incentivi regionali per il recupero delle strutture alberghiere possano innescare nel 2013 un vero recupero rispetto al 2012, in modo da far ripartire tutte le filiere del sistema casa». Virginio Piva, presidente Ceav «L’unico mercato che oggi permette di guardare al futuro è quello della ristrutturazione e del recupero urbano. Bene ha fatto il Governo a prorogare gli incentivi, ma la proroga vale solo fino a fine anno, mentre le nostre imprese hanno bisogno di certezze per il futuro, soprattutto per poter garantire l’occupazione. E’ necessario che il Governo promuova azioni strutturali e non episodiche e che la Regione prosegua nei disegni di leggi regionali a sostegno del settore. Le nostre imprese ne hanno bisogno». Ordini In linea col trimestre precedente (-3%), gli ordini hanno subito un rallentamento del -3,5%. Permane differenziato il dato tra settore artigiano (-3,6%) e non artigiano (-2,5%). Le piccole imprese sono quelle più penalizzate (-4,1%), più stabili i dati relativi alle imprese di media e grande dimensione (-3%). A livello territoriale tutte le province evidenziano difficoltà, con punte particolarmente negative a Vicenza (-5,1%) e Padova (-4,9%). Meno pesante la situazione a Belluno (-1,6%). Prezzi Dopo l’aumento nei mesi precedenti, i prezzi sembrano segnare leggermente il passo (+3%), ovvero -0,4 p.P. Rispetto al trimestre precedente. L’aumento è sentito in modo differente dalle imprese, con quelle di piccola dimensione che presentano una dinamica peggiore (+3,5%) rispetto alle medie (+2,6%) e grandi (+2,5%). Uniforme il sentiment a livello provinciale, segno che la crisi è generale e diffusa su tutto il territorio veneto. Occupazione Ancora negativo l’indicatore dell’occupazione con una flessione del -1,2%, leggermente inferiore al trimestre precedente (-1,7%), ma con una differenziazione accentuata tra settore artigiano (-1,5%) e non artigiano (+1,1%). A fronte di una dinamica fortemente negativa per le imprese di piccola e media dimensione (-4,3% e -0,7%), fa da contraltare l’incremento per le imprese di grandi dimensioni (+2,5%), segno che la grande impresa è l’unica in grado di reggere la pressione negativa del mercato. Dal punto di vista territoriale, l’unica provincia con segno positivo è ancora Belluno (+5,9% dopo il +1,8% precedente), stabile Treviso (+0,2%), mentre i valori occupazionali più negativi sono a Verona (-4,3%) e Vicenza (-4,2%). Previsioni Prosegue la tendenza negativa ma con una progressiva e lenta riduzione dell’indicatore generale. Rispetto al saldo del quarto trimestre (-31,4 p.P.), il primo trimestre 2013 ha fatto registrare per il fatturato un -21,7 punti percentuali. Migliori anche le aspettative negative per gli ordini (-16,1 p.P. Contro -21,5 p.P.), peggiorano lievemente quelle per l’occupazione (-4,6 p.P. Contro -4 p.P.).  
   
   
VENEZIA 10 GIUGNO: INCONTRO UNIONCAMERE DEL VENETO COL VICEPRESIDENTE DELLA COMMISSIONE EUROPEA ANTONIO TAJANI  
 
Venezia, 6 giugno 2013 – Unioncamere del Veneto – Eurosportello Veneto organizza un tavolo di lavoro con Antonio Tajani, Commissario Europeo per l’Industria e l’Imprenditoria e vicepresidente della Commissione Europea, in programma lunedì 10 giugno, a partire dalle ore 15.00, presso la sede di Unioncamere del Veneto, Pst Vega via delle Industrie 19/C Marghera-venezia. L’incontro, al quale prenderanno parte anche Luca Zaia, presidente della Regione Veneto, e Alessandro Bianchi, presidente Unioncamere del Veneto, vuole approfondire assieme ad imprese ed enti locali alcuni temi relativi a ritardi dei pagamenti alle imprese, made in a garanzia dei consumatori, sviluppo e crescita economica, accesso al credito. La presenza del Commissario, che porterà le posizioni e novità a livello europeo, rappresenta un’importante occasione per avanzare concrete proposte sugli argomenti di discussione. All’incontro, che metterà insieme esponenti delle istituzioni e aziende private, sono stati invitati fra gli altri i rappresentanti del Sistema camerale regionale, i sindaci dei Comuni capoluogo del Veneto, i presidenti delle Province del Veneto, le associazioni regionali di Confartigianato, Confederazione Italiana Agricoltori, Confagricoltura, Confcommercio, Confindustria, Confesercenti, Associazione Artigiani Riuniti, Confapi, Confcooperative, Associazione Allevatori, Legacoop, Veneto Agricoltura, Associazioni Consumatori, Ance, Anci. Programma: 15:00 Saluti di apertura - L´europa per lo sviluppo, per l´impresa e per il Veneto, Alessandro Bianchi – Presidente Unioncamere del Veneto, Luca Zaia – Presidente Regione Veneto. 15.15 Tavolo di discussione e interventi programmati con i rappresentanti degli enti del territorio e imprese venete. Antonio Tajani – Vicepresidente della Commissione Europea e Commissario Europeo Dg Industria e Imprenditoria. 16.00 Chiusura lavori.  
   
   
MILANO - IN CRESCITA L´EXPORT LOMBARDO VERSO I PAESI DEL GOLFO  
 
Milano, 6 giugno 2013 - Cresce l’export lombardo verso i Paesi del Golfo: passa dai 3,2 miliardi di euro del 2011 ai circa 3,9 del 2012 con una crescita del +19,5%. E la Lombardia pesa in Italia con il 32% del totale dell’export nazionale ed il 29% dell’import. Tra i Paesi dell’area è il Qatar il principale mercato (65,9%, oltre 2 miliardi) per importazioni mentre per export primi sono gli Emirati Arabi (43%, 1,7 miliardi) anche se è il Kuwait a registrare la crescita maggiore in un anno +51,2%. Seconda è l’Arabia Saudita (29,5% dell’import lombardo dai Paesi del golfo, 30,8% dell’export). La Lombardia esporta soprattutto prodotti manifatturieri (99,7%) tra macchinari ed apparecchi (37,3% dell’export manifatturiero), metalli (16,6%) e apparecchi elettrici (9,5%) mentre dall’area del Golfo arrivano soprattutto petrolio greggio e gas naturale (circa 2,5 miliardi di euro su un import totale di 3,1) e sostanze e prodotti chimici (555 milioni di euro). Il Qatar il Paese che pesa di più in termini di import petrolifero: arriva da quel regno infatti l’82% dell’import regionale, +7,6% in un anno. Tra le province Milano è prima sia per import (71% lombardo) che per export (44% lombardo), seguita da Mantova per import (19%) e da Varese per export (16%). Emerge da un’elaborazione Camera di Commercio di Milano su dati Istat al quarto trimestre 2012 e 2011. E di rapporti con i Paesi del Golfo si è parlato oggi nel corso della Conferenza internazionale “The Gulf Monarchies: a new momentum after the arab spring?” organizzata da Promos, azienda speciale della Camera di Commercio di Milano, Ispi ed Intesa Sanpaolo. “La crescita dell’export lombardo verso i Paesi del Golfo - ha dichiarato Alberto Luigi Molinari, consigliere della Camera di Commercio di Milano – conferma quest’area come un interlocutore economico di rilievo per il nostro territorio, un’area dalla quale importiamo soprattutto materie prime ma verso la quale esportiamo i prodotti delle nostre eccellenze manifatturiere. L’incontro di oggi rappresenta un’occasione importante per parlare dei cambiamenti in atto in questi Paesi e delle ripercussioni che questi potranno avere sul futuro delle nostre relazioni economiche”.  
   
   
ACCESSO AL CREDITO PMI. ZAIA: “GLI ISTITUTI BANCARI NON SIANO UN OSTACOLO DA SUPERARE PER GLI IMPRENDITORI”  
 
  Venezia, 6 giugno 2013 - “E’ un percorso troppo impervio quello che le aziende venete debbono affrontare per accedere al credito e acquisire le risorse necessarie ormai non più solo per mantenere un minimo di competitività sul mercato, ma addirittura per sopravvivere. Semplificazione delle regole, superamento dei vincoli capestro per ottenere i finanziamenti, banche più “amiche” e non ostacoli da superare: sono queste le condizioni essenziali per consentire alle nostre piccole e medie imprese di fronteggiare questo lungo periodo di crisi”. Lo afferma il presidente della Regione del Veneto, Luca Zaia, riferendosi all’indagine condotta dalla Confindustria di Padova, dalla quale emerge che per sei aziende su dieci l’accesso al credito è sempre più difficile, colpendo soprattutto le imprese più piccole e con minor numero di addetti. “Il sondaggio – prosegue Zaia – descrive una situazione di difficoltà di rapporti con gli istituti bancari, a causa dei costi elevati delle operazioni, dei tassi elevati, delle eccessive garanzie richieste. Troppe sono le domande respinte dalle banche, sia per il fabbisogno corrente, sia per gli investimenti, ai quali non pochi imprenditori, con grande coraggio, decidono di esporsi, nonostante il momento di estrema difficoltà economica, scommettendo sulla ripresa e sulle capacità della propria azienda di presidiare il mercato di riferimento. Le banche non possono sottrarsi dall’impegno di offrire strumenti di sostegno al nostro tessuto produttivo”. “Dagli istituti bancari ci attendiamo che facciano la loro parte così come la Regione sta facendo la sua – conclude il presidente Zaia –, mettendo in gioco tutte le risorse possibili, nonostante i dolorosi tagli che lo Stato infligge al nostro bilancio. Si tratta di risorse reali che abbiamo messo a disposizione, ad esempio, con la ‘Misura Anticrisi’ varata dalla Giunta regionale a metà dello scorso anno e grazie alla quale, con un piano di intervento di Veneto Sviluppo, sono concedibili finanziamenti agevolati fino alla fine del 2013. Ma voglio ricordare anche il portafoglio di 127 milioni di finanziamenti destinati alle piccole e medie imprese mediante lo strumento finanziario denominato ‘tranched cover’, che presto rafforzeremo attraverso un una nuova e più consistente quota”.  
   
   
ODCEC DI MILANO E COMUNE DI SAN DONATO: NASCE LO SPORTELLO PER CITTADINI E IMPRESE SIGLATO ACCORDO PER UN NUOVO SERVIZIO DI CONSULENZA GRATUITA  
 
Milano, 6 giugno 2013 – L’ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Milano prosegue la propria mission di presenza concreta e fattiva sul territorio e inaugura il 7 giugno un nuovo servizio di consulenza gratuita, nato dalla sinergia tra Ordine e Comune di San Donato Milanese: lo Sportello per il cittadino e le imprese. L’intesa – che prevede anche l’apertura di uno sportello istituzionale dell’Ordine di Milano per incrementare la comunicazione e l’offerta di servizi agli iscritti – è il frutto della comune volontà di creare un canale tra società civile e professionisti, per fornire assistenza su temi prioritari per cittadini e imprese: adempimenti per la dichiarazione dei redditi, start up di aziende, strumenti di finanza agevolata, gestione di tematiche complesse come controversie tra soci e crisi d’impresa. “L’ordine dei Commercialisti di Milano da sempre ha tra i suoi principali obiettivi quello di mettere il sapere e le competenze degli iscritti a disposizione del territorio – dichiara Alessandro Solidoro, presidente Odcec Milano – È quindi motivo di grande soddisfazione l’accordo siglato con il Comune di San Donato Milanese, da cui nasce un riferimento importante per i cittadini e le aziende”. “Con questa prestigiosa partnership – spiega il sindaco di San Donato Milanese Andrea Checchi – ampliamo ulteriormente la gamma di consulenze gratuite rivolte ai nostri cittadini e alle nostre imprese. La collaborazione con l’Ordine dei Commercialisti di Milano, infatti, va a impreziosire quelle siglate in precedenza con l’Ordine degli Avvocati e con il Consiglio Notarile. I sandonatesi che si trovano a dover fronteggiare questioni importanti per la loro vita privata o professionale, in questo modo, possono contare sul parere qualificato dei massimi esperti nelle diverse materie che tanto incidono sulla quotidianità di tutti noi”. Lo sportello – che avrà cadenza mensile – prenderà il via venerdì 7 giugno dalle 10 alle 12.30 a San Donato Milanese presso Cascina Roma, piazza delle Arti 2.  
   
   
IL MERCATO DEL LAVORO NELLA PROVINCIA DI CROTONE, II TRIMESTRE 2013  
 
Crotone, 6 giugno 2013 - L’ufficio Studi della Camera di Commercio di Crotone ha elaborato i dati dell’ultima indagine campionaria a cadenza trimestrale sulla domanda di lavoro espressa dalle imprese dell’industria e dei servizi, realizzata da Unioncamere e dal Ministero del Lavoro nell’ambito del Sistema Informativo Excelsior, relativi alle previsioni occupazionali per il Ii trimestre 2013. L’elaborazione di tali dati a cadenza trimestrale, consente alla Camera di Commercio, attraverso il suo Ufficio Studi, di intensificare il monitoraggio sul mercato del lavoro, rendendo ancora più tempestivo e puntuale lo scenario previsionale dell’occupazione nel sistema imprenditoriale provinciale. I dati contenuti, sono elaborati sulla base di interviste realizzate direttamente con gli imprenditori del territorio, ai quali viene richiesto di fornire le previsioni occupazionali; nello specifico, si tratta dei dati trimestrali sulle assunzioni programmate dalle imprese della provincia di Crotone nel periodo aprile - giugno 2013. In sintesi, i dati evidenziano una movimentazione di 600 nuove entrate e 280 cessazioni dovute per il 61,1% a scadenza di contratto e per l’1,5% a pensionamento. Il saldo tra movimenti in Entrata ed in Uscita è pari a 330 nuove assunzioni. Delle 600 unità in entrata nel Ii trimestre del 2013, il 64,5% (pari a 390) avrà carattere “stagionale”. Ben l’81,8% delle assunzioni, avverrà nel settore Servizi e solo il 18,2% nel comparto dell’Industria. Al 69,2% dei futuri occupati sarà richiesta una specifica esperienza di lavoro nel settore di attività dell’impresa o nella professione che sarà chiamato a svolgere. Per il 6,2% delle figure da assumere le imprese segnalano difficoltà nel reperimento. Nel 15,8% dei casi si tratterà di personale immigrato. Relativamente al livello di istruzione, le nuove assunzioni previste, riguarderanno nel 40,3% dei casi lavoratori in possesso di un diploma; a seguire, nel 19,5% dei casi lavoratori in possesso di qualifica professionale. La richiesta di laureati interesserà solo il 5,2% del totale. Ben il 64,3% delle assunzioni previste interesserà figure impiegatizie e terziarie (Impiegati, professioni commerciali e nei servizi); il 15,5% si concentrerà su Operai specializzati e conduttori di impianti e macchine; l’11,2% interesserà Professioni non qualificate; solo il 9% coinvolgerà Dirigenti, Professionisti specializzati e tecnici. Per quanto riguarda le tipologie contrattuali, su un totale di 640 lavoratori complessivi in ingresso, il 96,5% delle nuove assunzioni interesserà lavoratori alle dipendenze. Di questi, il 60,9% circa sono contratti stagionali; il 33,5% non stagionali ed il rimanente 2% lavoratori interinali; per l’1,9% si tratterà di collaboratori con contratti a progetto; l’1,6% lavoratori non alle dipendenze, sostanzialmente collaboratori a Partita Iva e lavoratori occasionali. “La stagione estiva ormai prossima consente di registrare un saldo nettamente positivo in termini occupazionali, con un saldo di ben 330 nuove assunzioni previste dalle imprese - commenta il presidente dell’Ente camerale Vincenzo Pepparelli - tuttavia, non bisogna abbassare la guardia sulla necessità di individuare e mettere in campo idonee misure di sostegno all’occupazione da parte di tutti gli attori istituzionali del nostro territorio che, più di altri, registra livelli critici di disoccupazione giovanile”. I dati completi sono disponibili sul sito web della Camera di Commercio di Crotone e sul sito della rete degli uffici Studi e Statistica camerali (www.Starnet.unioncamere.it) alla sezione Territorio-crotone.  
   
