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GIOVEDI
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Notiziario Marketpress di
Giovedì 06 Giugno 2013 |
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AMBIZIOSO PROGETTO "UNISCE" LASER E FISICA DELLE ALTE ENERGIE |
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Bruxelles, 6 giugno 2013
- Un team internazionale di esperti sta
sviluppando un sistema laser rivoluzionario studiando l´uso di laser a fibra in
tecnologie di acceleratori di particelle innovative, come il Grande collisore
di adroni (Lhc), che è considerato dagli scienziati una delle grandi pietre
miliari del genere umano nel campo dell´ingegneria.
Il progetto Ican
("International Coherent Amplification Network"), che ha ricevuto un
finanziamento Ue di mezzo milione di euro, è una nuova concezione di laser per
l´accelerazione di particelle ad alta energia. Il team di Ican comprende
esperti di scienze ottiche, tecnologia e industria, astronomia e manifattura.
Sono coinvolti anche quattro
rinomati laboratori: l´Orc dell´Università di Southampton, Regno Unito, l´École
Polytecnique, Francia, l´Istituto Fraunhofer di ottica applicata e ingegneria
della precisione (Fraunhofer Iof), Germania, e il Cern, Organizzazione europea
per la ricerca nucleare, Svizzera (che ospita l´Lhc). Comprende anche un grande
numero di partner in tutto il mondo, provenienti dalle comunità e dai settori
del laser, della fibra e della fisica delle alte energie.
Insieme metteranno su un
nuovo sistema laser composto da imponenti reti di migliaia di laser a fibra,
sia per la ricerca fondamentale presso i laboratori che per altre attività
applicate, come la terapia con i protoni e la trasmutazione nucleare.
Il progetto è coordinato dal
professor Gérard Mourou dell´École Polytecnique, considerato un pioniere nel
campo dei laser ultraveolci, che dice: "Ican è un progetto spartiacque
perché unisce le comunità del laser e della fisica delle alte energie. Credo
che Ican sia un progetto ambizioso e audace, che illustra lo spirito innovativo
dell´Ue".
I laser possono fornire, in
un intervallo di tempo molto breve (misurato in femtosecondi), scariche di
energia e una potenza equivalente a mille volte la potenza di tutti gli
impianti elettrici del mondo.
Continua il professor
Mourou: "Un´importante applicazione è la possibilità di accelerare le
particelle fino alle alte energie in distanze molto brevi misurate in
centimetri, invece di chilometri, come è il caso oggi con la tecnologia
tradizionale. Questa funzione è di enorme importanza visto che sappiamo che
oggi la fisica delle alte energie è limitata dalle dimensioni proibitive degli
acceleratori (decine di chilometri) e costa miliardi di euro. Ridurre le
dimensioni e i costi di molto è fondamentale per il futuro della fisica delle
alte energie".
Una significativa
applicazione sociale di questa fonte è la trasformazione dei prodotti di scarto
dei reattori nucleari, che a presente hanno emivite di centinaia di migliaia di
anni, in materiali che durano molto meno (fino a decine di anni). Questo
trasformerebbe radicalmente il problema della gestione dei rifiuti nucleari.
Per maggiori informazioni,
visitare:
Cern - Organizzazione
europea per la ricerca nucleare
http://home.Web.cern.ch/
École Polytechnique
http://www.Polytechnique.edu/jsp/accueil.jsp?code=36392593&langue=1
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L´ETICHETTATURA ENERGETICA IN UN SEMINARIO PRESSO LA CDC DI VERONA |
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Verona, 6 giugno 2013 - Dal
2003 al 2009 il consumo medio degli apparecchi domestici venduti in Europa si è
ridotto di quasi il 15% per i frigoriferi e del 10% per le lavastoviglie e le
lavatrici. Solo per fare un esempio, le vendite di frigoriferi di classe A o
superiore (A+) in Italia costituivano il 15% del totale dei frigoriferi venduti
nel 2000 mentre hanno raggiunto quasi l’87% nel 2008. Uno dei principali risultati
ottenuti dall’introduzione, fin dal 1992, dell’obbligo di dotare di
un’etichetta energetica i principali elettrodomestici è stato infatti quello di
promuovere la scelta di modelli con consumi sempre più contenuti ed elevate
prestazioni e, conseguentemente, di favorire lo sviluppo tecnologico dei
prodotti. Se si considera che, secondo stime dell’Enea – Agenzia nazionale per
le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo sostenibile, i consumi di un
frigocongelatore da 300 litri in classe A+++ (una delle classi energetiche di
ultima introduzione) sono inferiori del 60% a quelli di un modello in classe A,
e che quelli di lavatrici e lavastoviglie diminuiscono mediamente del 30% per
le stesse classi di efficienza energetica, si può avere un’idea dell’impatto,
in termini di risparmio sui costi dell’energia, che l’acquisto di
elettrodomestici di maggiore impatto energetico può avere sui bilanci delle
famiglie italiane.
Di questo, ma non solo, si è
parlato nel corso del seminario “La nuova normativa sull’etichettatura
energetica”, che si è svolto ieri pomeriggio presso la Camera di Commercio di
Verona.
Il pomeriggio si è aperto
con un intervento di Milena Presutto, dell’Unità Tecnica Efficienza Energetica
dell’Enea, che ha illustrato le novità legislative in materia di etichettatura
energetica introdotte dal D. Lgs. 104/2012, di recepimento della Direttiva
comunitaria 2010/30/Ue, spiegando le principali modifiche previste:
introduzione di tre nuove classi energetiche (A+, A++, A+++), obbligatorietà
della dichiarazione del rumore, maggiore completezza delle schede di prodotto e
della documentazione tecnica, neutralità linguistica delle etichette (i testi
nelle varie lingue sono adesso sostituiti da pittogrammi che rendono evidenti
ai consumatori in modo più immediato le caratteristiche e le prestazioni
energetiche e funzionali degli apparecchi), indicazione dei consumi, sia di
acqua che di energia, su base annua, calcolati su prove standard fissate dalla
legislazione europea: tutto questo rende facilmente confrontabili gli
apparecchi della stessa categoria, anche se il reale consumo energetico dipende
poi ovviamente dalle condizioni quotidiane di utilizzo e può quindi variare
rispetto ai valori indicati in etichetta.
Nella seconda parte del
seminario Simonetta Fumagalli, anch’essa dell’Unità Tecnica Efficienza
Energetica dell’Enea, ha approfondito le caratteristiche della nuova etichetta
energetica degli apparecchi di illuminazione, che diventerà obbligatoria a
partire dal 1° settembre prossimo. Nel corso del suo intervento, la dott.Ssa
Fumagalli ha brevemente illustrato anche le norme sulla progettazione
eco-compatibile dei prodotti connessi all’energia, modificate dal D.lgs.
16.2.2011 n. 15, che ha recepito la Direttiva comunitaria 2009/125/Ue. La
Direttiva stabilisce regole per la definizione dei requisiti tecnici ai quali i
produttori dovranno attenersi, in fase di progettazione, per incrementare
l’efficienza energetica dei propri prodotti e ridurne l’impatot ambientale
durante tutto il ciclo di vita. Da questo punto di vista, elementi importanti
nel ciclo di vita di un prodotto sono, per esempio, la selezione e l’impiego di
materie prima, l’imballaggio il trasporto e la distribuzione, il consumo di
materiali, energia, acqua e altre risorse, le emissioni in aria, acqua e suolo,
l’inquinamento, i rumori, le vibrazioni e le radiazioni emesse, la possibilità
di reimpiego e riciclaggio dei materiali. Le norme prevedono che tutti i
prodotti connessi all’energia per circolare dovranno essere provvisti della
marcatura Ce di conformità, a garanzia della rispondenza alle specifiche di
progettazione ecocompatibile previste.
“Le nuove norme – ha
commentato Riccardo Borghero, Dirigente del Servizio Regolazione del Mercato –
pongono specifici obblighi di informazione, attraverso la fornitura delle
etichette e delle schede informative dei prodotti, a carico sia dei produttori
che dei distributori degli elettrodomestici. Sull’osservanza di tali obblighi
le Camere di Commercio saranno chiamate a svolgere attività di vigilanza, su incarico
del Ministero dello Sviluppo Economico. Per questo motivo abbiamo voluto
offrire agli operatori del settore –
produttori e distributori – questo momento di approfondimento sul nuovo sistema
di etichettatura”.
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CREMONA - IL CASO DELLE BIOENERGIE, INCONTRO IL 25 GIUGNO |
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Cremona, 6 giugno 2013 - Lo
Sportello Dinamo della Camera di Commercio di Cremona, dopo aver partecipato a
due consorzi per l´ultima call Intelligent Energy Europe, organizza un evento
registrato ed autorizzato dall´iniziativa Eusew (Settimana Europea per
l´Energia Sostenibile) che si terrà il
25 giugno alle ore 17.00 presso il Politecnico di Milano - sede di Cremona -
dal titolo “La questione energetica e il cambiamento climatico: il caso delle
bioenergie”. Il cambiamento climatico è forse la problematica ambientale che
negli ultimi anni ha registrato la maggior attenzione e attività da parte di
istituzioni nazionali e internazionali. Il cambiamento climatico in atto deriva
in massima parte dall’azione dell’uomo e in particolare dall’utilizzo di
combustibili di origine fossile, come il petrolio, il gas e il carbone, per
soddisfare la domanda di energia. Al cambiamento climatico si associano
importanti mutamenti dei diversi ecosistemi con conseguenze dirette sulla vita
delle popolazioni che in essi risiedono. Le bioenergie, fonti energetiche
rinnovabili molto diffuse nel territorio cremonese, possono essere un tassello
della strategia generale di lotta contro il cambiamento climatico, soprattutto
se pianificate correttamente. L’evento, inserito nell’ambito della “Settimana
dell’Energia Sostenibile” promossa dall’Unione Europea, vuole quindi
presentare, in modo semplice e divulgativo, il cambiamento climatico, le
implicazioni ambientali dell’uso dell’energia e la produzione energetica verde
da bioenergie.