   
STATISTICA. I CONSUMI IN VENETO  
 
Venezia, 6 giugno 2013 - Lo sviluppo economico, che il nostro Paese ha conosciuto fino a qualche anno fa, ha sicuramente contribuito ad una crescita generale dei livelli di consumo. Il sopraggiungere della crisi ha posto un freno a questo processo e, se da un lato le famiglie si trovano ad affrontare rinunce e limitazioni, dall´altro dimostrano la capacità di adattarsi alle nuove condizioni, di saper cambiare, di differenziare rispetto al passato obiettivi e percorsi personali. Vengono messi in atto nuove strategie e comportamenti di consumo per spendere meno, ma anche più attenti, responsabili e ragionati, più sostenibili. Al tema dei consumi è dedicato l’ultimo numero di “Statistiche flash”, la pubblicazione periodica curata dalla Direzione Sistema Statistico della Regione e consultabile sul sito www.Regione.veneto.it alla voce “Statistica”. L´analisi della spesa per consumi e dei comportamenti di acquisto consente di tracciare un quadro delle condizioni di vita delle famiglie e di capire come lo stile di vita stia cambiando: quanto si spende, cosa si compra, quali le difficoltà ad arrivare a fine mese, come cambiano le priorità familiari, la ricerca di nuovi equilibri, l´accesso ad alternativi canali di vendita anche grazie alla diffusione delle nuove tecnologie. Nel 2011 le famiglie venete hanno speso in media 2.903 euro al mese per acquistare beni e servizi necessari a soddisfare le esigenze del vivere quotidiano, un valore che continua a mantenersi tra i più alti a livello regionale, secondo solo alla Lombardia, e decisamente superiore alla media nazionale (2.488 euro). Tuttavia, osservando l´andamento della spesa per consumi dal 1997 al 2011, rivalutata ai prezzi dell´ultimo anno, emerge un trend decrescente che segna proprio nel 2011 la peggiore performance dell´intero periodo considerato. Le famiglie venete consumano oggi il 7,5% in meno rispetto a quindici anni fa e il 12% in meno rispetto al 2007, periodo di massima espansione economica nella nostra regione. Nel 2012 il dato a livello nazionale indica un ulteriore rallentamento dei consumi, in calo dell´1,6% rispetto all´anno precedente, a causa anche della perdita del potere d´acquisto delle famiglie (-4,8%).  
   
   
OM CARRELLI: ESCE DI SCENA FRAZER NASH. CAROLI: VERIFICHEREMO RESPONSABILITÀ  
 
Bari, 6 giugno 2013 - Si é tenuto in data 5 giugno a Roma presso il Ministero dello Sviluppo Economico l´incontro relativo alla vertenza Om Carrelli Elevatori di Bari, alla quale ha partecipato per la Regione Puglia l´Assessore al Lavoro, Leo Caroli. L´incontro ha segnato la definitiva uscita di scena dalla trattativa della inglese Frazer Nash che pure ne aveva chiesto lo slittamento per consentire la presenza dei vertici aziendali. L´assessore ha stigmatizzato così tale comportamento: "L´assenza al tavolo dei vertici Kion é molto grave, ma ancora di più é quella dell´Amministratore Delegato della Frazer Nash che aveva chiesto lo spostamento dell´incontro alla data odierna, proprio per potervi partecipare personalmente. Entrambi gli atteggiamenti denotano una mancanza di rispetto nei confronti del Governo e delle istituzioni italiane, assolutamente inaccettabile. Il fatto che si tratti in entrambi i casi di aziende che fanno parte di multinazionali non italiane conferma tristemente il sospetto che, non supportate da qualunque senso della responsabilità sociale di impresa, le stesse si muovano in una pura e crudele logica della massimizzazione dei rispettivi profitti. Di più, l´annuncio definitivo della cessazione di ogni rapporto tra le aziende, che fa svanire il progetto industriale Frazer Nash, rappresenta una autentica canagliata nei confronti dei lavoratori, in disprezzo degli accordi e degli impegni assunti per la reindustrializzazione. Tale tradimento, ben oltre i risvolti etici e morali, é prima ancora una inadempienza ad impegni giuridicamente rilevanti, e per tali motivi abbiamo già dato mandato alla Avvocatura di accertare i presupposti di una azione di risarcimento per il mancato rispetto degli stessi." La riunione si é conclusa per un verso con l´impegno da parte di Om a proseguire il processo di reindustrializzione del sito di Modugno e per altro con l´intesa delle parti di reincontrarsi al tavolo del Ministero del Lavoro in un incontro che Ministero dello e Regione Puglia si sono impegnate a ottenere quanto prima. "Occore fare in fretta" - ha affermato l´Assessore Caroli - "per assicurare la prosecuzione della Cigs e garantire una copertura sociale agli oltre 220 lavoratori."  
   
   
ZAIA: “L’ACCORDO LUXOTTICA-SINDACATI UN VIRTUOSO ESEMPIO DI NUOVA FRONTIERA DELLA CONTRATTAZIONE”.  
 
Venezia, 6 giugno 2013 - “Il modello di welfare aziendale che esce rafforzato dal recente accordo fra il gruppo Luxottica e i sindacati è un esempio virtuoso di nuova frontiera della contrattazione”. E’ questo il commento del Presidente della Giunta regionale del Veneto, Luca Zaia, all’intesa fra il gruppo veneto e i rappresentanti dei dipendenti. “Investire sulla famiglia del lavoratore, fornirle un concreto aiuto per affrontare il quotidiano e la formazione professionale e intellettuale dei figli, non soltanto innova i tradizionali e forse un po’ usurati schemi del confronto fra le parti – aggiunge Zaia - ma crea un rapporto di fidelizzazione del lavoratore all’impresa, alimenta un clima di reciproca fiducia, rende più solido il rapporto fra dipendenti e management. Ciò che è determinante, sia per il raggiungimento degli obiettivi, sia per il reciproco sostegno nei momenti di crisi, quando diventano indispensabili unità di intenti e reale solidarietà”. “Credo che il modello Luxottica non soltanto dovrebbe essere adottato da tutte le imprese – conclude Zaia - ma che debba entrare anche nella grammatica delle parti sociali in un momento di crisi come l’attuale, nel quale il rivendicazionismo non basta più e dobbiamo tutti insieme rimboccarci le maniche. Come hanno dimostrato il 1. Maggio sindacati e imprese manifestando insieme sullo stesso palco”.  
   
   
LETTA: TRENTO CAPITALE DELL´INNOVAZIONE ITALIANA  
 
Trento, 6 giugno 2013 - Il presidente del Consiglio Enrico Letta ha inaugurato l’ 1 giugno Techpeaks, l´acceleratore internazionale di talenti made in Trentino che creerà 100 startup in quattro anni. Rivolgendosi ai 72 giovani talenti del programma, Letta ha dichiarato "anche noi del governo siamo startupper in fondo, abbiamo il vostro stesso entusiasmo e determinazione". Per il presidente della Provincia autonoma di Trento Alberto Pacher "il Trentino punta sulle eccellenze e pone la sua autonomia al servizio del Paese". Fausto Giunchiglia, presidente di Trento Rise (il polo dell´innovazione Ict promotore di Techpeaks) ha commentato: "Techpeaks ci permetterà di creare imprese innovative che contribuiranno a rendere la società migliore per i nostri figli". Un incontro all´insegna dell´innovazione, del merito e dell´occupazione giovanile quello tenutosi questa mattina al Teatro Cuminetti tra il presidente Letta, i giovani talenti del programma Techpeaks e le autorità locali. "Ancora una volta Trento è capitale dell´innovazione in Italia. C´è moltissimo da fare in questo Paese e un programma come Techpeaks è un bellissimo stimolo per noi del governo - ha dichiarato il presidente Letta - Anche noi siamo startupper in fondo, e abbiamo il vostro stesso entusiasmo e determinazione". Letta ha voluto sottolineare la necessità per l´amministrazione pubblica di accelerare e snellire le procedure per sostenere l´imprenditoria giovanile. "L´agenda Digitale è una missione centrale per il nostro governo". Il presidente della Provincia autonoma di Trento Alberto Pacher, da parte sua, ha rimarcato l´importanza dell´imprenditoria giovanile per energizzare e dare nuova linfa al tessuto produttivo locale. "Qui in Trentino puntiamo sull´eccellenza, abbiamo importanti centri di ricerca e di alta formazione e mettiamo la nostra autonomia al servizio del Paese - ha dichiarato Pacher - Per questo vogliamo essere parte del processo innovativo nazionale". Secondo Fausto Giunchiglia, presidente di Trento Rise, Techpeaks ha attratto in Trentino talenti da tutto il mondo. "E proprio la diversità e l´interdisciplinarietà sono le chiavi per generare idee vincenti" ha dichiarato Giunchiglia. Massimo Egidi, presidente di Fbk, ha augurato buona fortuna ai giovani partecipanti del programma. "Avete un compito entusiasmante ma anche difficile. - aggiungendo - Questo tipo di iniziativa in Italia è rarissimo, il fenomeno startup è ancora agli inizi". Paolo Collini, prorettore vicario dell´Università degli Studi di Trento, ha salutato i giovani talenti a nome della rettrice Daria de Pretis. "Ci riconosciamo moltissimo in questa iniziativa, perché la missione dell´Università è creare le competenze e metterle a disposizione del territorio. Qui in Trentino abbiamo saputo attrarre talenti che con le loro intuizioni contribuiranno a rilanciare il nostro Paese". Al termine dell´inaugurazione Paolo Lombardi, responsabile del programma Techpeaks, è salito sul palco con i giovani talenti che hanno consegnato al presidente del Consiglio Letta e al presidente della Provincia Pacher le magliette del programma come simbolo di condivisione dei valori di innovazione e imprenditorialità. Oggi a Trento siamo tutti Techpeakers.  
   
   
BOLDRINI: LA TUTELA DEI DIRITTI UMANI VIENE PRIMA DELLA SOVRANITA´  
 
Trento, 6 giugno 2013 - Laura Boldrini, per ventiquattro anni impegnata nelle Agenzie delle Nazioni Unite, di cui gli ultimi quindici come portavoce dell’Alto Commissariato per i Rifugiati, prima di essere eletta presidente della Camera dei Deputati italiana, ha portato all´ottava edizione del Festival dell´Economia di Trento un messaggio molto forte e diretto: è possibile ed è giusto limitare la sovranità degli Stati, ad esempio per tutelare i diritti dei rifugiati, oppure per impedire che i diritti umani vengano scandalosamente violati dalle dittature o nel corso dei conflitti, anche se intervenire non deve significare automaticamente usare le armi. Ed ancora, è giusto intervenire per tutelare diritti che scavalcano i confini, come quello dei lavoratori ad essere trattati in maniera dignitosa e a non morire a centinaia sotto le macerie della propria fabbrica, come è accaduto recentemente a Dacca. Riguardo all´Europa la presidente Boldrini è stata altrettanto chiara: "Ci vuole un´Europa politica, un´Europa dei diritti e del welfare, un´Europa unita solidale". La presidente è stata accolta, al suo arrivo in sala Depero, dal presidente della Provincia autonoma di Trento, Alberto Pacher. "Quando l´Europa potrà dire con sicurezza di essere un punto di riferimento fondamentale per quanto riguarda la tutela dei diritti umani - ha detto Pacher - potrà avere la certezza di essere davvero sulla strada giusta. La presidente Boldrini nel corso della sua lunga attività nelle Nazioni Unite e in particolare come Alto Commisario per i rifugiati si è confrontata con ogni genere di situazione drammatica e di violazione sistematica di questi diritti. Per questo la ringraziamo per essere venuta a Trento a portare la sua preziosa testimonianza". Nel suo intervento la Boldrini ha parlato innanzitutto dei diritti dei migranti. "Quando chi fugge da violenze e persecuzioni non viene accolto in un Paese a cui chiede protezione -a detto la Boldrini - la sovranità di quello Stato deve essere chiamata in causa in nome del diritto internazionale. Diritto internazionale che sancisce il diritto all’asilo e il principio del non respingimento. Lo dice anche la nostra Costituzione, all’articolo 10. Ma negli ultimi anni, sono stati frapposti molti ostacoli al rispetto di questo principio e la stessa Italia è stata condannata per non aver rispettato il principio del non-respingimento, contenuto nella Convenzione di Ginevra del 1951". La presidente Boldrini si è poi soffermato sui diritti economici e sulla Grecia in particolare. "Quando l´ho visitata - ha detto - ho visto un Paese sottoposto alle verifiche stringenti della cosiddetta Troika (Commissione Europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale), con decine di migliaia di persone precipitate nella povertà, nel disagio sociale, perfino nella mancanza di medicinali negli ospedali e nelle farmacie e con una tensione sociale incandescente. E’ il caso estremo di cessione di sovranità sulle sole materie economiche e sulle politiche di bilancio". Quella che è mancata, invece, è un´Europa politica, capace non solo di imporre misure di austerity, un’Europa più forte, più unita, più solidale. Ed ancora, dopo i diritti dei lavoratori, scandalosamente violati in quelle realtà dove si delocalizzano le produzioni che poi invadono i mercati dell´Occidente (il richiamo è stato alla tragedia di Dacca, nella quale hanno perso la vita oltre un migliaio di lavoratori fra le macerie della loro fabbrica), la questione più spinosa: l´ingerenza umanitaria. "Ho visto che cosa possono produrre le sovranità nazionali ai danni dei loro concittadini - ha detto ancora la Boldrini - . Mi riferisco alle dittature, alle pulizie etniche, agli stermini di massa, alle guerre civili. Mi sono indignata come molti di fronte all’indifferenza del mondo. Penso che, di fronte alla mortificazione della dignità umana, esista un diritto-dovere all’ingerenza negli affari interni. Ma a due condizioni. Primo, che si decida applicando scrupolosamente il diritto internazionale e non in maniera unilaterale o con coalizioni estemporanee. Secondo, che ingerenza non significhi necessariamente intervento armato. E qui bisogna distinguere: i militari fanno i militari, gli operatori umanitari fanno un´altra cosa. Ci si può incontrare, ma le agende sono distinte". Infine dalla Boldrini un appello ad essere più presenti nel Mediterraneo, sostenendo gli sforzi di democratizzazione dei nostri vicini, "di cui non sappiamo quasi nulla". Con una visione di medio-lungo termine, e senza cedere alla tentazione di fare affari con i dittatori.  
   
   
L´INTERVENTO DI LAURA BOLDRINI  
 
Trento, 6 giugno 2013 - La dignità della persona, i rifugiati, le migrazioni, la clandestinità, la sovranità, l´Europa federalista e solidale, i populismi antidemocratici, la necessaria globalizzazione dei diritti, l´ingerenza umanitaria, il diritto internazionale, per finire con l´invito ad "un nuovo modo di pensare il mondo". E´ ruotato attorno a questi temi l´intervento di Laura Boldrini, presidente della Camera dei Deputati, al Festival dell´Economia di Trento. Di seguito il testo del suo intervento su "Sovranità e dignità della persona". "Ringrazio, per l’invito che mi è stato rivolto, la Provincia Autonoma, il Comune e l’Università di Trento, il mio amico Giuseppe Laterza, il professor Tito Boeri. Le autorità presenti e tutti voi che siete qui. Ringrazio Tiziana Ferrario, che conosco da tempo, e che dialogherà con me stasera. Prima di essere eletta Presidente della Camera, per ben ventiquattro anni, ho lavorato nelle Agenzie delle Nazioni Unite. Gli ultimi quindici, come portavoce dell’Alto Commissariato per i Rifugiati, l’Unhcr. E’ soprattutto con l’Unhcr che ho svolto missioni in molte aree di crisi nel mondo : nei Balcani, durante il conflitto e la disgregazione della ex Jugoslavia, in Afghanistan, in Pakistan, in Iraq e in Iran. In Paesi africani lacerati dalle violenze come il Sudan, l’ Angola ed il Ruanda. Nel Caucaso e nelle repubbliche centroasiatiche, con i loro focolai di tensione dimenticati. In alcune di queste missioni, come in Kosovo, ho potuto assistere alla fuga e poi al ritorno a casa dei rifugiati, alla difficile riconciliazione tra ex nemici ed alla ricostruzione materiale. In molti casi, però, ho dovuto constatare che la comunità internazionale era arrivata troppo tardi, quando le violenze erano già dilagate, quando migliaia di persone erano già fuggite dalle proprie case. Eppure la Carta delle Nazioni Unite - promulgata quasi settant’anni fa – afferma che debba essere intrapresa ogni ‘azione necessaria’ per ‘mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale’. E allora, la sovranità degli Stati può essere messa in discussione per difendere la dignità delle persone? E, se può, con quali modalità? Questo credo sia il primo impegnativo quesito della nostra discussione. Vorrei avvicinarmi alla risposta partendo dal tema delle migrazioni, di cui mi sono occupata per tanti anni. Le migrazioni sfidano la sovranità degli Stati in due modi: innanzitutto perché dimostrano quanto siano labili le frontiere che gli Stati ergono e che poi presidiano per rafforzare la loro sovranità. E poi perché, quando chi fugge da violenze e persecuzioni non viene accolto in un Paese a cui chiede protezione, la sovranità di quello Stato deve essere chiamata in causa in nome del diritto internazionale. Diritto internazionale che sancisce il diritto inderogabile all’asilo e il principio del non respingimento. Lo dice anche la nostra Costituzione, all’articolo 10. E invece, il cammino della realizzazione di questa prescrizione costituzionale, ad oltre sessant’anni dalla sua promulgazione, non è ancora compiuto. Per di più, negli ultimi anni, sono stati frapposti ostacoli di natura ideologica, incluso un uso improprio delle parole : è stato bollato come “clandestino” – termine stigmatizzante ed inappropriato - chiunque raggiungesse con mezzi di fortuna il nostro Paese. Non esisteva, per una buona parte della stampa e del mondo politico, la figura del richiedente asilo e del rifugiato. Di chi cioè, è costretto a fuggire dal proprio Paese a causa di violenze, persecuzioni e violazione dei diritti umani. Da quando si è visto che cavalcare la paura poteva avere una resa elettorale facile e più immediata, fenomeni sociali complessi, come quello delle migrazioni forzate , sono stati usati in modo strumentale e piegati a semplificazioni propagandistiche. Ne è derivata una legislazione criticata da più parti come irrazionale e poco lungimirante. Questa impostazione ha portato l’Italia, sul finire dello scorso decennio, a compiere respingimenti in alto mare di centinaia di rifugiati e migranti. Sono stati rimandati dove rischiavano di subire torture o trattamenti inumani, o dove potevano essere rinviati nei Paesi d’origine, dai quali erano fuggiti a causa di persecuzioni. Una prassi che ha portato la Corte europea per i Diritti dell’Uomo a condannare l’Italia per non aver rispettato il principio del non-respingimento, contenuto nella Convenzione di Ginevra del 1951 e in vari trattati da noi sottoscritti. La Corte ci ha quindi ricordato che la sovranità degli Stati può essere messa in discussione per tutelare la dignità ed i diritti della persona. Rimanendo nel Mediterraneo, e affrontando il tema della sovranità da un altro punto di vista, mi viene in mente la Grecia, uno degli ultimi Paesi dove spesso sono stata in missione, prima di lasciare l’incarico all’Unhcr. Un Paese sottoposto alle verifiche stringenti della cosiddetta “Troika” ( Commissione Europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale ), con decine di migliaia di persone precipitate nella povertà, nel disagio sociale, perfino nella mancanza di medicinali negli ospedali e nelle farmacie e con una tensione sociale incandescente. E’ il caso estremo di cessione di sovranità sulle sole materie economiche e sulle politiche di bilancio, ambiti su cui si è tanto concentrata la politica dell’Unione Europea. Quella che è mancata è proprio l’Europa politica, uno spazio giuridico condiviso, un Governo europeo pienamente legittimato dal voto dei cittadini. Tutto questo, almeno fino ad oggi, gli Stati membri non lo hanno voluto. Non si è dato corso, cioè, al progetto di una Europa unita e federalista sognata tanti anni fa a Ventotene. Per l’opinione pubblica l’Europa serve solo ad imporre misure di austerity, il rispetto delle politiche di bilancio o a costringere i Paesi debitori ad attuare nuovi tagli a sistemi sociali già fragili e provati dalla crisi. Insomma, soltanto sacrifici. L’europa dei diritti e delle libertà, cede troppo spesso il passo a quella della finanza e delle tecnocrazie. Vorrei che la stessa determinazione che viene usata verso gli Stati che non rispettano i parametri di Maastricht, fosse indirizzata anche ai Paesi membri che violano i diritti fondamentali. Abbiamo gli strumenti per farlo : l’articolo 7 del Trattato di Lisbona indica le procedure necessarie ad accertare il rischio di violazione dei valori dell’Unione da parte di uno Stato membro. L’europa che viene percorsa oggi da movimenti populisti, neofascisti e xenofobi non è quella di Altiero Spinelli. Non si può tollerare che, all’ interno dell’ Unione Europea, agiscano impunemente movimenti antidemocratici. Che si restringa la libertà di stampa. Che si renda illegale l’essere senza fissa dimora. Vorrei che un’Europa più forte, più unita, più solidale. E’ una scelta di fondo quella che bisogna compiere: occorre rafforzare le istituzioni sovranazionali e renderle sempre più rappresentative. Lo dobbiamo fare anche per rispondere alla sfida che ci pone la globalizzazione. I processi economici e sociali hanno superato i confini delle nazioni, la politica no. E’ rimasta chiusa dentro le antiche frontiere e quando ha dato vita ad istituzioni sovranazionali, come l’Unione Europea o le Nazioni Unite, non ha conferito loro i poteri necessari. Poche settimane fa, a Dacca, 1.100 lavoratori morivano sotto le macerie della fabbrica in cui lavoravano per l’equivalente di pochi euro al mese e in condizioni veramente disumane. Quei lavoratori producevano capi d’abbigliamento per aziende occidentali, anche europee. Queste aziende avevano dislocato la produzione in paesi dove, come si dice in gergo, “il costo del lavoro è più basso”. Cioè dove non c’è la minima protezione sociale e di sicurezza per i lavoratori. E’ una tendenza ormai diffusissima e se provi a criticarla sei bollato come ostile alla globalizzazione. Non è così. Io sono favorevole alla globalizzazione, ma in senso completo : se si globalizza l’economia e la produzione, si devono globalizzare anche i diritti di chi lavora. Altrimenti si continua a tollerare una diseguaglianza moralmente inaccettabile. Quale sovranità interpella la tragedia di Dacca ? Quella del Bangladesh e della sua legislazione sul lavoro ? Certo, ma sarebbe una ipocrisia non chiamare in causa anche le responsabilità dei paesi da cui partono quelle aziende. Vorrei concludere a questo punto, affrontando la questione più delicata e più difficile di tutte: quella della cosiddetta ingerenza umanitaria. Come dicevo all’inizio, nel corso della mia esperienza ho visto che cosa possono produrre le sovranità nazionali ai danni dei loro concittadini. Mi riferisco alle dittature, alle pulizie etniche, agli stermini di massa, alle guerre civili. Bosnia, Kosovo, Congo, Darfur. L’elenco è purtroppo lungo. Di fronte a quei massacri, agli stupri di massa, alla distruzione di vite ancora giovanissime, mi sono chiesta tante volte dove fosse la comunità internazionale. E mi sono domandata come sia possibile assistere a tutto questo senza agire, senza fare qualcosa per ripristinare la pace e il rispetto dei più elementari diritti delle persone, senza proteggere donne e bambini innocenti. Mi sono indignata come molti di fronte all’indifferenza del mondo. E la risposta all’immobilismo è stata spesso coniugata proprio in nome del rispetto della sovranità nazionale e del principio di non ingerenza. Sacrosanti principi. Ma di fronte ai massacri e alle stragi rischiano di trasformarsi in paravento del più cinico egoismo. Quando si calpestano i diritti e la vita delle persone, il principio secolare della sovranità nazionale viene contestato in primis dall’opinione pubblica mondiale, la cui coscienza è scossa da ciò che accade. E’ accaduto ieri, nel caso del Cile, di Piazza Tienanmen, della Primavera di Praga. Vale tanto più oggi, in una epoca in cui i mezzi di comunicazione sono in grado di mostrarci in tempo reale e nel dettaglio qualunque evento in qualunque parte del pianeta. Oggi dovrebbe essere più difficile stare con le mani in mano. E invece la lista dei conflitti continua a crescere. Penso che, di fronte alla mortificazione della dignità umana, esista un diritto-dovere all’ingerenza negli affari interni. Ma a due condizioni. Primo, che si decida applicando scrupolosamente il diritto internazionale e non in maniera unilaterale o con coalizioni estemporanee. Secondo, che ingerenza non significhi necessariamente intervento armato. Troppe operazioni militari sono state presentate all’opinione pubblica come umanitarie, e non lo erano, perché diversi erano gli obiettivi, diverse le prospettive. Voglio essere chiara: la mia non è una critica alle forze armate. Sono testimone diretta del fatto che in molte occasioni senza militari non saremmo riusciti a garantire la protezione dei civili, dei convogli e degli aiuti alle popolazioni. Critico il fatto che non si faccia abbastanza per prevenire e risolvere in tempo utile le controversie per via politica e negoziale e che l’intervento militare diventi quindi l’unica cosa da fare, magari dopo mesi di inazione. La guerra, oltre a causare perdite di vite umane e distruzione materiale, rende poi quanto mai difficile la ricostruzione di una sovranità nazionale democraticamente legittimata. Ecco. Sono questi i pensieri e gli interrogativi che la mia esperienza mi sollecita e che propongo a voi stasera. Vorrei però che di questi temi si occupassero di più la politica italiana ed il sistema dell’informazione. Ci si appassiona troppo attorno all’ultima battuta politica, perdendo di vista i grandi interrogativi sul futuro del mondo: i cambiamenti climatici, le migrazioni, le risorse energetiche, le conquiste della scienza. Non sono astrazioni. Al contrario. Pensare globalmente è l’unico pensiero realistico possibile, perché ormai nessuno dei fenomeni sociali che influenzano la vita delle persone e delle nazioni, nasce e muore dentro i confini di un solo paese. Un nuovo modo di pensare il mondo è una necessità urgente anche per il tema che discutiamo stasera, quello della dignità della persona".  
   
   
L´UNIONE BANCARIA EUROPEA? SOLO NEL 2020  
 
Trento, 6 giugno 2013 - La crisi ci ha messo in un cul de sac? Per uscirne servirà "un sac de cul". La battuta, con la quale Sebastiano Barisoni, vicedirettore di Radio 24, ha aperto il terzo Forum al Festival, non è da economisti e certo Daniel Gros, direttore del Centro europeo di studi politici non può condividerla, ma rende bene l´idea del "sentiment" che aleggia attorno al caso Italia. Che per l´economista tedesco, le cui posizioni sull´unione bancaria europea sono piuttosto controverse, come lui stesso ammette, può farcela se solo non insiste nell´adottare politiche che vanno in senso opposto a quanto raccomandato dalla Commissione europea. Un esempio? L´imu: "Sbagliato abolirla, andrebbe invece raddoppiata. L´italia ha tanti punti di forza che però non fa valere, è un sistema ingessato che lega tutti". Tema dell´"intervista" a Gros "L´unione bancaria può salvare l´euro" (senza punto di domanda), tema tecnico e per specialisti di economia politica ma dietro il quale si sta giocando nel vecchio continente la madre di tutte le battaglie, perchè dietro l´unione bancaria ci sta l´altro grande tema dell´integrazione politica degli Stati membri. Certo, l´Europa possiede una moneta comune, ma le banche restano nazionali. E quando in un paese le banche si ammalano finiscono per contagiare anche la moneta. Una vera unione monetaria ha pertanto bisogno anche di un´unione bancaria, cosa che ancora non c´è in Europa a differenza che negli Stati Uniti. Chi vincerà la battaglia, ammesso che debba esserci un vincitore? Gli "eserciti", bancari e statuali, sono schierati ma ancora nessuno fa la prima mossa. Il cannocchiale è puntato naturalmente sulla Germania: che farà Frau Merkel al prossimo Consiglio Europeo di giugno? Oppure bisognerà attendere le elezioni tedesche di settembre? "Inutile chiederselo" risponde Gros, che sorprendentemente aggiunge: "Il problema non è la Germania, la sua opinione non conta più e non ha molto senso chiedersi se e quando mollerà i cordoni della borsa. L´errore politico maggiore è stato commesso proprio in Germania: Angela Merkel ha reagito alla crisi greca ma non ha visto che la Grecia è diventata il fulcro di una crisi generalizzata. Solo un anno fa si è capito che il problema di fondo era quello delle banche, una volta risolto il problema bancario penso che l´Europa potrà uscire dalla crisi". E l´Italia? "Negli ultimi quindici anni l´Italia è rimasta ferma, anche se ha investito di più che l´Inghilterra; la spesa pubblica è cresciuta, soprattutto attraverso le Regioni, ma l´Italia ha anche un sistema che è più corrotto di prima. Non è pensabile uscire dalla crisi spendendo di più. Ci si rende benissimo conto che occorrerebbe tassare di più le attività improduttive anziché le imprese, ma l´Italia che ha fatto? Ha abolito l´Imu, cosa che non andava fatta, è stata una scelta politica". Per Gros il punto fondamentale è la stabilità del sistema. "Senza sistema bancario stabile le nostre economie non possono uscire dalla crisi. Il progetto di unione bancaria prevede che ci sia un´unica banca a vigilare, oggi però ogni paese vigila sulle proprie banche. Il progetto in corso non prevede di arrivare a tassi d´interesse unici, si arriverà ad un sistema unico di vigilanza in cui la Banca europea vigilerà su un centinaio di grandi banche ed anche se è vero che rimarranno fuori da questa vigilanza le piccole banche e le casse di risparmio, è vero anche che la Bce potrà comunque chiedere di vedere i libri di tutte le banche. L´ideale sarebbe avere una direzione unica, ma la realtà è che quando una banca è in grosse difficoltà ci sono sempre considerazioni politiche che prevalgono, quindi è molto utile avere la Commissione europea che vigila, questo per impedire che gli stati più forti possano salvare le proprie banche come credono". Quando e come si arriverà all´Unione bancaria? "Non ci arriveremo prima del 2020" la previsione di Gros; "per uscire dalla crisi occorre ripulire il sistema bancario, il primi passo della Bce dovrebbe essere quello di vedere cosa c´è nascosto nei bilanci, lavoro importante e molto doloroso, questa però è la chiave per tornare in corsa. Le banche a sud delle Alpi avranno qualche difficoltà, ma chi non ne avrà? L´uscita da questa situazione sarà un processo lento, non ci sono ricette miracolistiche. La crisi è la scintilla che può far partire le riforme vere. La Grecia ha fatto riforme serie quando è arrivata sull´orlo dell´abisso. Si può andare avanti sul piano inclinato, come un rospo che si cuoce lentamente, oppure si può dare una sferzata. Siamo nel fondo della valle e ci aspetta una pianura, forse un po´ desertica, ma io non vedo però alcun abisso".  
   