Al termine delle
presentazione sarà organizzata una visita guidata presso il laboratorio della
Fabbrica della Bioenergia.
L’incontro è indirizzato
all’intera cittadinanza. Per motivi organizzativi è richiesta le conferma di
partecipazione. L’evento è gratuito e aperto a tutti.
Per prenotazioni: La
Fabbrica della Bioenergia Mail: info@fabbricabioenergia.It
Web:
http://www.fabbricabioenergia.it/
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MORATORIA; DE FILIPPO: RIPETEREMO IL NOSTRO NO DI VOLTA IN VOLTA |
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Potenza, 6 giugno 2013
- "Rispettiamo la decisione della
Consulta, ma la nostra posizione non cambia". Lo ha detto il presidente
della Regione Basilicata, Vito De Filippo, commentando la decisione della Corte
Costituzionale circa la così detta "moratoria" sulle estrazioni
petrolifere.
"Riteniamo che
qualunque attività legata alle estrazioni di idrocarburi in aree al di fuori di
quelle già individuate non sia sostenibile per l´ambiente e per lo sviluppo ordinato
e armonico della Basilicata. E se ci chiedono di non dire questo in una legge a
carattere generale, ma di esprimerlo volta per volta, è quello che faremo, o
meglio quello che continueremo a fare spiegando queste ragioni in ogni atto di
mancata intesa esattamente come fatto dell´approvazione della legge ad
oggi".
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CAMPOBASSO - SELEZIONE PROGETTI DI EFFICIENZA ENERGETICA E AMBIENTALE |
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Campobasso, 6 giugno 2013
- Aiuti alle imprese in materia di
risparmio energetico: assistenza per check-up energetici e studi di fattibilità
finalizzati alla realizzazione di azioni di miglioramento dell’efficienza
energetica e/o di impianti basati su fonti rinnovabili. Queste le iniziative
che la Camera di Commercio di Campobasso sta promuovendo con l’avviso pubblico
per la selezione di progetti di efficienza energetica ed ambientale.
Destinatarie sono le
microimprese della provincia di Campobasso alle quali la Camera di Commercio erogherà
il servizio di assistenza mettendo a disposizione professionisti in possesso di
specifiche competenze. Per la realizzazione dell’iniziativa è previsto il
riconoscimento di un contributo pari al 50% delle spese documentate, fino ad un
massimo di € 3.000,00 per ciascuna impresa.
“Con questi interventi
vogliamo essere vicini alle imprese del nostro territorio e accompagnarle nel
processo, ormai inevitabile e necessario, di rilettura delle proprie attività
orientandole al risparmio energetico e alla conseguente ottimizzazione dei
costi legati all’approvvigionamento e/o utilizzo delle risorse energetiche”
–afferma il Presidente della Camera di Commercio di Campobasso Amodio De
Angelis, che ribadisce, così, l’importanza di fornire gli strumenti necessari al
tessuto imprenditoriale locale per migliorare le proprie performance, guardando
in maniera proattiva agli obiettivi ambiziosi di Europa 2020.
Le imprese interessate a
partecipare alla selezione dovranno
compilare la domanda utilizzando, a pena di esclusione, l’apposita modulistica
disponibile sul sito http://www.cb.camcom.gov.it/
Si ricorda che la relativa
documentazione richiesta dovrà essere raccolta e trasmessa in un unico file, il
cui invio dovrà avvenire obbligatoriamente a mezzo Pec ( cciaa@cb.Legalmail.camcom.it )
da una Pec a partire dalle ore 10:00 del giorno 12/6/2013 e fino alle ore 14:00
del giorno 26/6/2013. L’oggetto del messaggio di posta elettronica, inoltre,
dovrà contenere l’indicazione “Avviso Pubblico Per La Selezione Di Progetti Di
Efficienza Energetica Ed Ambientale”, nonché il nominativo della ditta a cui la
domanda si riferisce, pena l’esclusione della domanda.
Per prendere visione del
bando e della modulistica è possibile visitare il sito camerale. Per ulteriori
informazioni: Ufficio “Promozione e Sviluppo del Territorio” Tel. 0874471605,
e-mail sviluppo.Locale@cb.camcom.it
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TERREMOTO/EMILIA LA REGIONE SOSPENDE OGNI DECISIONE SU RICERCA E COLTIVAZIONE IDROCARBURI NELLE AREE COMPRESE DAL CRATERE FINO A QUANDO NON SARANNO NOTI I RISULTATI DELLA COMMISSIONE SCIENTIFICA. |
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Bologna, 6 giugno 2013 – La Regione sospenderà ogni decisione in
merito alla ricerca e coltivazione di idrocarburi nelle aree colpite dal
terremoto. La sospensione fino a quando non saranno noti i risultati della
Commissione scientifica su possibili
relazioni tra attività di esplorazione e aumento della attività sismica. È
questa la decisione della Giunta della Regione Emilia-romagna presa nell’ultima
seduta.
“E’ un atto - ha
sottolineato l’assessore regionale alle Attività produttive Gian Carlo
Muzzarelli - di responsabilità verso il
territorio e le popolazioni. Un atto oerente con le decisioni già assunte in
passato”
Il provvedimento prevede di
sospendere, nel rispetto del principio di precauzione, qualsiasi decisione in
merito ai progetti di ricerca e coltivazione degli idrocarburi che riguardino i
territori colpiti dal sisma del maggio scorso e compresi nel cratere. Questa
sospensione fino a quando “non sarà noto l’esito della Commissione
tecnico–scientifica istituita per la “valutazione delle possibili relazioni tra
attività di esplorazione per gli idrocarburi e aumento di attività sismica
nell’area colpita dal terremoto dell’Emilia-romagna nel mese di maggio 2012”.
La delibera sarà trasmessa
anche alla ministero dello Sviluppo economico.
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PREZZARIO: SERVIZIO INNOVATIVO PER I PROFESSIONISTI ABRUZZO TRA LE PRIME REGIONI CON TECNOLOGIA AVANZATA |
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L´aquila, 6 giugno 2013 - "La Regione Abruzzo è fra le prime in
Italia ad aver adottato un Prezzario rispondente alle più avanzate tecnologie
costruttive ed adeguato alle più recenti normative ed alle piattaforme
condivise nei tavoli nazionali. Le oltre 17.000 voci proposte sono improntate
sia all´innovazione dei processi costruttivi sia al rispetto dell´ambiente,
della sicurezza e del territorio". Lo ha detto l´assessore ai Lavori
pubblici, Angelo Di Paolo presentando ieri, all’ Aquila il Nuovo Prontuario:
"Prezzi Informativi delle Opere Edili nella Regione Abruzzo"
approvato con Deliberazione n. 385 del 27/05/2013 dalla Giunta Regionale. Si
tratta dell´atto terminale di un lungo iter procedurale (dall´ideazione nel
2008 fino al 2013, passando per gli adeguamenti del sisma 2009) necessario a
valutare tutti i dettagli al fine di sviluppare uno strumento adeguato, che
resterà valido negli anni a venire."Rappresenta - ha aggiunto l´assessore
Di Paolo - un punto di riferimento, certo e condiviso, di come garantire
l´innalzamento della qualità delle opere pubbliche e la sicurezza dei cantieri,
un esempio a livello nazionale con una particolare attenzione alle
problematiche ambientali e della sicurezza dei lavoratori, studiato al fine di
favorire ulteriormente la fase di ricostruzione degli edifici danneggiati e
distrutti dal terremoto". Partendo dalla necessità di sostituire il
precedente prezzario, approvato nel novembre 2000, l´Assessorato Regionale ha
coinvolto le rappresentanze di tutti i portatori di interesse, tanto nella fase
di predisposizione della documentazione quanto nella fase di verifica ed
approvazione. Sono stati interessati gli organismi tecnici e le parti sociali
in ambito regionale, individuati nella struttura del Ce.re.mo.co. (Centro
Regionale di Monitoraggio e Controllo) e del C.r.t.a. (Comitato Regionale
Tecnico - Amministrativo) - Sezione Ll.pp., che hanno entrambi espresso parere
favorevole. Sono stati proposti numero otto capitoli di nuove voci con i
relativi prezzi comprovati da specifiche analisi, quale elaborazione del Nuovo
Prontuario, così distinto: 1) P. Opere Provvisionali; 2) S. Sicurezza; 3) L.
Sondaggi E Prove Di Laboratorio; 4) E. Edilizia - Opere Civili; 5) R. Recupero
Edilizio E Consolidamento Statico; 6) U. Infrastrutture - Opere Di
Urbanizzazione; 7) Im. Impianti Tecnologici; 8) El. Impianti Elettrici.
L´elenco delle voci e delle analisi prezzi, unitamente a tutti gli strumenti di
esercizio del prontuario saranno gestiti dalla Direzione Lavori Pubblici -
Servizio Tecnico Regionale dei Ll.pp. - mediante "database"
informatico dedicato. Sul sito Internet della Giunta Regionale d´Abruzzo verrà
pubblicato l´elenco delle voci per la libera consultazione ed acquisizione,
unitamente all´Indice, alle Avvertenze Generali ed alle Norme di Misurazione.