   
LA DEMOCRAZIA IN EUROPA E’ VIVA, NONOSTANTE GLI ACCIACCHI DI UNA VECCHIA SIGNORA  
 
Trento, 6 giugno 2013 - In una fase di transizione in cui bisogna decidere di proseguire verso la definitiva integrazione, gli europei vivono una contraddizione: vorrebbero essere forti come se l’Europa fosse unita, ma senza cedere neanche una parte della propria sovranità nazionale, come se l’Europa unita non esistesse affatto. Su questa contraddizione muove il Monti-pensiero - ripreso nel libro “La democrazia in Europa”, scritto a quattro mani con la parlamentare europea Sylvie Goulard - che da europeista convinto, la giudica “inaccettabile”. Ma anche il Monti-pensiero cade in una contraddizione perché nel suo libro non indica la “soluzione”. E, ad ammetterlo, è la stessa coautrice: il Vecchio Continente fatica. A Monti non fa difetto la convinzione: un’Europa in crisi economica e di leadership politica non deve mettere in crisi un progetto politico di cui vanno chiarite le cause. Eccole: “Le derive della finanza e l’indebitamento sono solo un aspetto della crisi economica, che ha fatto emergere in tutta la loro ampiezza l’interdipendenza e le fratture che caratterizzano la democrazia in Europa”. I due autori - Mario Monti, già commissario europeo e “commissario” italiano incaricato di riportare l’Italia dentro i binari europei, e Sylvie Goulard, parlamentare francese tra le più convinte alla causa europea - affrontano il tema della “Democrazia in Europa” da approcci diversi: tecnico lui, politica lei. Con un obiettivo comune: anteporre la comprensione dell’interesse comune agli istinti più miopi, per scoprire le affinità che legano gli europei. Sylvie Goulard individua nei nodi ancora irrisolti (uguaglianza e giustizia sociale, ad esempio) i rischi che possono rendere “reversibile” il processo europeo, con la conseguente frammentazione: “L’europa è un processo dinamico, reso più faticoso dalla delusione di intere fasce di popolazione... Se continuiamo a prendere decisioni sull’Europa senza avere a riferimento gli interessi reali dei cittadini, non ce la faremo”. L’ex presidente del Consiglio o, meglio, il professore della Bocconi, Mario Monti preferisce argomenti di politica economica - riassumibili nelle cronache del delicato Consiglio europeo del giugno 2012 - per spiegare i malanni dell’Europa e le cure individuate: la creditocrazia tra Paesi del nord rispetto a quelli del sud, l’unanimità paralizzante della Commissione europea e l’interazione tra politica e Banca centrale europea. “Nel giugno 2012 siamo riusciti a far passare, non senza difficoltà, il principio per cui i Paesi virtuosi, seppur con regole precise, vanno sostenuti. Tutti hanno capito che, se ciò non avviene, il problema non è più di singolo Paese ma è un affare comune. Questo ha permesso a Mario Draghi e alla Banca centrale europea di agire al meglio. Il problema? Alcune delle misure decise non sono state ancora applicate, ad esempio lo scudo anti spread”. E questa è una delle spiegazioni della “soluzione mancante” di Monti & Goulard.  
   
   
DEMOCRAZIA E AUTORITARISMO: DUE MODELLI A CONFRONTO PER LA CRESCITA ECONOMICA  
 
Trento, 6 giugno 2013 - Le politiche di consenso che caratterizzano le democrazie occidentali frenano le strategie di crescita? È l´interrogativo centrale sul tema "Democrazia, autoritarismo ´efficente´ e crescita economica: la sfida asiatica e la crisi europea", attorno al quale si sono sviluppati questo pomeriggio gli interventi di Michael Pettis, Tongdong Bai, Giorgio Fodor e Luigi Bonatti, introdotti da Laura Longo e seguiti da un pubblico attento nell´affollatissima aula magna della facoltà di Giurisprudenza del capoluogo. Michael Pettis, veterano di Wall Street, economista e attualmente docente all´Università di Pechino, ha rivolto il suo sguardo verso gli interrogativi che emergono in tempo di crisi: sembra che per l´economia vi siano una serie di svantaggi nelle democrazie, visto la crescita vertiginosa – con un tasso annuo del 10% – che la Cina ha conosciuto nell´ultimo decennio. I governi autoritari, come è avvenuto nella Germania degli anni ´30 o in Brasile negli anni ´60, sembrano maggiormente capaci di implementare politiche efficienti, ma il punto è attribuire il giusto valore a questa efficienza e non ignorare i grandi squilibri che quel tipo di economia genera. “Sul lungo periodo, ha detto Pettis, “non conta tanto la capacità di generare crescita, ma quella di adeguare le differenze e gli squilibri di una crescita tanto rapida”. Lo dimostra la diversa capacità delle economie avanzate di assorbire il capitale. Il debito cinese, per contro, sta avanzando rapidamente, i salari bassi costringono le famiglie ad aumentare la capacità di risparmio e i consumi sono frenati. Per non incorrere in un periodo di crisi, la Cina dovrà rivedere il suo modello, con una riforma del sistema finanziario e sociale capace di assorbire gli ingenti investimenti e rallentare l´enorme aumento di ricchezza generato finora soltanto per una élite. Tongdong Bai, filosofo cinese, ha invece affrontato il problema da un altro punto di vista, quello di “come si può immaginare che dovrebbero andare le cose”: il mondo ideale secondo il confucianesimo. Ha parlato di moralità nella politica e nelle relazioni fra le persone, di come sia necessario un governo democratico/meritocratico, che ancora l´occidente capitalista non conosce, a causa dell´individualismo e della mancanza di fiducia e di partecipazione ai grandi temi della politica e dell´economia da parte della gente. Giorgio Fodor, docente alla Scuola di Studi Internazionali a Trento, ha ricordato che la democrazia come la conosciamo noi è un fatto recente ed è andata di pari passo con lo sviluppo economico, specialmente in Europa, ma ne ha rilevato i pericoli attuali per la sua sopravvivenza. “La democrazia - ha concluso Fodor - deve essere un obiettivo, non uno strumento per raggiungere il massimo della ricchezza per il maggior numero possibile di persone”. Infine Luigi Bonatti, anch´egli docente alla Scuola di Studi Internazionali dell´Università di Trento, ha riconosciuto che il modello cinese è stato fino ad ora funzionale, in un Paese dal bassissimo reddito, dove enormi investimenti sono stati trasferiti dall´agricoltura alla produzione industriale, ma rischia di avviarsi verso uno sviluppo non più sostenibile. D´altra parte il modello che le democrazie conoscono, come quella americana dove i consumi sono stati esponenziali, unito ad un declino della “qualità” della democrazia, ha portato alla crisi attuale. “L´europa - ha osservato Bonatti - è in difficoltà per l´incapacità dei sistemi politici di implementare le riforme che possono consentire al sistema di reggere”. Web: http://www.festivaleconomia.it/  
   
   
SENSO CIVICO E RESPONSABILITA´ SOCIALE A "IL LAVORO? CREALO!"  
 
Trento, 6 giugno 2013 - Numerose le storie presentate nel pomeriggio davanti a un pubblico sempre costante, interessato, decisamente giovane. Idee, progetti e racconti si sono alternati all’analisi degli strumenti, dei bandi e delle opportunità messe in campo dalla Provincia e dagli incubatori presenti sul territorio. Si comincia parlando di turismo accessibile in Umbria, si prosegue con progetti creativi dedicati all’infanzia (Baby Sitter creative è una realtà romana) e si dedica ampio spazio alle case histories trentine presentate da Trentino Sviluppo, Dipartimento Industria e Artigianato della Provincia, Agenzia del Lavoro e Opificio delle idee. Intervengono anche i fondatori di Campomarzio e dell’Associazione Sguardi per discutere di responsabilità sociale. E si finisce, con Sloowfood, Panificio Moderno di Isera e Luca De Biase di Ahref, a parlare di impegno civico. Vivace pomeriggio in piazza Fiera, nello spazio pensato per i giovani e seguito dalla web tv della Provincia (Tg giovani) e da Samba Radio.fiducia, idee e approcci innovativi per contrastare la crisi e immaginare un lavoro che non sia solo un’occupazione ma che sviluppi le idee e i territori. Il fil rouge della discussione, nonostante gli interventi eterogenei, sembra essere uno: ci sono nuovi modelli economici che promuovono e incrementano senso civico, responsabilità e impatto sociale. La crisi non può essere una scusa per annichilire le menti e fermare le idee. Durante il pomeriggio sono stati anche presentati i vincitori del Premio D2t Start Cup promosso da Trentino Sviluppo e dalla Provincia. Per aiutare i giovani che hanno idee da realizzare, Euricse e The Hub Rovereto, organizzatori della kermesse, hanno invitato alcuni degli speakers ed esperti intervenuti in questi giorni a rendersi disponibili domani per un offrire un servizio di mentoring e consulenza. Dalle 10 alle 13 i giovani potranno usufruire di colloqui one to one per consigli mirati e suggerimenti personali. Il servizio è gratuito e l’elenco dei consulenti è online: fb.Me/1kcfhm9ek  
   
   
IL PROFITTO DELLE BANCHE: UNA GARANZIA PER IL RISPARMIATORE  
 
Trento, 6 giugno 2013 - «Avere paura delle banche estere? È un falso problema, dobbiamo piuttosto temere il vivaio della mediocrità nella classe dirigente delle banche. In Italia la proprietà pubblica o semi-pubblica ha fatto male alle banche perché le ha gestite seguendo logiche politiche, poco trasparenti, a volte in conflitto con il loro obiettivo principale: fare profitto» spiega l’economista Paola Sapienza. La competizione e la ricerca del profitto hanno invece un effetto positivo sulla gestione delle banche e stimolano la creazione di una classe manageriale efficiente. Competizione sì, ma non a tutti i costi: la logica del profitto, se moderata da tutele al consumatore, produce effetti di efficienza che hanno ripercussioni positive sull’economia reale. Al Festival dell´Economia una riflessione sugli effetti della governance delle banche sull´economia reale. “Dobbiamo a tutti i costi mantenere italiane le banche. Le nostre banche garantiscono il finanziamento ai nostri progetti nazionali, mentre quelle estere portano i capitali all’estero al servizio di altre comunità”: sono affermazioni che si sono sentite di recente in ambito politico ed economico nel nostro Paese. Ma è davvero così? Il Festival dell’Economia di Trento si interroga sulla presenza degli stranieri nelle nostre banche e lo fa con l’aiuto dell’economista Paola Sapienza, docente della Northwestern University e della Kellogg School of Management ed esperta di governance bancaria. «Si tratta di una domanda rilevante, soprattutto nell’Italia di oggi – ha sottolineato Paola Sapienza nell’incontro che si è svolto nella sala conferenze del Dipartimento di Economia dell’Università di Trento – perché la paura dello straniero e il protezionismo hanno nascosto nel corso di questi ultimi cinquant’anni una tutela del sistema bancario che lo ha fatto deteriorare. In Italia la proprietà pubblica o semi-pubblica ha fatto male alle banche, perché ha permesso di assecondare troppo la politica. La proprietà pubblica sposta gli obiettivi da una massimizzazione dei profitti a obiettivi generici che forniscono all’organizzazione bancaria una scusa per non essere efficiente. La protezione dalle acquisizioni ostili, in più, genera una cultura accondiscendente all’interno delle imprese in generale e induce meno sforzo da parte della classe dirigente e una crescita inferiore». «Le banche – spiega Sapienza – dovrebbero invece svolgere il ruolo di intermediari nell’economia tra i risparmiatori che investono e la parte produttiva dell’economia, gli imprenditori e i lavoratori che necessitano di capitale finanziario per sviluppare i loro progetti. Quando le banche sono efficienti, questo passaggio di capitale viene indirizzato in modo mirato. Ma cosa spinge il meccanismo bancario ad essere efficiente? Essenzialmente un solo aspetto: il profitto. L’imprenditore bancario mette a disposizione i capitali (e il suo capitale umano) per sostenere la parte produttiva del Paese che ha le idee e che va cercata. In Italia, invece, le banche non si dimostrano in grado di riconoscere il merito di credito che si trova nelle società, perché non fanno più le banche. Fanno altro e sono troppo succubi di meccanismi politici che proteggono realtà importanti ma poco produttive. Da qui derivano le difficoltà a concedere prestiti». Dunque la competizione va vista come aspetto positivo? «Se regolamentata sì - spiega Sapienza -. Per molti anni la competizione è stata temuta come elemento destabilizzante del sistema: l’atteggiamento politico l’ha limitata, per evitare che le banche si esponessero a rischi molto alti. Negli Stati Uniti degli anni Novanta l’apertura alla competizione ha portato effetti positivi: crescita di nuove imprese, accesso al credito degli imprenditori e un miglioramento dell’economia reale. Ma la gestione deve essere competente e il ruolo chiave è quello della proprietà, degli azionisti. Ciò che maggiormente genera inefficienza nell’erogazione del credito è quando la banca non è unicamente interessata al profitto ma segue altre logiche, come nel caso delle banche pubbliche che finanziano i soliti noti o persone che non hanno naturale accesso al credito, oppure quando ci sono azionisti in conflitto di interesse o che rischiano capitali non propri. La competizione bancaria fa bene all’economia reale perché le banche diventano più efficienti e prestano meglio a tutto vantaggio delle imprese. La ricerca del profitto può essere vista come uno strumento che garantisce l’efficienza e, di conseguenza, il risparmiatore. Va però mitigato con un sistema di meccanismo che possano mitigarne gli eccessi».  
   