L´elenco delle analisi prezzi resterà a disposizione della Direzione Lavori
Pubblici - Servizio Tecnico Regionale dei Ll.pp. - il quale provvederà con propria
determinazione ad illustrare le procedure necessarie per la specifica
consultazione ed acquisizione da parte degli interessati che ne facciano
richiesta. Il precedente prontuario si intende valido per un periodo pari a 6
mesi dalla data di pubblicazione della deliberazione sul Bollettino Ufficiale
della Regione Abruzzo. Risulta pertanto un periodo transitorio nel quale poter
utilizzare entrambi i prezzari. Ciò è dettato dall´esigenza di favorire gli
utenti che si trovano con progettazioni già avviate e computate ma ancora in
fase di approvazione. Nella veste di componenti del Ce.re.mo.co. Hanno dato il
loro fattivo contributo associazioni come A.n.c.i., A.n.c.e., Apiedil, A.r.a.,
C.n.a., Confartigianato, Unitel, U.p.i.; Federazioni Regionali degli Ordini di
Architetti, Ingegneri e Geologi così come dei Collegi di Geometri e Periti
Industriali; Rappresentanze sindacali quali Feneal - Uil, Filca - Cisl, Fillea
- Cgil e Ugl Edilizia. La Direzione Lavori pubbblici ha coordinato e diretto
entrambe le fasi di predisposizione e di approvazione. Il C.r.t.a., Comitato
Tecnico ? Amministrativo operante in seno alla Direzione ha espresso parere
favorevole sui singoli capitoli di riferimento.
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COSTRUZIONI I TRIMESTRE: FATTURATO -3,9%, ARTIGIANI IN SOFFERENZA MENO NEGATIVE LE PREVISIONI DEGLI IMPRENDITORI ORDINI -3,5%, OCCUPAZIONE -1,2%. A VICENZA, PADOVA E TREVISO INDICATORI PEGGIORI |
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Venezia,
6 giugno 2013 – Nel
primo trimestre 2013, sulla base dell’indagine Venetocongiuntura, il fatturato delle imprese di costruzioni ha
registrato una flessione del -3,9% rispetto allo stesso periodo del 2012
(-2,8% a fine 2012). L’analisi congiunturale sul settore delle
costruzioni, promossa congiuntamente da Ceav
(Cassa Edile Artigiana Veneta) e Unioncamere del Veneto, è stata effettuata
su un campione di 600 imprese con almeno un
dipendente.
Dopo
un rimbalzo positivo nella prima parte del 2011, a partire dal 2012, e
soprattutto nel primo trimestre 2013, si registra un ulteriore rallentamento che
non lascia ben sperare, sottolineando la debolezza del settore dinnanzi alla
crisi che investe non solo l’edilizia, ma anche la domanda privata delle
famiglie e quella pubblica, ingessata dal patto di stabilità. Sulla dinamica
particolarmente negativa del fatturato ha influito pure la condizione meteorologica che, nei primi
mesi dell’anno, ha visto un andamento anomalo del tempo, con molte più giornate
di fermo cantiere rispetto al passato. Ad essere caratterizzati dal segno meno
sono tutti gli indicatori e a preoccupare sono soprattutto i dati relativi al
sistema artigiano e delle piccole imprese. I dati tendenziali riferiti al
settore artigiano indicano infatti una
flessione del -4,1% del fatturato, mentre per le imprese non
artigiane la diminuzione è del -2,6%, in quest’ultimo caso comunque doppia
rispetto al trimestre precedente. Dal punto di vista territoriale il volume
d’affari ha dimostrato dinamiche negative in tutte le province con un calo più
limitato a Belluno (-2,3%), Verona e Venezia (-2,5%). Particolarmente negativi invece gli indicatori per
Vicenza (-6,2%), Padova (-5,6%) e Treviso
(-5,4%).
Alessandro
Bianchi, presidente Unioncamere del Veneto
«Nel
primo trimestre dell’anno l’andamento congiunturale dell’industria delle
costruzioni è stato caratterizzato da un nuovo balzo all’indietro, che ha
cancellato i timidi segnali di recupero emersi nei tre mesi precedenti. Nel
periodo gennaio-marzo 2013 il rallentamento del fatturato nelle costruzioni,
addirittura più marcato rispetto all’ultimo scorcio 2012, è stato determinato
soprattutto dalla flessione del comparto artigiano. Notizie meno negative
giungono invece dalle aspettative degli imprenditori che, come nel caso del
settore industriale, stanno evidenziando segnali più incoraggianti di una
possibile inversione della tendenza in atto. I segnali di ripresa attesi da
tempo stanno tardando ad arrivare. L’auspicio è che gli incentivi statali
relativi alle energie rinnovabili e alle ristrutturazioni e gli incentivi
regionali per il recupero delle strutture alberghiere possano innescare nel 2013
un vero recupero rispetto al 2012, in modo da far ripartire tutte
le filiere del sistema casa».
Virginio
Piva, presidente Ceav
«L’unico mercato che oggi permette di guardare al
futuro è quello della ristrutturazione e del recupero urbano. Bene ha fatto il
Governo a prorogare gli incentivi, ma la proroga vale solo fino a fine anno,
mentre le nostre imprese hanno bisogno di certezze per il futuro, soprattutto
per poter garantire l’occupazione. E’ necessario che il Governo promuova azioni
strutturali e non episodiche e che la Regione prosegua nei disegni di leggi
regionali a sostegno del settore. Le nostre imprese ne hanno
bisogno».
Ordini
In
linea col trimestre precedente (-3%), gli ordini hanno subito un rallentamento
del -3,5%.
Permane differenziato il dato tra settore artigiano (-3,6%) e non artigiano
(-2,5%). Le piccole imprese sono quelle più penalizzate (-4,1%), più stabili i
dati relativi alle imprese di media e grande dimensione (-3%). A livello territoriale tutte le province evidenziano
difficoltà, con punte particolarmente negative a Vicenza (-5,1%) e Padova
(-4,9%). Meno pesante la situazione a Belluno
(-1,6%).
Prezzi
Dopo
l’aumento nei mesi precedenti, i prezzi sembrano segnare leggermente il passo
(+3%), ovvero -0,4 p.P. Rispetto al trimestre precedente.
L’aumento è sentito in modo differente dalle imprese, con quelle di piccola
dimensione che presentano una dinamica peggiore (+3,5%) rispetto alle medie
(+2,6%) e grandi (+2,5%). Uniforme il sentiment a livello provinciale, segno che
la crisi è generale e diffusa su tutto il territorio
veneto.
Occupazione
Ancora
negativo l’indicatore dell’occupazione con una flessione del
-1,2%,
leggermente inferiore al trimestre precedente (-1,7%), ma con una differenziazione accentuata tra settore
artigiano (-1,5%) e non artigiano (+1,1%). A fronte di una dinamica
fortemente negativa per le imprese di piccola e media dimensione (-4,3% e
-0,7%), fa da contraltare l’incremento per le imprese di grandi dimensioni
(+2,5%), segno che la grande impresa è l’unica in grado di reggere la pressione
negativa del mercato. Dal punto di vista territoriale, l’unica provincia con segno positivo è ancora Belluno
(+5,9% dopo il +1,8% precedente), stabile Treviso (+0,2%), mentre i
valori occupazionali più negativi sono a Verona (-4,3%) e Vicenza
(-4,2%).
Previsioni
Prosegue
la tendenza negativa ma con una progressiva e lenta riduzione dell’indicatore
generale.
Rispetto al saldo del quarto trimestre (-31,4 p.P.), il primo trimestre 2013 ha fatto registrare per il
fatturato un -21,7 punti percentuali. Migliori anche le aspettative
negative per gli ordini (-16,1 p.P. Contro -21,5 p.P.), peggiorano lievemente
quelle per l’occupazione (-4,6 p.P. Contro -4 p.P.). |
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VENEZIA 10 GIUGNO: INCONTRO UNIONCAMERE DEL VENETO COL VICEPRESIDENTE DELLA COMMISSIONE EUROPEA ANTONIO TAJANI |
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Venezia, 6 giugno 2013 –
Unioncamere del Veneto – Eurosportello Veneto organizza un tavolo di lavoro con
Antonio Tajani, Commissario Europeo per l’Industria e l’Imprenditoria e
vicepresidente della Commissione Europea, in programma lunedì 10 giugno, a
partire dalle ore 15.00, presso la sede di Unioncamere del Veneto, Pst Vega via
delle Industrie 19/C Marghera-venezia.
L’incontro, al quale
prenderanno parte anche Luca Zaia, presidente della Regione Veneto, e Alessandro
Bianchi, presidente Unioncamere del Veneto, vuole approfondire assieme ad
imprese ed enti locali alcuni temi relativi a ritardi dei pagamenti alle
imprese, made in a garanzia dei consumatori, sviluppo e crescita economica,
accesso al credito.
La presenza del Commissario,
che porterà le posizioni e novità a livello europeo, rappresenta un’importante
occasione per avanzare concrete proposte sugli argomenti di discussione.
All’incontro, che metterà
insieme esponenti delle istituzioni e aziende private, sono stati invitati fra
gli altri i rappresentanti del Sistema camerale regionale, i sindaci dei Comuni
capoluogo del Veneto, i presidenti delle Province del Veneto, le associazioni
regionali di Confartigianato, Confederazione Italiana Agricoltori,
Confagricoltura, Confcommercio, Confindustria, Confesercenti, Associazione
Artigiani Riuniti, Confapi, Confcooperative, Associazione Allevatori, Legacoop,
Veneto Agricoltura, Associazioni Consumatori, Ance, Anci.