   
MEDICI SENZA FRONTIERE: IL MERCATO HA FALLITO NEI CONFRONTI DEI POVERI  
 
Trento, 6 giugno 2013 - Costituita 42 anni fa da medici, e giornalisti, con lo scopo di prestare assistenza umanitaria a coloro che si trovano in difficoltà, Medici Senza Frontiere in questi ultimi anni si trova di fronte a una doppia sfida, come ha spiegato Unni Karunakara, presidente internazionale dell´associazione, al Mart di Rovereto nell´ambito del Festival dell´Economia: "Spesso non riusciamo ad arrivare alle persone che necessitano del nostro intervento, perché vi è una tendenza pericolosa nei conflitti in atto che è quella di attaccare anche le organizzazioni sanitarie. Inoltre non riusciamo ad applicare la terapia giusta e questo perché il mercato ha fallito, è venuto meno alle proprie responsabilità nei confronti dei poveri". In molte parti del mondo ci sono infatti malattie che colpiscono solo i poveri, malattie che invece non si vedono in Europa o in America, ma: "Non c’è ragione per cui le case farmaceutiche - ha proseguito Karunakara - facciano ricerca e sviluppo su questi farmaci, perché non c’è profitto". Ad introdurre il presidente Karunakara vi era il giornalista Pietro Veronese, che ha evidenziato proprio questa crescente negazione, nei conflitti, dello spazio di neutralità, che ormai ha fatto venir meno il detto "non si spara sulla croce rossa". Veronese ha anche messo in luce il recente concetto di "responsabilità di proteggere" che dovrebbe essere uno dei principi guida delle azioni internazionali: "Nel 2005 il concetto di ´responsibility to protect´ ha avuto un riconoscimento dalle Nazioni Unite che hanno affermato come in presenza di crimini di guerra, genocidio, pulizia etnica le nazioni abbiano la responsabilità di intervenire, ignorando l´eventuale sovranità dello stato". Ma su questa strada c´è ancora molto da fare, anche perché: "Manca una chiarezza - ha spiegato a questo proposito Unni Karunakara - ovvero non si sa come e quando intervenire". A fianco del presidente di Medici Senza Frontiere anche Vittorio Emanuele Parsi, direttore dell´Aseri - l´alta scuola di economia e relazioni internazionali e professori alla Cattolica, che ha elogiato il Mart - "pur essendo veronese non avevo mai visto questo posto, è bellissimo" - prima di affrontare l´argomento dei conflitti nei quali è coinvolta l´organizzazione: "In tempi recenti sono drammaticamente aumentate le guerre civili, anzi si può dire che praticamente tutti i conflitti in cui siamo stati coinvolti negli ultimi 20 anni siano state guerre civili internazionalizzate. È cambiata la natura della guerra, il suo scopo e i teatri periferici sono sempre di più. Dal punto di vista militare l´Occidente è ancora il signore della guerra, ma il paradosso è che questi conflitti non producono più i risultati che producevano un tempo".  
   
   
I BANCHIERI E I "COMPARI" DEL "DEBITISMO" ITALIANO  
 
Trento, 6 giugno 2013 - Il sistema bancario italiano? "Incestuoso" e fondato su conniventi relazioni, conflitti d´interesse, intrecci familiari e finanziari, governato da banchieri-compari che negano il credito a imprenditori bisognosi ma lo concedono a costruttori come Ligresti o il finanziere Zaleski, facendo ricadere i costi sui risparmiatori e sullo stato. A parlare, male, di banchieri e compari, definizione che dà il titolo al suo ultimo libro, è Gianni Dragoni, firma del Sole 24 Ore e "columnist" di Servizio Pubblico, protagonista dell´Incontro con l´autore in un dialogo con Francesco Manacorda e Fausto Pannunzi. Libro che svela la profonda asimmetria del capitalismo italiano - che Dragoni ridefinisce come "debitismo", vista la scarsa propensione al rischio che caratterizza il sistema Italia - tra gruppi protetti e meno protetti. Un gruppo che ha goduto di protezione? E´ sulle pagine dei giornali, i Fratelli Riva, "che hanno portato 1,2 miliardi di euro nei paradisi fiscali e che certamente non lo hanno potuto fare senza l´aiuto di una banca". Dragone ha impressionato il pubblico della Biblioteca Comunale di Trento snocciolando gli stipendi dei top manager e ad dei dieci maggiori gruppi bancari italiani (si va da 1 milione 700 mila euro in sù) ma soprattutto si è chiesto se le banche hanno funzionato o meno, e per chi. "Per i propri dipendenti hanno funzionato non male, visto che non ci sono stai esodi fortissimi. Per i propri soci nemmeno, anche se hanno chiesto loro molti soldi, ed hanno funzionato benissimo per alcuni soci in particolare, i cosiddetti "debitori di riferimento". Ma tra i "soci" delle banche vi è anche la politica, che partecipa alle banche attraverso le Fondazioni. Per una banca come Intesa Sanpaolo le fondazioni hanno poco meno del 25 per cento del pacchetto azionario e 17 membri del cda su 19. E per lo Stato? Hanno funzionato abbastanza, anche perché le banche hanno in pancia enormi quantità di titoli di stato. Le banche non hanno funzionato bene solo per gli investitori privati e le imprese". Come se ne esce? "Con più controlli, piuttosto che mettendo più regole, e magari recuperando anche la dimensione piccola delle banche, perchè sono le piccole banche, dove il management conosce i clienti e viceversa, quelle che possono funzionare meglio. Soprattutto per i risparmiatori e le imprese".  
   
   
RACCONTIAMO L’EUROPA O RACCONTIAMO SOLO L’EURO?  
 
Trento, 6 giugno 2013 - Come si può combattere l’euroscetticismo se non esiste un “racconto” dell’Europa alternativo alla lettura economica e burocratica che gira attorno all’Euro? La crisi di legittimità del processo di integrazione europeo dipende dalla mancanza di comunicazione. L’europa comunica poco e male. Usando un linguaggio tecnico che allontana i cittadini. Ma l’Europa è molto di più della crisi. Per riscoprire il valore dell’Unione europea serve un modo diverso di intendere giornalismo e comunicazione. Recuperare un “racconto” alternativo dell’Europa partendo dalle sue radici, ma anche scommettendo su democrazia, lavoro e creazione di valore. La qualità dell’informazione al Festival dell’Economia nell’incontro “Raccontare l’Europa” curato dall’Osservatorio Storytelling che si è tenuto alla sala conferenze del Dipartimento di Economia dell’Università di Trento. Per raccontare l’Europa bisogna conoscerla. Una sfida non facile ma importante, se si pensa che tra il 2012 e il 2013 la fiducia dei cittadini nel processo di integrazione è diminuita del 15%. «Raccontare l’Europa non è un mestiere facile – ha spiegato Adriana Cerretelli corrispondente da Bruxelles de Il Sole 24 Ore – occorre familiarizzare con il cosiddetto “eurocratese” e una volta assimilato il gergo tecnico bisogna resistere alla tentazione di usarlo. Un’impresa difficile, vista la complessità delle questioni e il poco spazio a disposizione. Ma c’è a monte un problema strutturale: parliamo di Europa come se fosse un’entità reale. Invece al più si tratta di un sogno, di un’aspirazione. Tutti ci sentiamo europei a nostro modo: la cultura nazionale pesa più che mai sulla percezione dell’Europa. Secoli di storia ci rendono diversi all’interno dei vari Stati europei. La solidarietà, che è stata il cemento dell’origine dell’Europa, ora non c’è più e il nazionalismo ha ripreso vigore. La diversità genera incomprensione e questa diffidenza. L’europa non è più una questione di politica estera, ma di politica interna. Tuttavia la tentazione dei governanti dei vari Stati è quella di scaricare sull’Europa il peso e la responsabilità di scelte su cui però invece c’è il pieno coinvolgimento di tutti. Tutto questo alimenta un sentimento anti-europeo che si basa su letture semplicistiche e demagogiche. La colpa della cattiva comunicazione non è quindi da attribuire tanto ai mezzi di informazione quanto piuttosto all’atteggiamento dei governi nei confronti dell’Europa. La Germania, ad esempio, viene percepita come un lupo cattivo, come una sorta di nemico in casa. In realtà dovremmo cercare di diventare noi degli interlocutori all’altezza di questa situazione per scongiurare il rischio di germanizzazione dell’Europa». «Il problema centrale è la percezione che ognuno di noi ha dell’Europa – ha puntualizzato Andrea Fontana dell’Osservatorio Storytelling – Ciò che sappiamo, lo abbiamo imparato dai nostri nonni e genitori. Oggi a scrivere il “racconto” dell’Europa sono i mezzi di informazione che privilegiano un racconto dell’Europa di tipo economico, più che storico, psicologico, identitario. È più che altro il racconto dell’Euro, soprattutto calato dall’alto. Alcune delle linee narrative in cui possiamo invece riconoscerci sono le nostre radici: il patrimonio della cultura greca, il cristianesimo, la Ragione illuminista. Il gergo eurocratico a cui ormai siamo abituati ha spinto molti ad additare le colpe della crisi ad una nuova classe di burocratici oscuri. Contrastare questa visione è difficile in mancanza di una forte visione identitaria. La democrazia, il lavoro e creazione di valore sono temi fondamentali da recuperare, su cui si può scommettere per rilanciare una nuova visione di Europa». «Il modo in cui noi interiorizziamo un racconto e l’idea che ci facciamo di un’identità – ha aggiunto Alessandra Cosso dell’Osservatorio Storytelling - è quello che determinerà la nostra percezione e influenzerà i nostri comportamenti. Ma la questione è: l’Europa siamo noi o sono gli altri? Occorre immaginare un nuovo racconto europeo che risolva questa tensione in modo costruttivo, partendo da scenari dove questa integrazione sia possibile e dalla conoscenza dell’unicità e della specificità dell’altro».  
   
   
OCSE: LA "RICETTA" DI GURRIA PER SCONFIGGERE LA DISEGUAGLIANZA  
 
Trento, 6 giugno 2013 - Di fronte alla crisi i governi devono concentrarsi sul rafforzamento delle finanze pubbliche e dare impulso all´occupazione. Per realizzare questi obiettivi, servono percorsi di riforme strutturali, investimenti in nuove fonti di crescita, innovazione e sviluppo delle competenze. E´ necessario puntare su attività basate sulla conoscenza e sulla crescita "verde" in chiave inclusiva e planetaria. Perchè la globalizzazione non è un´opzione, ma una realtà da accettare. Questa la "ricetta" del segretario generale dell´Ocse Angel Gurría per sconfiggere la diseguaglianza globale. “Se questo dibattito si fosse tenuto dieci anni fa, i punti di partenza sarebbero stati altri”. Con queste premesse il giornalista Federico Rampini ha aperto il dialogo con il segretario generale dell´Ocse Angel Gurría. “Il luogo comune che regnava a cavallo del nuovo secolo era infatti che la globalizzazione avrebbe accentuato le diseguaglianze fra nord e sud del mondo. Oggi si parla invece di diseguaglianze all´interno delle nazioni”. Per capire il fenomeno della diseguaglianza è necessario partire dai numeri. Oggi il reddito medio dei paesi Ocse è 9 volte più alto rispetto a quello dei paesi poveri, con un divario del 30% rispetto ad una generazione fa. “Quest´anno l´Ocse - prosegue Gurría - si confronta attorno al tema: It´s all about people: Jobs, Equality and Trust. Nella sola area dell´euro, il tasso di disoccupazione ha raggiunto un livello record del 12%. I giovani sono i più colpiti da questo fenomeno. In Italia la disoccupazione è arrivata all´11,5%, quella giovanile è al 38%. Nell´agenda dei governi deve rientrare quindi come priorità la promozione dell´orientamento professionale e di un´adeguata transizione dalla scuola al lavoro, così come la riqualificazione del lavoro”. Tutte dimensioni non correlate al Pil, ma alla qualità della vita. “Perché - sottolinea Gurría - la necessità di far fronte alle conseguenze immediate della crisi non deve farci dimenticare l´obiettivo una crescita sostenibile e inclusiva. Solo così è possibile favorire l´innovazione e garantire competitività in un mondo di catene globali del valore, dove il capitale della conoscenza è il bene più grande”. E quali indicazioni dunque per l´Italia? “La strada delle riforme è la più importante. Le riforme devono essere una condizione mentale. La società deve essere pronta a cambiare”. Oltre a questo è necessario per il segretario generale dell´Ocse far sì che grazie alle politiche fiscali tutti paghino realmente le tasse, che la parità di genere non venga messa in discussione e che il sistema educativo riesca a produrre le competenze giuste richieste dal mercato. Serve investire non solo nell´innovazione di prodotto, ma nell´innovazione dei sistemi di governo, dei mercati. Serve attuare una maggiore collaborazione fra governo e aziende. C´è bisogno insomma di politiche di lungo termine che vadano spiegate e condivise adeguatamente con i cittadini. I politici devono riuscire a comunicare che abbiamo bisogno di tempo per garantire maggiore competitività del paese. Contenere i problemi di carattere sociale, promuovere impegno ecologico, riforme strutturali, innovare le istituzioni, cercando di ridurre le problematiche di ogni Paese in modo originale, aumentando realmente la competitività: questi i punti imprescindibili di qualsiasi programma di governo.  
   