Programma:
15:00 Saluti di apertura - L´europa per lo
sviluppo, per l´impresa e per il Veneto,
Alessandro Bianchi – Presidente
Unioncamere del Veneto,
Luca Zaia – Presidente Regione
Veneto.
15.15 Tavolo di discussione e interventi
programmati con i rappresentanti degli enti del territorio e imprese venete.
Antonio Tajani –
Vicepresidente della Commissione Europea e Commissario Europeo Dg Industria e
Imprenditoria.
16.00 Chiusura lavori.
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MILANO - IN CRESCITA L´EXPORT LOMBARDO VERSO I PAESI DEL GOLFO |
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Milano, 6 giugno 2013 - Cresce l’export lombardo verso i Paesi del
Golfo: passa dai 3,2 miliardi di euro del 2011 ai circa 3,9 del 2012 con una
crescita del +19,5%. E la Lombardia pesa in Italia con il 32% del totale dell’export
nazionale ed il 29% dell’import. Tra i Paesi dell’area è il Qatar il principale
mercato (65,9%, oltre 2 miliardi) per importazioni mentre per export primi sono
gli Emirati Arabi (43%, 1,7 miliardi) anche se è il Kuwait a registrare la
crescita maggiore in un anno +51,2%. Seconda è l’Arabia Saudita (29,5%
dell’import lombardo dai Paesi del golfo, 30,8% dell’export).
La Lombardia esporta
soprattutto prodotti manifatturieri (99,7%) tra macchinari ed apparecchi (37,3%
dell’export manifatturiero), metalli (16,6%) e apparecchi elettrici (9,5%)
mentre dall’area del Golfo arrivano soprattutto petrolio greggio e gas naturale
(circa 2,5 miliardi di euro su un import totale di 3,1) e sostanze e prodotti
chimici (555 milioni di euro). Il Qatar il Paese che pesa di più in termini di
import petrolifero: arriva da quel regno infatti l’82% dell’import regionale,
+7,6% in un anno.
Tra le province Milano è
prima sia per import (71% lombardo) che per export (44% lombardo), seguita da
Mantova per import (19%) e da Varese per export (16%).
Emerge da un’elaborazione
Camera di Commercio di Milano su dati Istat al quarto trimestre 2012 e 2011.
E di rapporti con i Paesi
del Golfo si è parlato oggi nel corso della Conferenza internazionale “The Gulf
Monarchies: a new momentum after the arab spring?” organizzata da Promos,
azienda speciale della Camera di Commercio di Milano, Ispi ed Intesa Sanpaolo.
“La crescita dell’export
lombardo verso i Paesi del Golfo - ha dichiarato Alberto Luigi Molinari,
consigliere della Camera di Commercio di Milano – conferma quest’area come un
interlocutore economico di rilievo per il nostro territorio, un’area dalla
quale importiamo soprattutto materie prime ma verso la quale esportiamo i
prodotti delle nostre eccellenze manifatturiere. L’incontro di oggi rappresenta
un’occasione importante per parlare dei cambiamenti in atto in questi Paesi e
delle ripercussioni che questi potranno avere sul futuro delle nostre relazioni
economiche”.
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ACCESSO AL CREDITO PMI. ZAIA: “GLI ISTITUTI BANCARI NON SIANO UN OSTACOLO DA SUPERARE PER GLI IMPRENDITORI” |
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Venezia, 6 giugno 2013 - “E’
un percorso troppo impervio quello che le aziende venete debbono affrontare per
accedere al credito e acquisire le risorse necessarie ormai non più solo per
mantenere un minimo di competitività sul mercato, ma addirittura per
sopravvivere. Semplificazione delle regole, superamento dei vincoli capestro
per ottenere i finanziamenti, banche più “amiche” e non ostacoli da superare:
sono queste le condizioni essenziali per consentire alle nostre piccole e medie
imprese di fronteggiare questo lungo periodo di crisi”. Lo afferma il
presidente della Regione del Veneto, Luca Zaia, riferendosi all’indagine
condotta dalla Confindustria di Padova, dalla quale emerge che per sei aziende
su dieci l’accesso al credito è sempre più difficile, colpendo soprattutto le
imprese più piccole e con minor numero di addetti.
“Il sondaggio – prosegue
Zaia – descrive una situazione di difficoltà di rapporti con gli istituti
bancari, a causa dei costi elevati delle operazioni, dei tassi elevati, delle
eccessive garanzie richieste. Troppe sono le domande respinte dalle banche, sia
per il fabbisogno corrente, sia per gli investimenti, ai quali non pochi
imprenditori, con grande coraggio, decidono di esporsi, nonostante il momento
di estrema difficoltà economica, scommettendo sulla ripresa e sulle capacità
della propria azienda di presidiare il mercato di riferimento. Le banche non
possono sottrarsi dall’impegno di offrire strumenti di sostegno al nostro
tessuto produttivo”.
“Dagli istituti bancari ci
attendiamo che facciano la loro parte così come la Regione sta facendo la sua –
conclude il presidente Zaia –, mettendo in gioco tutte le risorse possibili,
nonostante i dolorosi tagli che lo Stato infligge al nostro bilancio. Si tratta
di risorse reali che abbiamo messo a disposizione, ad esempio, con la ‘Misura
Anticrisi’ varata dalla Giunta regionale a metà dello scorso anno e grazie alla
quale, con un piano di intervento di Veneto Sviluppo, sono concedibili
finanziamenti agevolati fino alla fine del 2013. Ma voglio ricordare anche il
portafoglio di 127 milioni di finanziamenti destinati alle piccole e medie
imprese mediante lo strumento finanziario denominato ‘tranched cover’, che
presto rafforzeremo attraverso un una nuova e più consistente quota”.
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ODCEC DI MILANO E COMUNE DI SAN DONATO: NASCE LO SPORTELLO PER CITTADINI E IMPRESE SIGLATO ACCORDO PER UN NUOVO SERVIZIO DI CONSULENZA GRATUITA |
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Milano, 6 giugno 2013
–
L’ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Milano
prosegue la propria mission di presenza concreta e fattiva sul
territorio e inaugura il 7 giugno un nuovo servizio di consulenza
gratuita, nato dalla sinergia tra Ordine e Comune di San Donato Milanese:
lo Sportello per il cittadino e le imprese.
L’intesa – che
prevede anche l’apertura di uno
sportello istituzionale dell’Ordine di Milano per incrementare la comunicazione
e l’offerta di servizi agli iscritti – è il frutto della comune volontà di
creare un canale tra società civile e professionisti, per fornire assistenza su
temi prioritari per cittadini e imprese:
adempimenti per la dichiarazione dei
redditi, start up di aziende, strumenti di finanza agevolata, gestione di
tematiche complesse come controversie tra soci e crisi
d’impresa.
“L’ordine dei
Commercialisti di Milano da sempre ha tra i suoi principali obiettivi quello di
mettere il sapere e le competenze degli iscritti a disposizione del territorio –
dichiara Alessandro Solidoro, presidente Odcec Milano – È quindi motivo
di grande soddisfazione l’accordo siglato con il Comune di San Donato Milanese,
da cui nasce un riferimento importante per i cittadini e le
aziende”.
“Con questa prestigiosa
partnership – spiega il sindaco di San Donato Milanese Andrea Checchi –
ampliamo ulteriormente la gamma di consulenze gratuite rivolte ai nostri
cittadini e alle nostre imprese. La collaborazione con l’Ordine dei
Commercialisti di Milano, infatti, va a impreziosire quelle siglate in
precedenza con l’Ordine degli Avvocati e con il Consiglio Notarile. I
sandonatesi che si trovano a dover fronteggiare questioni importanti per la loro
vita privata o professionale, in questo modo, possono contare sul parere
qualificato dei massimi esperti nelle diverse materie che tanto incidono sulla
quotidianità di tutti noi”.
Lo sportello – che
avrà cadenza mensile – prenderà il via venerdì 7 giugno dalle 10 alle
12.30 a San Donato Milanese presso Cascina Roma, piazza delle Arti 2.
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IL MERCATO DEL LAVORO NELLA PROVINCIA DI CROTONE, II TRIMESTRE 2013 |
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Crotone, 6 giugno 2013
- L’ufficio Studi della Camera di
Commercio di Crotone ha elaborato i dati dell’ultima indagine campionaria a
cadenza trimestrale sulla domanda di lavoro espressa dalle imprese
dell’industria e dei servizi, realizzata da Unioncamere e dal Ministero del Lavoro
nell’ambito del Sistema Informativo Excelsior, relativi alle previsioni
occupazionali per il Ii trimestre 2013.
L’elaborazione di tali dati
a cadenza trimestrale, consente alla Camera di Commercio, attraverso il suo
Ufficio Studi, di intensificare il monitoraggio sul mercato del lavoro,
rendendo ancora più tempestivo e puntuale lo scenario previsionale
dell’occupazione nel sistema imprenditoriale provinciale.
I dati contenuti, sono
elaborati sulla base di interviste realizzate direttamente con gli imprenditori
del territorio, ai quali viene richiesto di fornire le previsioni
occupazionali; nello specifico, si tratta dei dati trimestrali sulle assunzioni
programmate dalle imprese della provincia di Crotone nel periodo aprile -
giugno 2013.
In sintesi, i dati
evidenziano una movimentazione di 600
nuove entrate e 280 cessazioni dovute
per il 61,1% a scadenza di contratto e
per l’1,5% a pensionamento. Il saldo tra movimenti in Entrata ed in Uscita
è pari a 330 nuove assunzioni. Delle 600
unità in entrata nel Ii trimestre del 2013, il 64,5% (pari a 390) avrà
carattere “stagionale”. Ben l’81,8% delle assunzioni, avverrà nel settore Servizi e solo il 18,2% nel comparto
dell’Industria. Al 69,2% dei futuri occupati sarà richiesta una specifica
esperienza di lavoro nel settore di attività dell’impresa o nella professione
che sarà chiamato a svolgere. Per il 6,2% delle figure da assumere le imprese
segnalano difficoltà nel reperimento. Nel 15,8% dei casi si tratterà di
personale immigrato. Relativamente al livello di istruzione, le nuove
assunzioni previste, riguarderanno nel 40,3% dei casi lavoratori in possesso di
un diploma; a seguire, nel 19,5% dei casi lavoratori in possesso di qualifica
professionale. La richiesta di laureati interesserà solo il 5,2% del totale.
Ben il 64,3% delle assunzioni previste interesserà figure impiegatizie e
terziarie (Impiegati, professioni commerciali e nei servizi); il 15,5% si
concentrerà su Operai specializzati e conduttori di impianti e macchine;
l’11,2% interesserà Professioni non qualificate; solo il 9% coinvolgerà
Dirigenti, Professionisti specializzati e tecnici.
Per quanto riguarda le
tipologie contrattuali, su un totale di 640 lavoratori complessivi in ingresso,
il 96,5% delle nuove assunzioni interesserà lavoratori alle dipendenze. Di
questi, il 60,9% circa sono contratti stagionali; il 33,5% non stagionali ed il
rimanente 2% lavoratori interinali; per l’1,9% si tratterà di collaboratori con
contratti a progetto; l’1,6% lavoratori non alle dipendenze, sostanzialmente collaboratori
a Partita Iva e lavoratori occasionali.
“La stagione estiva ormai
prossima consente di registrare un saldo nettamente positivo in termini
occupazionali, con un saldo di ben 330 nuove assunzioni previste dalle imprese
- commenta il presidente dell’Ente camerale Vincenzo Pepparelli - tuttavia, non
bisogna abbassare la guardia sulla necessità di individuare e mettere in campo
idonee misure di sostegno all’occupazione da parte di tutti gli attori
istituzionali del nostro territorio che, più di altri, registra livelli
critici di disoccupazione giovanile”.
I dati completi sono
disponibili sul sito web della Camera di Commercio di Crotone e sul sito della
rete degli uffici Studi e Statistica camerali (www.Starnet.unioncamere.it) alla
sezione Territorio-crotone.
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STATISTICA. I CONSUMI IN VENETO |
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Venezia, 6 giugno 2013
- Lo sviluppo economico, che il nostro
Paese ha conosciuto fino a qualche anno fa, ha sicuramente contribuito ad una
crescita generale dei livelli di consumo. Il sopraggiungere della crisi ha
posto un freno a questo processo e, se da un lato le famiglie si trovano ad
affrontare rinunce e limitazioni, dall´altro dimostrano la capacità di
adattarsi alle nuove condizioni, di saper cambiare, di differenziare rispetto
al passato obiettivi e percorsi personali. Vengono messi in atto nuove
strategie e comportamenti di consumo per spendere meno, ma anche più attenti,
responsabili e ragionati, più sostenibili.
Al tema dei consumi è
dedicato l’ultimo numero di “Statistiche flash”, la pubblicazione periodica curata
dalla Direzione Sistema Statistico della Regione e consultabile sul sito
www.Regione.veneto.it alla voce “Statistica”. L´analisi della spesa per consumi
e dei comportamenti di acquisto consente di tracciare un quadro delle
condizioni di vita delle famiglie e di capire come lo stile di vita stia
cambiando: quanto si spende, cosa si compra, quali le difficoltà ad arrivare a
fine mese, come cambiano le priorità familiari, la ricerca di nuovi equilibri,
l´accesso ad alternativi canali di vendita anche grazie alla diffusione delle
nuove tecnologie.
Nel 2011 le famiglie venete
hanno speso in media 2.903 euro al mese per acquistare beni e servizi necessari
a soddisfare le esigenze del vivere quotidiano, un valore che continua a
mantenersi tra i più alti a livello regionale, secondo solo alla Lombardia, e
decisamente superiore alla media nazionale (2.488 euro). Tuttavia, osservando
l´andamento della spesa per consumi dal 1997 al 2011, rivalutata ai prezzi
dell´ultimo anno, emerge un trend decrescente che segna proprio nel 2011 la
peggiore performance dell´intero periodo considerato. Le famiglie venete
consumano oggi il 7,5% in meno rispetto a quindici anni fa e il 12% in meno
rispetto al 2007, periodo di massima espansione economica nella nostra regione.
Nel 2012 il dato a livello nazionale indica un ulteriore rallentamento dei
consumi, in calo dell´1,6% rispetto all´anno precedente, a causa anche della
perdita del potere d´acquisto delle famiglie (-4,8%).
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OM CARRELLI: ESCE DI SCENA FRAZER NASH. CAROLI: VERIFICHEREMO RESPONSABILITÀ |
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Bari, 6 giugno 2013 - Si é tenuto in data 5 giugno a Roma presso il
Ministero dello Sviluppo Economico l´incontro relativo alla vertenza Om
Carrelli Elevatori di Bari, alla quale ha partecipato per la Regione Puglia
l´Assessore al Lavoro, Leo Caroli. L´incontro ha segnato la definitiva uscita
di scena dalla trattativa della inglese Frazer Nash che pure ne aveva chiesto
lo slittamento per consentire la presenza dei vertici aziendali. L´assessore ha
stigmatizzato così tale comportamento: "L´assenza al tavolo dei vertici
Kion é molto grave, ma ancora di più é quella dell´Amministratore Delegato
della Frazer Nash che aveva chiesto lo spostamento dell´incontro alla data
odierna, proprio per potervi partecipare personalmente. Entrambi gli
atteggiamenti denotano una mancanza di rispetto nei confronti del Governo e
delle istituzioni italiane, assolutamente inaccettabile. Il fatto che si tratti
in entrambi i casi di aziende che fanno parte di multinazionali non italiane
conferma tristemente il sospetto che, non supportate da qualunque senso della
responsabilità sociale di impresa, le stesse si muovano in una pura e crudele
logica della massimizzazione dei rispettivi profitti. Di più, l´annuncio
definitivo della cessazione di ogni rapporto tra le aziende, che fa svanire il
progetto industriale Frazer Nash, rappresenta una autentica canagliata nei
confronti dei lavoratori, in disprezzo degli accordi e degli impegni assunti
per la reindustrializzazione. Tale tradimento, ben oltre i risvolti etici e
morali, é prima ancora una inadempienza ad impegni giuridicamente rilevanti, e
per tali motivi abbiamo già dato mandato alla Avvocatura di accertare i
presupposti di una azione di risarcimento per il mancato rispetto degli
stessi." La riunione si é conclusa per un verso con l´impegno da parte di
Om a proseguire il processo di reindustrializzione del sito di Modugno e per
altro con l´intesa delle parti di reincontrarsi al tavolo del Ministero del
Lavoro in un incontro che Ministero dello e Regione Puglia si sono impegnate a
ottenere quanto prima. "Occore fare in fretta" - ha affermato
l´Assessore Caroli - "per assicurare la prosecuzione della Cigs e
garantire una copertura sociale agli oltre 220 lavoratori."
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ZAIA: “L’ACCORDO LUXOTTICA-SINDACATI UN VIRTUOSO ESEMPIO DI NUOVA FRONTIERA DELLA CONTRATTAZIONE”. |
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Venezia, 6 giugno 2013 -
“Il modello di welfare
aziendale che esce rafforzato dal recente accordo fra il gruppo Luxottica e i
sindacati è un esempio virtuoso di nuova frontiera della contrattazione”.
E’ questo il commento del
Presidente della Giunta regionale del Veneto, Luca Zaia, all’intesa fra il
gruppo veneto e i rappresentanti dei dipendenti.
“Investire sulla famiglia
del lavoratore, fornirle un concreto aiuto per affrontare il quotidiano e la
formazione professionale e intellettuale dei figli, non soltanto innova i tradizionali
e forse un po’ usurati schemi del confronto fra le parti – aggiunge Zaia - ma
crea un rapporto di fidelizzazione del lavoratore all’impresa, alimenta un
clima di reciproca fiducia, rende più solido il rapporto fra dipendenti e
management. Ciò che è determinante, sia per il raggiungimento degli obiettivi,
sia per il reciproco sostegno nei momenti di crisi, quando diventano
indispensabili unità di intenti e reale solidarietà”.
“Credo che il modello
Luxottica non soltanto dovrebbe essere adottato da tutte le imprese – conclude
Zaia - ma che debba entrare anche nella grammatica delle parti sociali in un
momento di crisi come l’attuale, nel quale il rivendicazionismo non basta più e
dobbiamo tutti insieme rimboccarci le maniche. Come hanno dimostrato il 1.
Maggio sindacati e imprese manifestando insieme sullo stesso palco”.
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LETTA: TRENTO CAPITALE DELL´INNOVAZIONE ITALIANA |
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Trento, 6 giugno 2013 - Il presidente del Consiglio Enrico Letta ha
inaugurato l’ 1 giugno Techpeaks, l´acceleratore internazionale di talenti made
in Trentino che creerà 100 startup in quattro anni. Rivolgendosi ai 72 giovani
talenti del programma, Letta ha dichiarato "anche noi del governo siamo
startupper in fondo, abbiamo il vostro stesso entusiasmo e
determinazione". Per il presidente della Provincia autonoma di Trento
Alberto Pacher "il Trentino punta sulle eccellenze e pone la sua autonomia
al servizio del Paese". Fausto Giunchiglia, presidente di Trento Rise (il
polo dell´innovazione Ict promotore di Techpeaks) ha commentato:
"Techpeaks ci permetterà di creare imprese innovative che contribuiranno a
rendere la società migliore per i nostri figli".