   
PANUNZI: CONTRO LA CRISI NUOVE REGOLE PER IL SISTEMA BANCARIO  
 
Trento, 6 giugno 2013 - Le risposte alla crisi risiedono per Fausto Panunzi, ordinario di Economia alla Bocconi, nella regolamentazione del settore bancario, in una maggiore capitalizzazione delle banche, nella riduzione della frazione di debito a breve termine, oltre all’applicazione di meccanismi di compensazione per i top manager della banche, differiti nel tempo. Si tratta dall’altra di rivedere le politiche fin qui adottate sul versante sociale al fine di garantire al cittadino fonti di assicurazione contro gli schock negativi (malattia, disoccupazione), attraverso un ruolo attivo dello Stato. Serve in definitiva un punto di equilibrio fra economia e sovranità che non passa per le politiche di austerità fin qui applicate in Europa, le quali rischiano di provocare una grave crisi di consenso. La crisi finanziaria del 2007-2008 ha origine, secondo l’economista Fausto Panunzi, dalle difficoltà del modello economico degli Stati Uniti che fin dai primi anni Novanta aveva registrato un forte deficit commerciale con l’aumento costante delle importazioni a scapito delle esportazioni. Questa situazione, unitamente alla diminuzione della propensione al risparmio della famiglie americane, ha attirato verso gli Usa ingenti risorse finanziarie provenienti, in misura massiccia, dai paesi emergenti asiatici. Questa grande risorsa di liquidità ha spinto le banche ad incentivare una serie di aperture di credito anche verso famiglie che vivevano in condizioni di precarietà sia dal punto di vista occupazionale, sia patrimoniale. Si sono sviluppati in questo modo i cosiddetti mutui Subprime che a loro volta hanno alimentato un’immensa bolla finanziaria incentivata dalle cartolarizzazioni. La specificità di questa crisi sta proprio nella combinazione fra la bolla immobiliare e l’elevato grado di indebitamento delle banche dovuto alle cartolarizzazioni. In questo modo, alla prima difficoltà economica, molti clienti si sono trovati nella condizione di non poter far fronte al pagamento dei mutui scatenando il crollo finanziario e quindi economico che conosciamo. Contro questa situazione è necessaria innanzitutto una regolamentazione del settore bancario che ricolleghi la finanza all’economia reale. È necessario poi ricapitalizzare le banche, ridurre la frazione di debito a breve termine, oltre all’applicazione di meccanismi di compensazione per i top manager della banche, differiti nel tempo.  
   
   
BINI SMAGHI: LO STATO IN BANCA? UNA NECESSITÀ PER L’ECONOMIA, MA IMPOPOLARE  
 
Trento, 6 giugno 2013 - "Il sistema bancario ha bisogno di capitale pubblico per stabilizzarsi, almeno temporaneamente - ha detto Lorenzo Bini Smaghi nell´incontro promosso dalla Federazione trentina della cooperazione - Unica scelta possibile, ma impopolare”. Uscire dall’euro? Sarebbe un disastro. Per Donato Masciandaro: “Pericoloso e tossico far entrare lo Stato in banca”. Per Leonardo Becchetti, invece, tocca ai cittadini con il loro portafoglio stimolare le banche a diventare più socialmente responsabili. Gli Stati hanno perso sovranità con la globalizzazione? Nel settore bancario in realtà gli Stati nazionali hanno fatto un cattivo uso della sovranità. Ad esempio in Irlanda o a Cipro, dove faceva comodo alla classe dirigente di quei paesi avere sistemi bancari e finanziari sovradimensionati, almeno finché pagavano tasse e creavano occupazione e ricchezza. Poi, quando è scoppiata la crisi, è emersa la fragilità del sistema e ai governi non è rimasto altro che prendere misure di austerità. È quel che è successo anche in Italia alla fine del 2011, dove si è preferito aumentare le tasse piuttosto che fare le riforme necessarie. Così adesso siamo vent’anni indietro, come ha affermato ieri il Governatore della banca d’Italia. Parola di Lorenzo Bini Smaghi, economista già nel board della Bce e attualmente docente ad Harvard e presidente di Snam Gas, che ha aperto oggi alla Fondazione Cassa di Risparmio il confronto con Leonardo Becchetti e Donato Masciandaro sul tema ”Sovranità, biodiversità e finanza” organizzato dalla Cooperazione Trentina e coordinato dal giornalista Franco de Battaglia. Cosa fare per far ripartire il sistema bancario e sostenere l’economia? “Sicuramente la soluzione non viene dall’uscita dall’euro – ha detto Bini Smaghi - sarebbe un disastro. Le svalutazioni fatte negli anni Settanta ci hanno fatto perdere le aziende più avanzate. Oggi tutti i paesi più avanzati hanno un cambio forte. Magari una eventuale uscita dall’euro porterebbe qualche vantaggio immediato, ma occorre guardare avanti e puntare invece sull’innovazione”. Bini Smaghi propone una ricetta che egli stesso ha definito rivoluzionaria. “Oggi non c’è alcun operatore privato disposto a ricapitalizzare il sistema bancario, perché ha paura. Il problema è che se non hanno abbastanza capitale, le banche saranno sempre più prudenti. Il ruolo dell’ente pubblico dovrebbe essere quello di stabilizzare il sistema, come hanno fatto negli Stati Uniti appena scoppiata la crisi. Per due o tre anni occorre portare il capitale delle banche sui migliori sistemi europei, e così tranquillizzare i manager bancari e indurli a prendere più rischi e a prestare di nuovo. Il problema di questa scelta è che è antipopolare. Una soluzione che fa bene all’economia, ma è contro la volontà popolare dei cittadini che non ne possono più di dare soldi alle banche. Eppure, se vogliamo evitare questo processo di avvitamento che sta peggiorando la situazione economica, questa è l’unica situazione”. Una posizione non condivisa da Donato Masciandaro, docente alla Bocconi di economia politica e regolamentazione finanziaria. “È pericoloso far entrare lo Stato in banca, soprattutto in paesi che hanno un basso livello di capitale civile. Non nascondiamoci che noi siamo un Paese ad alta propensione a violare le leggi. Quando lo Stato entra in banca, è una tossina. Se va bene la banca diventa ancora più inefficiente, se va male c’è il pericolo di corruzione. Poi in America non è stato comunque risolto il problema dell’indebitamento. Pensiamo piuttosto ad un sistema bancario che deve ferocemente diminuire i suoi costi. Ma oggi è più facile tagliare il credito che ridurre i costi”. Sulla stessa linea Leonardo Becchetti, docente di economia politica a Tor Vergata, secondo cui quello che serve in questo Paese è più capitale sociale e meno Stato. “I cittadini devono votare con il portafoglio. Le banche non sono tutte uguali, ci sono quelle più a servizio dei cittadini e delle imprese, e quelle che lo sono meno. Ci sono i cittadini che sono più informati e responsabili, e che votano con il loro portafoglio per le banche migliori, non per altruismo ma per auto-interesse lungimirante. È sbagliato aspettarsi sempre la soluzione da un ‘sovrano illuminato’".  
   
   
SOVRANITA´ IN CONFLITTO: LA FONDAZIONE DOLOMITI UNESCO MODELLO CUI GUARDARE  
 
Trento, 6 giugno 2013 - "La Fondazione Dolomiti Unesco rappresenta quell´innovativo e concreto modello di governance che i cittadini auspicano un giorno diventi l´Europa nella sua azione politica". Le parole del giornalista e scrittore Piero Badaloni condensano bene quanto è emerso dall´incontro "Dolomiti Unesco, un modello di gestione sovraregionale" svoltosi stamane in Sala Filarmonica a Trento per il format "Confronti". Ne hanno discusso, moderati da Badaloni, il presidente della Fondazione Dolomiti Unesco e assessore per la natura, paesaggio e territorio della Provincia autonoma di Bolzano Elmar Pichler Rolle, l´assessore all’urbanistica, enti locali, personale, lavori pubblici e viabilità della Provincia autonoma di Trento nonché membro del cda della Fondazione, Mauro Gilmozzi, i membri del comitato scientifico della Fondazione Dolomiti Unesco, l´antropologo Annibale Salsa e la docente universitaria Giovanna Segre. Ll riconoscimento Unesco delle Dolomiti del 26 giugno 2009, qualificando a livello mondiale l´eccezionalità di queste montagne, ha portato un importante elemento di innovazione nella gestione territoriale: identificarsi in un territorio unico, che come tale va valorizzato, promosso e tutelato. La gestione partecipata e congiunta di diverse entità territoriali e livelli amministrativi (le Provincie autonome di Trentino e Alto Adige, le Provincie di Pordenone, Udine, Belluno e le rispettive Regioni Friuli Venezia Giulia e Veneto) di un bene unico e prezioso quali le Dolomiti tramite la costituzione della Fondazione può rappresentare una soluzione, seppur in scala ridotta e con le dovute particolarità, al dualismo "sovranità-conflitto", oggetto di questa edizione del Festival dell´Economia. La Fondazione Dolomiti Unesco, infatti, nasce proprio per anticipare e risolvere all´origine le possibili difficoltà e "conflitti" tra i diversi attori in campo e per trovare soluzioni condivise e partecipate per valorizzare al meglio il patrimonio delle cime dolomitiche, le sue comunità e territori. "La sfida iniziale più grande della Fondazione - ha esordito Gilmozzi - è stata inevitabilmente quella di facilitare rapporti e governance tra i soggetti coinvolti. La politica e la Fondazione, hanno trasformato possibili conflitti tra diversi territori - anche di colore politico differente - in dialogo, ciò che poteva rappresentare uno scontro, in incontro e confronto. Certo, la strada è ancora lunga, ma siamo convinti della bontà della Fondazione e dei risultati che potrà conseguire per tutti i territori e le comunità che hanno creduto in questo progetto". Allo studio, infatti, la Fondazione ha già pronti alcuni progetti, dal turismo, alla formazione alla promozione unitaria. "Occorre capire e far capire che senza cultura non si costruisce paesaggio - ha ribadito Gilmozzi insieme al collega Pichler Rolle -. Investire in formazione e cultura è il primo passo che deve compiere e ha già compiuto al Fondazione, con l´istituzione del primo master universitario in gestione dei beni naturali Unesco". Ma si pensa anche di accentrare alcune azioni di marketing e di promuovere il brand Dolomiti in modo unitario, per poi quindi armonizzare anche le politiche del paesaggio, del territorio e dell´ambiente. "Anche in questi aspetti le differenze tra i territori sono evidenti - ha continuato Pichler Rolle - e su questi elementi la cooperazione tra le comunità all´interno della Fondazione sarà ancora più utile, bella e interessante. Ora, insieme, potremo raggiungere obiettivi e dare prospettive e visione alle nostre comunità e territori che singolarmente nessuno sarebbe stato in grado di raggiungere. E´ da queste premesse che l´azione della Fondazione deve continuare e prendere forza".  
   
   
LE IMPRESE GIGANTI E LA MORTE MANCATA DEL NEOLIBERALISMO  
 
Trento, 6 giugno 2013 - Le banche sono emerse dalla crisi del 2008-2009 più forti di prima, sebbene quest´ultima fosse stata provocata proprio dai loro comportamenti folli. Ritenute “troppo grandi per fallire” hanno ricevuto in soccorso ingenti somme di denaro da parte dei Governi. Qualcosa però sembra non tornare. Impegnati a massimizzare i loro profitti gli istituti di credito operano nel più puro dei mercati. Com’è possibile allora che siano incappati in una crisi tanto vasta se la teoria economica più avanzata aveva dimostrato che i mercati finanziari liberalizzati si correggono da sé? Come si spiega che il neoliberalismo stia riemergendo dal collasso finanziario con più vigore di prima? Lo ha spiegato al Festival dell’Economia di Trento Colin Crouch, Professore Emerito della Warwick Business School, Università di Warwick, Regno Unito. Al cuore dell´enigma sta il fatto che il neoliberalismo realmente esistente, a differenza di quello ideologico puro, non è favorevole come dice di essere alla libertà dei mercati. Esso, in realtà promuove il predominio delle imprese giganti nell´ambito della vita pubblica. Ritenute più efficienti esse non sono più solo centri di pressione potenti ma partecipano al processo politico dall´interno. Tale potere appare palesemente nell´attività delle lobbies soprattutto nel Congresso americano ma anche in molte altre istituzioni legislative ed esecutive. Ed è visibile pure nella capacità delle multinazionali di scegliere i paesi con il regime giuridico più favorevole per localizzarvi i propri investimenti. Completano il quadro la tendenza crescente dei governi a subappaltare molte delle loro attività a imprese private e lo sviluppo della cosiddetta "responsabilità sociale dell´impresa" che fa assumere alle aziende compiti che vanno al di là della loro pura attività economica. La contrapposizione tra Stato e mercato occulta l´esistenza di questa terza forza, più potente delle altre due e capace di modificarne il funzionamento. Oggi la politica non è affatto imperniata sullo scontro tra questi tre soggetti ma piuttosto su una serie di "confortevoli" accomodamenti tra di loro.  
   
   
NAZIONALIZZARE LE BANCHE? NO, MEGLIO PENSARE ALLE REGOLE  
 
Trento, 6 giugno 2013 - Se si parla di nazionalizzazione delle banche ovvio pensare che, sotto sotto, si parli ancora e sempre di socializzazione delle perdite, rimanendo invariato il secondo termine del rapporto, ovvero la privatizzazione dei guadagni. Ma al confronto tra il presidente de La Finanziaria Trentina Lino Benassi, il direttore regionale per il Nord Est di Intesa Sanpaolo Omar Lodesani e il direttore generale di Unicredit Roberto Nicastro, ospitato nella sede della Banca di Trento e Bolzano, non s´è parlato tanto di questo, quanto della trasparenza delle banche, delle regole, di accesso al credito, della s/fiducia tra banche e pure degli stipendi (scandalosi) dei banchieri. Ecco le risposte che i tre interlocutori hanno dato a Sebastiano Barisoni, moderatore del confronto a tre. Benassi: "Ci sono voluti 50 anni in Italia per passare da un sistema pubblico a un sistema privato universale. Ne abbiamo viste di tutti i colori, c´erano banche ben gestite e mal gestite. All´inizio degli anni 80 è fallito il sistema bancario spagnolo, in Italia solo agli inizi degli anni 90 si è messo in moto un processo di liberalizzazione e susseguente privatizzazione. Il nostro problema è che la nostra economia e da sempre bancocentrica, per cui se la banca va male va in crisi il sistema. La banca è un´impresa, ha bisogno di capitali e quindi la maggior parte delle banche è quotata. Il sistema bancario è il sangue del sistema economico e non c´è nazionalizzazione che tenga. Un tempo le banche servivano a dare soldi alle imprese, non c´era speculazione, oggi questa attività arriva al massimo al 30 per cento, il maggior profitto deriva dal trading. La trasparenza? Se le cose vanno bene essere trasparenti non costa nulla, ma se le cose vanno male essere trasparenti per una banca diventa un suicidio. Una banca non ha i principi contabili di una industria, ma se portiamo tutto all´esasperazione finiamo per chiuderle tutte. Per un´industria la trasparenza è un dovere, per una banca si tratta di fissare delle regole". E gli stipendi dei banchieri? Possono valere quelli di mille dipendenti? "Dipende dai dipendenti - è stata la risposta b- . Ci vuole certamente più moralità, non è possibile che un banchiere che non rischia nulla abbia quegli stipendi". Per Nicastro "il punto di equilibrio passa attraverso le regole, dobbiamo essere onesti. Le banche sono attori fondamentali del sistema economico, quando non funzionano fanno saltare il sistema, ed è giusto che vi siano delle regole, e negli ultimi anni ne sono state introdotte almeno 350-400 di nuove. Dobbiamo chiederci però dove si posiziona il pendolo rispetto alle regole, che a volte tendono ad essere contraddittorie: qual è il giusto set combinato di regole che dia equilibrio al sistema? Sono d´accordo con chi dice che più che nazionalizzare le banche sarebbe forse il caso di tornare ad avere banchieri un po´ meno arroganti e più mezzemaniche". Per Lodesani, infine, "non tutti i paesi hanno privatizzato. Il punto critico del nostro business è che noi dobbiamo restituire il denaro. Quando sei in iper regolamentazione sei già di fatto nazionalizzato. Va bene abbassare gli stipendi dei banchieri, ma il problema è definire a cosa sono legate quelle retribuzioni. Noi viviamo solo se riusciamo a fare buoni impieghi, confrontandoci con il problema della affidabilitá dell´impresa che chiede credito".  
   