Un incontro all´insegna
dell´innovazione, del merito e dell´occupazione giovanile quello tenutosi
questa mattina al Teatro Cuminetti tra il presidente Letta, i giovani talenti
del programma Techpeaks e le autorità locali. "Ancora una volta Trento è
capitale dell´innovazione in Italia. C´è moltissimo da fare in questo Paese e
un programma come Techpeaks è un bellissimo stimolo per noi del governo - ha
dichiarato il presidente Letta - Anche noi siamo startupper in fondo, e abbiamo
il vostro stesso entusiasmo e determinazione". Letta ha voluto
sottolineare la necessità per l´amministrazione pubblica di accelerare e
snellire le procedure per sostenere l´imprenditoria giovanile. "L´agenda
Digitale è una missione centrale per il nostro governo".
Il presidente della
Provincia autonoma di Trento Alberto Pacher, da parte sua, ha rimarcato
l´importanza dell´imprenditoria giovanile per energizzare e dare nuova linfa al
tessuto produttivo locale. "Qui in Trentino puntiamo sull´eccellenza,
abbiamo importanti centri di ricerca e di alta formazione e mettiamo la nostra
autonomia al servizio del Paese - ha dichiarato Pacher - Per questo vogliamo
essere parte del processo innovativo nazionale".
Secondo Fausto Giunchiglia,
presidente di Trento Rise, Techpeaks ha attratto in Trentino talenti da tutto
il mondo. "E proprio la diversità e l´interdisciplinarietà sono le chiavi
per generare idee vincenti" ha dichiarato Giunchiglia. Massimo Egidi,
presidente di Fbk, ha augurato buona fortuna ai giovani partecipanti del
programma. "Avete un compito entusiasmante ma anche difficile. -
aggiungendo - Questo tipo di iniziativa in Italia è rarissimo, il fenomeno
startup è ancora agli inizi".
Paolo Collini, prorettore
vicario dell´Università degli Studi di Trento, ha salutato i giovani talenti a
nome della rettrice Daria de Pretis. "Ci riconosciamo moltissimo in questa
iniziativa, perché la missione dell´Università è creare le competenze e
metterle a disposizione del territorio. Qui in Trentino abbiamo saputo attrarre
talenti che con le loro intuizioni contribuiranno a rilanciare il nostro
Paese".
Al termine
dell´inaugurazione Paolo Lombardi, responsabile del programma Techpeaks, è
salito sul palco con i giovani talenti che hanno consegnato al presidente del
Consiglio Letta e al presidente della Provincia Pacher le magliette del
programma come simbolo di condivisione dei valori di innovazione e
imprenditorialità. Oggi a Trento siamo tutti Techpeakers.
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BOLDRINI: LA TUTELA DEI DIRITTI UMANI VIENE PRIMA DELLA SOVRANITA´ |
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Trento, 6 giugno 2013 - Laura
Boldrini, per ventiquattro anni
impegnata nelle Agenzie delle Nazioni Unite, di cui gli ultimi quindici come
portavoce dell’Alto Commissariato per i Rifugiati, prima di essere eletta
presidente della Camera dei Deputati italiana, ha portato all´ottava edizione
del Festival dell´Economia di Trento un messaggio molto forte e diretto: è
possibile ed è giusto limitare la sovranità degli Stati, ad esempio per
tutelare i diritti dei rifugiati, oppure per impedire che i diritti umani
vengano scandalosamente violati dalle dittature o nel corso dei conflitti,
anche se intervenire non deve significare automaticamente usare le armi. Ed
ancora, è giusto intervenire per tutelare diritti che scavalcano i confini,
come quello dei lavoratori ad essere trattati in maniera dignitosa e a non
morire a centinaia sotto le macerie della propria fabbrica, come è accaduto
recentemente a Dacca. Riguardo all´Europa la presidente Boldrini è stata altrettanto chiara: "Ci
vuole un´Europa politica, un´Europa dei diritti e del welfare, un´Europa
unita solidale".
La presidente è stata
accolta, al suo arrivo in sala Depero, dal presidente della Provincia autonoma
di Trento, Alberto Pacher. "Quando l´Europa potrà dire con sicurezza di
essere un punto di riferimento fondamentale per quanto riguarda la tutela dei
diritti umani - ha detto Pacher - potrà avere la certezza di essere davvero
sulla strada giusta. La presidente Boldrini nel corso della sua lunga attività
nelle Nazioni Unite e in particolare come Alto Commisario per i rifugiati si è
confrontata con ogni genere di situazione drammatica e di violazione
sistematica di questi diritti. Per questo la ringraziamo per essere venuta a
Trento a portare la sua preziosa testimonianza".
Nel suo intervento la
Boldrini ha parlato innanzitutto dei diritti dei migranti. "Quando chi
fugge da violenze e persecuzioni non viene accolto in un Paese a cui chiede
protezione -a detto la Boldrini - la sovranità di quello Stato deve essere
chiamata in causa in nome del diritto internazionale. Diritto internazionale
che sancisce il diritto all’asilo e il principio del non respingimento. Lo dice
anche la nostra Costituzione, all’articolo 10. Ma negli ultimi anni, sono stati
frapposti molti ostacoli al rispetto di questo principio e la stessa Italia è
stata condannata per non aver rispettato il principio del non-respingimento,
contenuto nella Convenzione di Ginevra del 1951".
La presidente Boldrini si è
poi soffermato sui diritti economici e sulla Grecia in particolare.
"Quando l´ho visitata - ha detto - ho visto un Paese sottoposto alle
verifiche stringenti della cosiddetta Troika (Commissione Europea, Banca
Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale), con decine di migliaia di
persone precipitate nella povertà, nel disagio sociale, perfino nella mancanza
di medicinali negli ospedali e nelle farmacie e con una tensione sociale
incandescente. E’ il caso estremo di cessione di sovranità sulle sole materie
economiche e sulle politiche di bilancio". Quella che è mancata, invece, è
un´Europa politica, capace non solo di imporre misure di austerity, un’Europa
più forte, più unita, più solidale.
Ed ancora, dopo i diritti
dei lavoratori, scandalosamente violati in quelle realtà dove si delocalizzano
le produzioni che poi invadono i mercati dell´Occidente (il richiamo è stato
alla tragedia di Dacca, nella quale hanno perso la vita oltre un migliaio di
lavoratori fra le macerie della loro fabbrica), la questione più spinosa:
l´ingerenza umanitaria.
"Ho visto che cosa
possono produrre le sovranità nazionali ai danni dei loro concittadini - ha
detto ancora la Boldrini - . Mi riferisco alle dittature, alle pulizie etniche,
agli stermini di massa, alle guerre civili. Mi sono indignata come molti di
fronte all’indifferenza del mondo. Penso che, di fronte alla mortificazione
della dignità umana, esista un diritto-dovere all’ingerenza negli affari
interni. Ma a due condizioni. Primo, che si decida applicando scrupolosamente
il diritto internazionale e non in maniera unilaterale o con coalizioni
estemporanee. Secondo, che ingerenza non significhi necessariamente intervento
armato. E qui bisogna distinguere: i militari fanno i militari, gli operatori
umanitari fanno un´altra cosa. Ci si può incontrare, ma le agende sono
distinte".
Infine dalla Boldrini un
appello ad essere più presenti nel Mediterraneo, sostenendo gli sforzi di
democratizzazione dei nostri vicini, "di cui non sappiamo quasi
nulla". Con una visione di medio-lungo termine, e senza cedere alla
tentazione di fare affari con i dittatori.
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L´INTERVENTO DI LAURA BOLDRINI |
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Trento, 6 giugno 2013 - La
dignità della persona, i rifugiati, le migrazioni, la clandestinità, la
sovranità, l´Europa federalista e solidale, i populismi antidemocratici, la
necessaria globalizzazione dei diritti, l´ingerenza umanitaria, il diritto
internazionale, per finire con l´invito ad "un nuovo modo di pensare il
mondo". E´ ruotato attorno a questi temi l´intervento di Laura Boldrini,
presidente della Camera dei Deputati, al
Festival dell´Economia di Trento. Di seguito il testo del suo intervento su
"Sovranità e dignità della persona".
"Ringrazio, per
l’invito che mi è stato rivolto, la Provincia Autonoma, il Comune e
l’Università di Trento, il mio amico Giuseppe Laterza, il professor Tito Boeri.
Le autorità presenti e tutti voi che siete qui.
Ringrazio Tiziana Ferrario,
che conosco da tempo, e che dialogherà con me stasera.
Prima di essere eletta
Presidente della Camera, per ben ventiquattro anni, ho lavorato nelle Agenzie
delle Nazioni Unite. Gli ultimi quindici, come portavoce dell’Alto
Commissariato per i Rifugiati, l’Unhcr.
E’ soprattutto con l’Unhcr
che ho svolto missioni in molte aree di crisi nel mondo : nei Balcani, durante
il conflitto e la disgregazione della ex Jugoslavia, in Afghanistan, in
Pakistan, in Iraq e in Iran. In Paesi africani lacerati dalle violenze come il
Sudan, l’ Angola ed il Ruanda. Nel Caucaso e nelle repubbliche centroasiatiche,
con i loro focolai di tensione dimenticati.