   
CREARE LAVORO PER RIDARE SPERANZA ALL´ITALIA  
 
Trento, 6 giugno 2013 - “Per rilanciare il lavoro in Italia bisogna partire da due riforme: dell´istruzione e della pubblica amministrazione. Solo in questo modo si può riavviare uno dei grandi motori di sviluppo che si chiama welfare. Servono scelte coraggiose. Se non faremo questo, il degrado è garantito”. E´ intervenuta con queste parole Susanna Camusso, segretario della Cgil, al Festival dell´Economia di Trento il giorno dopo l´importante accordo siglato con Confindustria. “Per noi – ha proseguito – il tema del lavoro non è passato di moda. Anzi. Dev´essere al centro della discussione e troppo spesso questo non accade”. Per rilanciare l´economia italiana il segretario della Cgil propone anche “un provvedimento di uscita dal sommerso e una normativa esplicita sugli appalti per rompere meccanismi di corruzione e di clientela”. L´italia – ha spiegato - deve tornare ad avere un´idea di sé stessa, senza sentirsi “il figlio povero dell´Europa”. Il suo intervento s´è concluso con un ragionamento sull´Imu. “Bisogna smetterla di discutere di Imu ed iniziare a discutere seriamente delle risorse che vanno messe in campo per i giovani, per costruire lavoro non attraverso incentivi, ma grazie ad un intervento del pubblico”. Per ricostruire un Paese bloccato e affrontare la “catastrofe del lavoro”, evidenziata dagli ultimi dati sulla disoccupazione giovanile che ha superato la soglia del 40% in Italia, secondo l´economista Laura Pennacchi, già sottosegretario al Tesoro ed autore del libro “Tra crisi e grande trasformazione. Libro bianco per il piano del lavoro 2013” (Ediesse), sono necessarie “soluzioni innovative”. Serve, quindi, una “grande spinta” propulsiva, una “terapia shock che soltanto il motore pubblico può dare attraverso investimenti che generino lavoro”, come sta facendo Obama negli Stati Uniti. Insomma, per superare “il liberismo di Monti” che, per Pennacchi ha aggravato la crisi assieme alle “politiche distruttive di austerità imposte dalla Merkel”, “non bastano le misure tradizionali a cui eravamo abituati, come ad esempio gli incentivi fiscali per le assunzioni ”, ma sono indispensabili “misure nuove e a largo raggio, come la staffetta giovani-anziani di cui ha parlato il Ministro Giovannini”. Solo così si potrà aprire una nuova stagione e lasciarsi alle spalle “la più grave e lunga crisi globale dell´ultimo secolo”. Infine, il docente universitario Sandro Trento, ha affermato che “è giunto il momento di ragionare sull´architettura delle politiche di cui l´Europa si è dotata, concepite sulla stabilità”. E´ necessario, dunque, un cambio di paradigma, ma che non può non basarsi su un progetto complessivo “che deve essere affrontato con una nuova stagione di riforme che dovranno essere applicate seriamente, al contrario di quanto è stato fatto talvolta in passato”.  
   
   
CHI COMANDA IN EUROPA? LE BANCHE CENTRALI, LA GERMANIA, I GOVERNI NAZIONALI?  
 
Trento, 6 giugno 2013 - Chi comanda in Europa? Si faccia avanti chi non si è mai fatto questa domanda, soprattutto in questo periodo storico dominato da "spread", lettere di raccomandazioni, "commissariamenti" e politiche di rigore. Ha provato a dare una risposta il forum, condotto da Massimo Bordignon, cui hanno partecipato, questa mattina in sala Depero, Lorenzo Bini Smaghi, Daniel Gros, Hans Kundnani, Marco Buti e Richard Portes. Mentre lo sport preferito di una parte della politica è dare la colpa di ogni problema all´Europa, ci si è chiesto come questa decide o dovrebbe decidere. Il ragionamento è partito da quattro punti: la crisi finanziaria del 2008 e 2009 ha mostrato i problemi dell´Unione nel gestire i problemi monetari; la crisi ha messo in luce anche difficoltà di governance; manca poi in Europa un centro democratico legittimato e non siamo ancora fuori dalla crisi. Il dibattito si è sviluppato attorno al ruolo della Germania e dei paesi che dovrebbero mettere in atto riforme strutturali. Per Lorenzo Bini Smaghi, economista e presidente di Snam, l´Europa è un insieme di paesi che condividono alcuni poteri ma altri poteri non li condividono affatto: la crisi dell´Europa nasce dal fatto che non sono stati dati abbastanza poteri alle istituzioni comuni e poi dal fatto che alcuni poteri nazionali non sono stati esercitati al meglio. Quale è quindi la sovranità da condividere? Per trovare un accordo bisogna partire dal presupposto che fino ad oggi le cose non hanno funzionato bene. Un tema caldo di confronto è, per esempio, quello della vigilanza bancaria. I paesi che hanno usato male le loro prerogative sono quelli che sono andati peggio durante la crisi. Non è tutta colpa dell´Europa quindi. La sovranità è fatta per decidere e se manca questa capacità si producono danni; anche il debito pubblico e privato sono frutto del rinvio di decisioni importanti. La Banca Centrale europea ha avuto in questi anni un ruolo straordinario, come le banche centrali dei singoli paesi. La Banca Centrale europea infatti, organismo indipendente, ha cercato di dare tempo ai governi dei paesi in crisi intervenendo a sostegno delle loro economie con i poteri che ha. In questo momento di crisi le banche centrali sembrano avere molto potere, in realtà possono concedere solo tempo ai governi che hanno comunque la responsabilità di fare le riforme per non aggravare la crisi. Marco Buti, direttore generale affari economici e finanziari della Commissione europea, ha ricordato l´attualità del tema dell´unione bancaria, che tocca il cuore e il nervo scoperto della sovranità nazionale e sul quale si incontrano resistenze. C´è poi, ha aggiunto, la difficoltà nel gestire il sistema delle regole che stanno a monte dei rapporti tra istituzioni comunitarie e stati. Asimmetrie informative e mancanza di fiducia sono i problemi principali mentre sono le riforme strutturali lo strumento fondamentale per uscire dalla crisi. Se uno guarda le raccomandazioni fatte all´Italia, ma anche a Francia e Germania, nota un approccio a tutto tondo ai problemi che non considera solo la disciplina fiscale o finanziaria. Daniel Gros, direttore del Centre for European Policy Studies, alla domanda su chi comanda in Europa, ha detto che, guardando alla stampa, la risposta dovrebbe essere una sola: la Germania, direttamente o attraverso le istituzioni europee. Il tema vero invece secondo lui è chi obbedisce, chi segue le indicazioni che arrivano dall´Europa. L´unione europea, ha ricordato, è un insieme di stati indipendenti che hanno ceduto parte della loro sovranità attraverso regole complicate. La Germania si trova in una situazione migliore perché in passato ha risparmiato e quindi ha più risorse degli altri paesi. Sempre meno stati hanno però bisogno di finanziamenti esteri e questo cambia i rapporti di potere. Si è chiesto: se gli stati non seguono le raccomandazioni europee quali sono le conseguenze? Chi decide sul futuro dell´euro? Per concludere che anche gli stati che non sono in regola o quelli che non hanno preso provvedimenti decisivi ad avere un ruolo molto importante; il futuro della moneta unica si deciderà anche in Italia e nei paesi che hanno bisogno di riforme profonde. Hans Kundnani, direttore editoriale dell´European Council on Foreign Relations ha evidenziato che nel Regno Unito c´è una visione netta della sovranità: o ce l´hai oppure no. Con la crisi, ha aggiunto, la valuta unica ha ampliato il potere della Germania e anche se oggi nessuno stato membro, da solo, può mettere in discussione le decisioni tedesche, questo diventa possibile in virtù di accordi e coalizioni. La Germania da sola, quindi, non può imporre la sua visione. Possiamo auspicare, ha concluso, un progressivo allineamento tra interessi tedeschi e interessi degli altri paesi dell´Unione; c´è bisogno insomma di una vera unione politica in Europa. Richard Portes, professore di Economia alla London Business School, si è dichiarato a favore dell´Europa e per questo ancora più dispiaciuto della situazione attuale. Dagli anni ´80 in poi, ha ricordato, la Commissione ha ceduto potere al Parlamento e al Consiglio e oggi c´è ancora molto da fare in materia di trasparenza e democrazia: se non si realizza un´unione politica è normale che si ponga il problema dell´egemonia di uno stato sugli altri. Secondo lui oggi servono ancora le grandi risorse tedesche per ricapitalizzare il sistema bancario, per questo la Germania ha ancora un peso notevole nella politica dell´Unione europea.  
   
   
JOHNSON: "VA RIAFFERMATO IL PRIMATO DEI VALORI UMANI SU QUELLI ECONOMICI"  
 
Trento, 6 giugno 2013 - Dagli spirituals al blues per trarre quella "energia rigeneratrice" necessaria a "riaffermare il primato dei valori umani su quelli economici". Ne è convinto il direttore dell´Inet - Institute for New Economic Thinking, Robert Johnson, protagonista al Teatro Melotti del Mart a Rovereto, nell´ambito del Festival dell´Economia. Johnson, che si è detto "felice di essere a Trento perché qui sembra che l´efficienza non sia riuscita ad eliminare la vita", ha portato una tesi semplice ed efficacie: "L´idolatria del mercato è un errore, i mercati sono dei meccanismi, l´economia dovrebbe essere al servizio dell´uomo, quando invece l´economia è strutturata a livello politico e queste strutture diventano troppo evidenti, significa che vengono disattesi i valori umani". In sintesi "dobbiamo sviluppare un potere rigeneratore, ricordarci che siamo esseri umani con dei valori". Viviamo in un mondo distorto, in cui vi è squilibrio di poteri fra governi e aziende e dove le risorse a disposizione delle grandi imprese e dei gruppi sono eccessive rispetto a quelle degli individui. In questo mondo, secondo Robert Johnson: "Sono le aziende a dominare la capacità dei singoli, ci sono risorse concentrate nel nome dell´efficienza che strabordano rispetto alle regole. Qui si toglie potere all´individuo e si distruggono i valori umani". Johnson ha quindi portato l´esempio della Cina, dove "le lobbies multinazionali inducono a non migliorare la qualità della vita degli uomini, ma anzi questa è tenuta ad un livello minimo; non c´è in questi Paesi la forza di migliorare la qualità". Diverse le possibilità di riforma, ma per Johnson la strada di uscita non passa solo attraverso l´economia, le riforme, i contributi, perché: "Esiste qualcosa di fondo che ci deve ricordare che siamo esseri umani", dobbiamo quindi sviluppare quel "potere rigeneratore" dentro di noi, ovvero "riaffermare il primato dei valori umani su quelli economici".  
   
   
POLITICA ED ECONOMIA "SEPARATE IN CASA"  
 
Trento, 6 giugno 2013 - Politica ed economia: ´´amiche nemiche´´. Il titolo di un noto film riassume in due parole la tendenza storica dei due poteri al conflitto. Tuttavia quando creano sinergie ne beneficia lo sviluppo socio economico di un Paese. Politica ed economia sono molto vicine e le responsabilità sono al 50%, proprio come nei rapporti di coppia. Dell´arduo equilibrio tra il potere politico e quello economico, ha parlato l´economista Luigi Zingales, bocconiano, professore di finanza all´Università di Chicago, nell´appuntamento in programma stamattina nella sezione ´Focus´ alla Filarmonica. ´´Politica e economia dovrebbero essere separate in casa - ha sintetizzato Zingales - , la loro convivenza è possibile solo grazie a un sistema istituzionale corretto che salvaguardi la giusta via di mezzo´´. Se nelle democrazie occidentali avanzate l´abuso di potere nei confronti dei cittadini da parte dello Stato è prevenuto da norme costituzionali e dalla competizione elettorale, ´salvavita´ dei diritti civili, sul piano economico, invece, le clausole costituzionali sono meno dettagliate e la stessa competizione elettorale non funziona altrettanto bene nel difendere i diritti economici. Così ha esordito il professor Luigi Zingales nell´affrontare il tema del delicato rapporto tra politica ed economia.´´Una maggioranza di governo - ha spiegato l´economista - può volere qualcosa che nel lungo periodo può essere negativo per la società. Ciò è evidente soprattutto nel settore della finanza, a cui la gente dà soldi in cambio di promesse, che se non vengono mantenute portano alla sfiducia e al crollo degli investimenti. In modo analogo, ma ribaltato, la tendenza alla ridistribuzione della ricchezza può essere negativa. Chavez in Venezuela ha potuto portare avanti una redistribuzione massiccia della ricchezza, grazie alla risorsa della materia prima del petrolio, altrimenti il Paese non sarebbe riuscito a sostenersi. Negli Stati Uniti, invece, esiste l´oligarchia economica e finanziaria delle Lobby. Storicamente in Italia fino al Rinascimento il potere militare deteneva il potere economico. La contrapposizione tra il potere papale e quello dell´imperatore, ha portato alla nascita delle città stato, di fatto oligarchie, in mani a poche famiglie o signorie. Il consolidamento progressivo di stati nazione divenne così potente da impedire lo sviluppo dell´economia e della finanza, perché il sovrano poteva rinnegare i propri debiti e non pagare nessuno. Solo nel 1788 in Inghilterra, la ´´glorious revolution´´ consegna parte del potere al Parlamento, che rappresenta una nuova classe media, che ha interesse a difendere il diritto di proprietà. E´ essenziale l´esistenza di una classe media e grazie ad essa è possibile la distribuzione equa della ricchezza su una base legale e istituzionale. Ma nel Xix secolo in Usa avviene la prima globalizzazione - mentre oggi viviamo la seconda - e aumenta la diseguaglianza sociale con la distruzione della classe media degli agricoltori. Tuttavia Roosevelt riesce a creare una legislazione mirata e riequilibrare il potere tra i grandi gruppi economici e i cittadini individuali. Nel 1890 in Usa nasce la prima legge antitrust, mentre in Italia arriverà nel 1990. Sono state proprio le leggi, che spingono alla trasparenza, a rendere la democrazia americana tra le più compiute del mondo. L´eccesso di potere politico dell´economia danneggia lo stesso mercato. Negli Usa si capisce molto bene ad esempio con l´attività di pressione politica esercitata dalle Lobby economiche Da una parte è positiva perché si difendono i diritti di categorie dall´intrusione dello Stato, ma nel tempo la loro attività è diventata opportunistica, nel senso che protegge l´interesse di pochi. In modo analogo in Italia mentre il governo Monti faceva una dettagliata spending review, al contempo dava miliardi alla Cassa depositi e prestiti, perché le fondazioni bancarie hanno acquisito nel nostro Paese un potere politico enorme. Solo in un sistema di mercato con una solida democrazia rappresentativa, economia e politica possono coesistere senza sopraffarsi".  
   