In alcune di queste
missioni, come in Kosovo, ho potuto assistere alla fuga e poi al ritorno a casa
dei rifugiati, alla difficile riconciliazione tra ex nemici ed alla
ricostruzione materiale. In molti casi, però, ho dovuto constatare che la
comunità internazionale era arrivata troppo tardi, quando le violenze erano già
dilagate, quando migliaia di persone erano già fuggite dalle proprie case.
Eppure la Carta delle Nazioni Unite - promulgata quasi settant’anni fa –
afferma che debba essere intrapresa ogni ‘azione necessaria’ per ‘mantenere o
ristabilire la pace e la sicurezza internazionale’.
E allora, la sovranità degli
Stati può essere messa in discussione per difendere la dignità delle persone?
E, se può, con quali modalità? Questo credo sia il primo impegnativo quesito
della nostra discussione.
Vorrei avvicinarmi alla
risposta partendo dal tema delle migrazioni, di cui mi sono occupata per tanti
anni.
Le migrazioni sfidano la
sovranità degli Stati in due modi: innanzitutto perché dimostrano quanto siano
labili le frontiere che gli Stati ergono e che poi presidiano per rafforzare la
loro sovranità. E poi perché, quando chi fugge da violenze e persecuzioni non
viene accolto in un Paese a cui chiede protezione, la sovranità di quello Stato
deve essere chiamata in causa in nome del diritto internazionale. Diritto
internazionale che sancisce il diritto inderogabile all’asilo e il principio
del non respingimento.
Lo dice anche la nostra
Costituzione, all’articolo 10. E invece, il cammino della realizzazione di
questa prescrizione costituzionale, ad oltre sessant’anni dalla sua
promulgazione, non è ancora compiuto.
Per di più, negli ultimi
anni, sono stati frapposti ostacoli di natura ideologica, incluso un uso
improprio delle parole : è stato bollato come “clandestino” – termine
stigmatizzante ed inappropriato - chiunque raggiungesse con mezzi di fortuna il
nostro Paese. Non esisteva, per una buona parte della stampa e del mondo
politico, la figura del richiedente asilo e del rifugiato. Di chi cioè, è
costretto a fuggire dal proprio Paese a causa di violenze, persecuzioni e
violazione dei diritti umani.
Da quando si è visto che
cavalcare la paura poteva avere una resa elettorale facile e più immediata,
fenomeni sociali complessi, come quello delle migrazioni forzate , sono stati
usati in modo strumentale e piegati a semplificazioni propagandistiche. Ne è
derivata una legislazione criticata da più parti come irrazionale e poco
lungimirante.
Questa impostazione ha
portato l’Italia, sul finire dello scorso decennio, a compiere respingimenti in
alto mare di centinaia di rifugiati e migranti. Sono stati rimandati dove
rischiavano di subire torture o trattamenti inumani, o dove potevano essere
rinviati nei Paesi d’origine, dai quali erano fuggiti a causa di persecuzioni.
Una prassi che ha portato la
Corte europea per i Diritti dell’Uomo a condannare l’Italia per non aver
rispettato il principio del non-respingimento, contenuto nella Convenzione di
Ginevra del 1951 e in vari trattati da noi sottoscritti.
La Corte ci ha quindi
ricordato che la sovranità degli Stati può essere messa in discussione per
tutelare la dignità ed i diritti della persona.
Rimanendo nel Mediterraneo,
e affrontando il tema della sovranità da un altro punto di vista, mi viene in
mente la Grecia, uno degli ultimi Paesi dove spesso sono stata in missione,
prima di lasciare l’incarico all’Unhcr.
Un Paese sottoposto alle
verifiche stringenti della cosiddetta “Troika” ( Commissione Europea, Banca
Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale ), con decine di migliaia di
persone precipitate nella povertà, nel disagio sociale, perfino nella mancanza
di medicinali negli ospedali e nelle farmacie e con una tensione sociale
incandescente. E’ il caso estremo di cessione di sovranità sulle sole materie economiche
e sulle politiche di bilancio, ambiti su cui si è tanto concentrata la politica
dell’Unione Europea. Quella che è mancata è proprio l’Europa politica, uno
spazio giuridico condiviso, un Governo europeo pienamente legittimato dal voto
dei cittadini. Tutto questo, almeno fino ad oggi, gli Stati membri non lo hanno
voluto.
Non si è dato corso, cioè,
al progetto di una Europa unita e federalista sognata tanti anni fa a
Ventotene.
Per l’opinione pubblica
l’Europa serve solo ad imporre misure di austerity, il rispetto delle politiche
di bilancio o a costringere i Paesi debitori ad attuare nuovi tagli a sistemi
sociali già fragili e provati dalla crisi. Insomma, soltanto sacrifici.
L’europa dei diritti e delle
libertà, cede troppo spesso il passo a quella della finanza e delle
tecnocrazie.
Vorrei che la stessa
determinazione che viene usata verso gli Stati che non rispettano i parametri
di Maastricht, fosse indirizzata anche ai Paesi membri che violano i diritti
fondamentali.
Abbiamo gli strumenti per farlo
: l’articolo 7 del Trattato di Lisbona indica le procedure necessarie ad
accertare il rischio di violazione dei valori dell’Unione da parte di uno Stato
membro.
L’europa che viene percorsa
oggi da movimenti populisti, neofascisti e xenofobi non è quella di Altiero
Spinelli.
Non si può tollerare che,
all’ interno dell’ Unione Europea, agiscano impunemente movimenti
antidemocratici. Che si restringa la libertà di stampa. Che si renda illegale
l’essere senza fissa dimora.
Vorrei che un’Europa più
forte, più unita, più solidale.
E’ una scelta di fondo
quella che bisogna compiere: occorre rafforzare le istituzioni sovranazionali e
renderle sempre più rappresentative.
Lo dobbiamo fare anche per
rispondere alla sfida che ci pone la globalizzazione.
I processi economici e
sociali hanno superato i confini delle nazioni, la politica no. E’ rimasta
chiusa dentro le antiche frontiere e quando ha dato vita ad istituzioni
sovranazionali, come l’Unione Europea o le Nazioni Unite, non ha conferito loro
i poteri necessari.
Poche settimane fa, a Dacca,
1.100 lavoratori morivano sotto le macerie della fabbrica in cui lavoravano per
l’equivalente di pochi euro al mese e in condizioni veramente disumane.
Quei lavoratori producevano
capi d’abbigliamento per aziende occidentali, anche europee. Queste aziende
avevano dislocato la produzione in paesi dove, come si dice in gergo, “il costo
del lavoro è più basso”. Cioè dove non c’è la minima protezione sociale e di
sicurezza per i lavoratori. E’ una tendenza ormai diffusissima e se provi a
criticarla sei bollato come ostile alla globalizzazione.
Non è così. Io sono
favorevole alla globalizzazione, ma in senso completo : se si globalizza
l’economia e la produzione, si devono globalizzare anche i diritti di chi
lavora. Altrimenti si continua a tollerare una diseguaglianza moralmente
inaccettabile.
Quale sovranità interpella
la tragedia di Dacca ? Quella del Bangladesh e della sua legislazione sul
lavoro ? Certo, ma sarebbe una ipocrisia non chiamare in causa anche le
responsabilità dei paesi da cui partono quelle aziende.
Vorrei concludere a questo
punto, affrontando la questione più delicata e più difficile di tutte: quella
della cosiddetta ingerenza umanitaria.
Come dicevo all’inizio, nel
corso della mia esperienza ho visto che cosa possono produrre le sovranità
nazionali ai danni dei loro concittadini. Mi riferisco alle dittature, alle
pulizie etniche, agli stermini di massa, alle guerre civili. Bosnia, Kosovo,
Congo, Darfur. L’elenco è purtroppo lungo.
Di fronte a quei massacri,
agli stupri di massa, alla distruzione di vite ancora giovanissime, mi sono
chiesta tante volte dove fosse la comunità internazionale. E mi sono domandata
come sia possibile assistere a tutto questo senza agire, senza fare qualcosa
per ripristinare la pace e il rispetto dei più elementari diritti delle
persone, senza proteggere donne e bambini innocenti.
Mi sono indignata come molti
di fronte all’indifferenza del mondo.
E la risposta
all’immobilismo è stata spesso coniugata proprio in nome del rispetto della
sovranità nazionale e del principio di non ingerenza. Sacrosanti principi. Ma
di fronte ai massacri e alle stragi rischiano di trasformarsi in paravento del
più cinico egoismo.
Quando si calpestano i
diritti e la vita delle persone, il principio secolare della sovranità
nazionale viene contestato in primis dall’opinione pubblica mondiale, la cui
coscienza è scossa da ciò che accade. E’ accaduto ieri, nel caso del Cile, di
Piazza Tienanmen, della Primavera di Praga.
Vale tanto più oggi, in una
epoca in cui i mezzi di comunicazione sono in grado di mostrarci in tempo reale
e nel dettaglio qualunque evento in qualunque parte del pianeta.
Oggi dovrebbe essere più
difficile stare con le mani in mano. E invece la lista dei conflitti continua a
crescere.
Penso che, di fronte alla
mortificazione della dignità umana, esista un diritto-dovere all’ingerenza
negli affari interni. Ma a due condizioni. Primo, che si decida applicando
scrupolosamente il diritto internazionale e non in maniera unilaterale o con
coalizioni estemporanee. Secondo, che ingerenza non significhi necessariamente
intervento armato. Troppe operazioni militari sono state presentate
all’opinione pubblica come umanitarie, e non lo erano, perché diversi erano gli
obiettivi, diverse le prospettive.