   
LO SPREAD SIAMO NOI: DA TIRANNO AD ALLEATO, ANALISI DI UN MITO  
 
Trento, 6 giugno 2013 - Se vogliamo regolare la temperatura della febbre da spread, dobbiamo essere noi a somministrare la cura. Lo spiega al Festival dell’Economia l’economista Giovanna Nicodano, ospite oggi nella sala conferenze del Dipartimento di Economia dell’Università di Trento. «Lo spread ci ha segnalato il baratro dell’insolvenza e la necessità di cambiare. Lo scenario futuro è di austerità e riforme, con aiuti negoziati insieme ai Paesi partner». Ma perché lo spread è così importante? «Tutte le volte che lo spread aumenta ci sono conseguenze pesanti sull’economia perché tutti i prestiti alle persone e allo Stato sono collegati. Aspettative e reputazione insieme al deficit, insieme al rischio di deprezzamento della moneta, determinano il rischio di insolvenza (e il rating) dei due debitori. Entrare nell’Euro ha portato benefici, ma per risanare il debito abbiamo perso dieci anni». Detestato, invocato, definito tiranno dell’economia: lo spread, soprattutto dal novembre 2011, ha torturato gli italiani ed è diventato di fatto il termometro dell’economia italiana. Nemico dei nostri conti pubblici e privati, se aumenta, di conseguenza aumenta anche l’interesse che paghiamo sul nostro debito. A causa di questo, il deficit peggiora e il debito cresce; le imprese pagano interessi maggiori sul debito e le famiglie sui mutui; il rischio di insolvenza delle banche aumenta. E tutto questo fa ulteriormente aumentare lo spread: un vero e proprio circolo vizioso. Per scongiurarlo, la ricetta sono austerità e riforme, con aiuti. Solo così lo spread può trasformarsi in un alleato. «In realtà lo spread siamo noi – spiega l’economista Giovanna Nicodano, docente dell’Università di Torino e Research fellow al Collegio Carlo Alberto e presso Netspar (Network for Studies) - perché siamo anche noi che chiediamo i servizi, ma anche noi che finanziamo lo Stato attraverso i titoli. Lo spread ci segnala quando sbagliamo. Ma ci aiuta anche quando facciamo le cose giuste. Se non saremo abbastanza decisi con le riforme, avremo un alleato che, implacabile, ce lo dirà». Ma come si può domare lo spread e quanto pesa sull’economia reale, sulla competitività delle imprese sulle tasche delle famiglie italiane? Bisogna innanzitutto capire come funziona il meccanismo. «Lo spread – spiega Nicodano – è la differenza nell’interesse che viene pagato in virtù del maggior/minor rischio di insolvenza o bancarotta del primo. È misurato con la differenza di rendimento tra i titoli emessi dai due debitori: tra i titoli dello Stato italiano e il rendimento dei titoli tedeschi di pari scadenza. Se l’Italia va peggio, cioè quando il governo intraprende politiche che riducono la possibilità di rimborso – perché aumenta il deficit, o non attua riforme necessarie alla produttività - tutti cercano di vendere i titoli di Stato. Questo abbassa il prezzo dei titoli già in circolazione facendo salire il loro rendimento e spread. Quindi il meccanismo è del tutto fisiologico . «Ma esiste anche un’altra lettura - continua Nicodano - che si è fatta strada a livello politico negli ultimi tempi che sostiene che lo spread sia qualcosa di completamente staccato dall’economia, una sorta di allucinazione mentale di speculazione bancaria. In realtà non è del tutto sbagliato, perché lo spread ha a che fare con la credibilità e la reputazione del Paese nei confronti dei creditori. Un elemento ancora più decisivo alla luce della situazione del debito italiano (120%), che rende tutto ancora più difficile, perché il nostro Paese è ora di fatto in mano ai creditori. Di fatto è una spada di Damocle sulla testa degli italiani, che rischiano di non vedersi più finanziati». Ma com’era la situazione prima dell’introduzione dell’euro? «Non era affatto rosea: lo spread era alto, così come l’instabilità. Lo spread subiva comunque le oscillazioni legate al livello di affidabilità del governo italiano e di stabilità delle relazioni con gli altri Paesi. Alla sua introduzione, l’euro ha avuto un effetto catartico sullo spread, che è crollato. La scommessa di entrare nell’Euro è riuscita: è stato un ottimo investimento perché c’era un 5-6% del pil che poteva essere utilizzato per fare molte cose, tra cui risanare il debito. Ma troppo poco è stato fatto, rispetto agli altri Paesi (ad esempio il Belgio). Dal 1997 al 2008 c’erano le condizioni perfette per risanare l’economia italiana e le abbiamo sprecate. Ad aggravare le cose poi si è aggiunto il detonatore della crisi mondiale e siamo tornati indietro alla situazione pre-introduzione dell’euro. Come è nato per volontà politica, l’euro può anche “rompersi” per volontà politica. L’euro richiede convergenza: se non c’è, allora i Paesi gli elettorati dei singoli Paesi possono spaccare il sistema. Se esiste questa prospettiva, questo determinerà un aumento dello spread. Ecco perché oggi è importante difendere l’euro».  
   
   
SEMINERIO: TIRARE LA CINGHIA POTREBBE ESSERE INUTILE  
 
Trento, 6 giugno 2013 - L´economia italiana rischia il collasso e attingere massicciamente dalle tasche dei cittadini non è la soluzione per uscire dalla crisi. L´ennesima stagione del "rigore", inaugurata dal governo Monti sotto la pressione di un´Europa dietro la quale vi sono le ansie e le reticenze della Germania, e l´eccessivo prelievo fiscale non sono altro che un palliativo già visto in passato che non ha portato a nessun beneficio. Una cura letale che non solo aggrava la malattia, ma la rende pericolosamente contagiosa. “Non è attraverso una politica fiscale aggressiva che il nostro Paese potrà rinascere - afferma Mario Seminerio, analista macroeconomico - bensì grazie al lavoro”. Quello di cui l´Italia ha bisogno sono imprese libere dalla rete della burocrazia e della corruzione; un sistema di tassazione che premi chi produce e non chi gestisce una rendita; una visione politica coraggiosa, che sappia mettere in campo riforme autentiche. I sacrifici che il Governo ha chiesto agli italiani potrebbero, insomma, rivelarsi inutili. Se poi l´austerità, sostiene l´autore de "La cura letale" (Bur Rizzoli), è perseguita simultaneamente in tutti i paesi europei, i suoi effetti di depressione delle economie si amplificano e la crisi si avvita su se stessa. Come uscire allora da questa impasse? La strada maestra, suggerisce il curatore del blog phastidio.Net, è quella di una maggiore integrazione europea. Un´integrazione dei sistemi bancari, con un´unica autorità di sorveglianza ma soprattutto una maggiore integrazione fiscale. E´ arrivato il momento di dare una svolta politica all´unione monetaria che, da sola, non rafforza il sistema, ma consolida la crisi. Solo andando verso un´unità federale vera e democratica dell´Unione Europea potremo evitare il tracollo. Solo dando una decisa accelerazione alla creazione degli Stati Uniti d´Europa ci potremo salvare. Ovviamente, sottolinea Seminerio, con tutte le precauzioni e le cautele da prendere per le differenze tra noi europei e gli americani. Tuttavia, nazionalismi e particolarismi sono ancora troppo forti per poter verosimilmente sperare nella soluzione più logica per evitare la rovina più totale. Le prospettive, detto in parole povere, sono tutt´altro che rosee. Il tempo a disposizione, ormai, quasi scaduto.  
   
   
L’ECONOMIA RACCONTATA A TEATRO NEL SEGNO DELLE DIVERSITA’  
 
Trento, 6 giugno 2013 - Raccontare l’economia, i suoi meccanismi e i suoi riflessi sulla società, in questo caso quelli legati al significato dei termini sovranità e identità, attraverso le forme del teatro e la forza della recitazione. Questo l’obiettivo dello spettacolo “Lo straniero sovranità ed identità” proposto venerdì sera al Teatro Sociale per il Festival e frutto della creatività dell’economista Fabio Ranchetti. Sua l’idea di tracciare un percorso attraverso una serie di brani di letteratura, dalle pagine dello storico Erodoto a quelle dell’etnologo Claude Lévi-strauss, per delineare il concetto di sovranità e calarlo nelle forme del terzo millennio solo in apparenza così lontane anche da quelle del secolo scorso o di un passato ancora più remoto. Magistrali interpreti delle letture che hanno fatto da filo conduttore della rappresentazione e conquistato la platea due attori di grande spessore per il teatro italiano contemporaneo quali Massimo De Francovich e Massimo Popolizio. Fabio Ranchetti ha introdotto lo spettacolo spiegando come il punto di partenza per questo suo progetto, pensato proprio per il Festival, si sia generato dalla domanda sul che cosa si intenda oggi con il termine “sovranità” e soprattutto se qualcuno oggi si possa definire come “sovrano d’Europa”. La risposta, quasi scontata, porta alla Germania guidata dalla cancelliera Angela Merkel che ha un evidente primato economico e politico nel Vecchio Continente. Ma questo però, ha sottolineato Ranchetti, non si riflette sulla cultura, a differenza di quanto accadeva un tempo, perché in questo momento la Germania non esprime figure di spicco o quantomeno non in numero maggiore delle altre nazioni europee più importanti. Da qui l’idea di delineare il concetto di sovranità che si intreccia anche con quelli di identità, di eguaglianza e di diversità. Quella diversità che esprimeva proprio uno dei maggiori intellettuali del ‘900 quale fu Thomas Mann nato in una Germania influente come oggi, ma appunto con ben altre personalità di spicco nell’ambito culturale. E la figura di Thomas Mann, solo per metà tedesco perché di madre brasiliana, che visse l’esilio dalla Germania nazista e sposò una donna ebrea, è stato il link per iniziare un viaggio attraverso i testi recitati in maniera intensa dalle voci De Francovich e Massimo Popolizio. Le parole del grande storico greco Erodoto sui Persiani, sulla loro idea di sovranità e sul rapporto con gli altri popoli, sono così diventate quelle del filosofo francese Michel de Montaigne sugli spagnoli alla conquista delle Indie. Un dialogo tratto dalla “Tempesta” di Shakespeare ha portato l’immaginazione verso le pagine di Montesquieu per finire in quelle di Claude Lévi-strauss con le sue riflessioni sull’etnocentrismo e sulla difficoltà di accettare le differenze e il dialogo con le altre culture e con lo “straniero”. Dialogo così importante anche per le relazioni economiche dei nostri giorni.  
   
   
IL MODELLO DEGLI USA POTREBBE SALVARE L’EUROZONA  
 
Trento, 6 giugno 2013 - La crisi del debito europeo è una brutta bestia ed è frutto di errori di varia natura, ma se vogliamo uscirne è necessario che i politici la smettano di sognare soluzioni irrealizzabili e di interpretarla con approcci sbagliati. Quello che devono fare è tracciare una diagnosi veritiera, iniziare a gestire il problema, eliminare le macerie e ricostruire. Charles Wyplos, professore di Economia internazionale al Graduate Insistute of International of Development Sudies a Ginevra, lo dice chiaro e tondo: “Rimettere a posto l’area dell’Euro è possibile ma sono scettico che i Paesi interessati siano pronti a farlo”. Eppure di escamotage ce ne sono, e anche molti. Come guardare al modello adottato dagli Usa. Niente salvataggi dal governo centrale e stati completamente indipendenti nella gestione fiscale. Il risultato? Un debito massimo, nel 2001, del 19,6% contro il 66,9% dei Lander tedeschi. Nel 1997 l´Europa ha commesso un errore madornale di cui la crisi è diretta conseguenza. Ha adottato il Patto di Stabilità. Un patto che non aveva alcuna speranza di funzionare. Non solo perché mal concepito, ma perché la sua realizzazione si basava su un equivoco di fondo: immaginare di poter imporre una disciplina fiscale a Stati sovrani. A complicare le cose ci si è messa l´austerità di bilancio affibbiata a paesi in recessione o sul punto di entraci. Un provvedimento che non ha condotto a un abbassamento significativo di deficit. Basta guardare la Grecia per averne conferma. La giusta risposta all´azzardo morale, spiega Wyplosz, è predisporre nuovi strumenti che garantiscano la disciplina di bilancio, senza per questo rimettere in discussione la sovranità degli stati membri della zona euro. Una cura possibile potrebbe essere quello di convertire parte del debito in Eurobond; un´altra quella di rendere i Governi più disciplinati in modo che non spendano più di quanto raccolgono. Alcuni studiosi suggeriscono invece di adottare una supervisione bancaria da parte delle autorità nazionali e di creare una disciplina fiscale. Dulcis in fundo stoppare i salvataggi e ripudiare parzialmente il debito facendolo assumere alla Bce. "Dobbiamo gestire gli errori del passato e fare qualcosa di completamente diverso. Solo così l´euro zona potrà tornare a funzionare come sei anni fa: ossia brillantemente", ha concluso il direttore dell´Icmb.  
   
   
INDESIT, MARTUSCIELLO: REGIONE IMPEGNATA ALLA RICERCA DI UNA SOLUZIONE  
 
Napoli, 6 giugno 2013 - "La Regione Campania presterà la massima attenzione sulla questione Indesit, il cui piano di salvaguardia e razionalizzazione prevede una drastica riduzione del personale. Allo scopo di vigilare sui livelli occupazionali delle aree su cui insistono gli insediamenti produttivi, ci siamo già attivati per chiedere un incontro con il Governo e le parti sociali, per il tramite della Commissione Attività Produttive della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, coordinata dalla Regione Marche." Così l´assessore alle Attività produttive della Regione Campania Fulvio Martusciello, in merito al piano annunciato dalla Indesit Company, che prevede 540 esuberi tra i due stabilimenti dell´area Teverola - Carinaro. "La Regione Campania è attivamente impegnata nella ricerca di una soluzione e metterà in campo tutti gli strumenti più idonei a fare in modo che il nostro tessuto produttivo non venga ulteriormente penalizzato e impoverito", conclude Martusciello.  
   
   
ILVA, LIGURIA: POSITIVA LA NOMINA DEL COMMISSARIO  
 
Genova, 6 Giugno 2013. "Giudico positivamente la nomina di un commissario per risanare l´Ilva di Taranto e consentire di proseguire con l´attività, perché questo Paese non può fare a meno di una produzione così importante e determinante come l´acciaio e soprattutto non può fare a meno delle decine di migliaia di posti di lavoro che quella filiera garantisce". Lo ha detto l´assessore al lavoro della Regione Liguria, Enrico Vesco, a margine della seduta del consiglio regionale. "Tutto ciò deve avvenire – ha continuato Vesco – garantendo anche la sicurezza dei lavoratori, del contesto urbano e abitativo e dei cittadini legati a tutte le realtà dove l´Ilva produce. Credo dunque che il commissario possa dare le legittime aspettative di sicurezza a chi deve lavorare, garantendo quegli interventi di risanamento che fino ad oggi non sono stati fatti dalla famiglia Riva che ha potuto così accantonare risorse notevoli che potevano servire a mettere in sicurezza l´impianto".