Voglio essere chiara: la mia
non è una critica alle forze armate. Sono testimone diretta del fatto che in
molte occasioni senza militari non saremmo riusciti a garantire la protezione
dei civili, dei convogli e degli aiuti alle popolazioni.
Critico il fatto che non si
faccia abbastanza per prevenire e risolvere in tempo utile le controversie per
via politica e negoziale e che l’intervento militare diventi quindi l’unica
cosa da fare, magari dopo mesi di inazione.
La guerra, oltre a causare
perdite di vite umane e distruzione materiale, rende poi quanto mai difficile
la ricostruzione di una sovranità nazionale democraticamente legittimata.
Ecco. Sono questi i pensieri
e gli interrogativi che la mia esperienza mi sollecita e che propongo a voi
stasera.
Vorrei però che di questi
temi si occupassero di più la politica italiana ed il sistema
dell’informazione.
Ci si appassiona troppo
attorno all’ultima battuta politica, perdendo di vista i grandi interrogativi
sul futuro del mondo: i cambiamenti climatici, le migrazioni, le risorse
energetiche, le conquiste della scienza.
Non sono astrazioni. Al
contrario. Pensare globalmente è l’unico pensiero realistico possibile, perché
ormai nessuno dei fenomeni sociali che influenzano la vita delle persone e
delle nazioni, nasce e muore dentro i confini di un solo paese.
Un nuovo modo di pensare il
mondo è una necessità urgente anche per il tema che discutiamo stasera, quello
della dignità della persona".
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L´UNIONE BANCARIA EUROPEA? SOLO NEL 2020 |
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Trento, 6 giugno 2013 - La crisi ci ha messo in un cul de sac? Per
uscirne servirà "un sac de cul". La battuta, con la quale Sebastiano
Barisoni, vicedirettore di Radio 24, ha aperto il terzo Forum al Festival, non è da economisti e certo
Daniel Gros, direttore del Centro europeo di studi politici non può
condividerla, ma rende bene l´idea del "sentiment" che aleggia
attorno al caso Italia. Che per l´economista tedesco, le cui posizioni
sull´unione bancaria europea sono piuttosto controverse, come lui stesso
ammette, può farcela se solo non insiste nell´adottare politiche che vanno in
senso opposto a quanto raccomandato dalla Commissione europea. Un esempio?
L´imu: "Sbagliato abolirla, andrebbe invece raddoppiata. L´italia ha tanti
punti di forza che però non fa valere, è un sistema ingessato che lega
tutti".
Tema
dell´"intervista" a Gros "L´unione bancaria può salvare
l´euro" (senza punto di domanda), tema tecnico e per specialisti di
economia politica ma dietro il quale si sta giocando nel vecchio continente la
madre di tutte le battaglie, perchè dietro l´unione bancaria ci sta l´altro
grande tema dell´integrazione politica degli Stati membri. Certo, l´Europa
possiede una moneta comune, ma le banche restano nazionali. E quando in un
paese le banche si ammalano finiscono per contagiare anche la moneta. Una vera
unione monetaria ha pertanto bisogno anche di un´unione bancaria, cosa che
ancora non c´è in Europa a differenza che negli Stati Uniti.
Chi vincerà la battaglia,
ammesso che debba esserci un vincitore? Gli "eserciti", bancari e
statuali, sono schierati ma ancora nessuno fa la prima mossa. Il cannocchiale è
puntato naturalmente sulla Germania: che farà Frau Merkel al prossimo Consiglio
Europeo di giugno? Oppure bisognerà attendere le elezioni tedesche di
settembre?
"Inutile
chiederselo" risponde Gros, che sorprendentemente aggiunge: "Il
problema non è la Germania, la sua opinione non conta più e non ha molto senso
chiedersi se e quando mollerà i cordoni della borsa. L´errore politico maggiore
è stato commesso proprio in Germania: Angela Merkel ha reagito alla crisi greca
ma non ha visto che la Grecia è diventata il fulcro di una crisi generalizzata.
Solo un anno fa si è capito che il problema di fondo era quello delle banche,
una volta risolto il problema bancario penso che l´Europa potrà uscire dalla
crisi".
E l´Italia? "Negli
ultimi quindici anni l´Italia è rimasta ferma, anche se ha investito di più che
l´Inghilterra; la spesa pubblica è cresciuta, soprattutto attraverso le
Regioni, ma l´Italia ha anche un sistema che è più corrotto di prima. Non è
pensabile uscire dalla crisi spendendo di più. Ci si rende benissimo conto che
occorrerebbe tassare di più le attività improduttive anziché le imprese, ma l´Italia
che ha fatto? Ha abolito l´Imu, cosa che non andava fatta, è stata una scelta
politica".
Per Gros il punto
fondamentale è la stabilità del sistema. "Senza sistema bancario stabile
le nostre economie non possono uscire dalla crisi. Il progetto di unione
bancaria prevede che ci sia un´unica banca a vigilare, oggi però ogni paese
vigila sulle proprie banche. Il progetto in corso non prevede di arrivare a
tassi d´interesse unici, si arriverà ad un sistema unico di vigilanza in cui la
Banca europea vigilerà su un centinaio di grandi banche ed anche se è vero che
rimarranno fuori da questa vigilanza le piccole banche e le casse di risparmio,
è vero anche che la Bce potrà comunque chiedere di vedere i libri di tutte le
banche. L´ideale sarebbe avere una direzione unica, ma la realtà è che quando
una banca è in grosse difficoltà ci sono sempre considerazioni politiche che
prevalgono, quindi è molto utile avere la Commissione europea che vigila,
questo per impedire che gli stati più forti possano salvare le proprie banche
come credono".
Quando e come si arriverà
all´Unione bancaria? "Non ci arriveremo prima del 2020" la previsione
di Gros; "per uscire dalla crisi occorre ripulire il sistema bancario, il
primi passo della Bce dovrebbe essere quello di vedere cosa c´è nascosto nei
bilanci, lavoro importante e molto doloroso, questa però è la chiave per
tornare in corsa. Le banche a sud delle Alpi avranno qualche difficoltà, ma chi
non ne avrà? L´uscita da questa situazione sarà un processo lento, non ci sono
ricette miracolistiche. La crisi è la scintilla che può far partire le riforme
vere. La Grecia ha fatto riforme serie quando è arrivata sull´orlo dell´abisso.
Si può andare avanti sul piano inclinato, come un rospo che si cuoce
lentamente, oppure si può dare una sferzata. Siamo nel fondo della valle e ci
aspetta una pianura, forse un po´ desertica, ma io non vedo però alcun
abisso".
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LA DEMOCRAZIA IN EUROPA E’ VIVA, NONOSTANTE GLI ACCIACCHI DI UNA VECCHIA SIGNORA |
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Trento, 6 giugno 2013 - In una fase di transizione in cui bisogna decidere
di proseguire verso la definitiva integrazione, gli europei vivono una
contraddizione: vorrebbero essere forti come se l’Europa fosse unita, ma senza
cedere neanche una parte della propria sovranità nazionale, come se l’Europa
unita non esistesse affatto. Su questa contraddizione muove il Monti-pensiero -
ripreso nel libro “La democrazia in Europa”, scritto a quattro mani con la
parlamentare europea Sylvie Goulard -
che da europeista convinto, la giudica “inaccettabile”. Ma anche il
Monti-pensiero cade in una contraddizione perché nel suo libro non indica la
“soluzione”. E, ad ammetterlo, è la stessa coautrice: il Vecchio Continente
fatica. A Monti non fa difetto la convinzione: un’Europa in crisi economica e
di leadership politica non deve mettere in crisi un progetto politico di cui
vanno chiarite le cause. Eccole: “Le
derive della finanza e l’indebitamento sono solo un aspetto della crisi
economica, che ha fatto emergere in tutta la loro ampiezza l’interdipendenza e
le fratture che caratterizzano la democrazia in Europa”.
I due autori - Mario Monti,
già commissario europeo e “commissario” italiano incaricato di riportare
l’Italia dentro i binari europei, e Sylvie Goulard, parlamentare francese tra
le più convinte alla causa europea - affrontano il tema della “Democrazia in
Europa” da approcci diversi: tecnico lui, politica lei. Con un obiettivo
comune: anteporre la comprensione dell’interesse comune agli istinti più miopi,
per scoprire le affinità che legano gli europei.
Sylvie Goulard individua nei
nodi ancora irrisolti (uguaglianza e giustizia sociale, ad esempio) i rischi
che possono rendere “reversibile” il processo europeo, con la conseguente
frammentazione: “L’europa è un processo dinamico, reso più faticoso dalla
delusione di intere fasce di popolazione... Se continuiamo a prendere decisioni
sull’Europa senza avere a riferimento gli interessi reali dei cittadini, non ce
la faremo”.
L’ex presidente del
Consiglio o, meglio, il professore della Bocconi, Mario Monti preferisce
argomenti di politica economica - riassumibili nelle cronache del delicato
Consiglio europeo del giugno 2012 - per spiegare i malanni dell’Europa e le
cure individuate: la creditocrazia tra Paesi del nord rispetto a quelli del
sud, l’unanimità paralizzante della Commissione europea e l’interazione tra
politica e Banca centrale europea. “Nel giugno 2012 siamo riusciti a far
passare, non senza difficoltà, il principio per cui i Paesi virtuosi, seppur
con regole precise, vanno sostenuti. Tutti hanno capito che, se ciò non avviene,
il problema non è più di singolo Paese ma è un affare comune. Questo ha
permesso a Mario Draghi e alla Banca centrale europea di agire al meglio. Il
problema? Alcune delle misure decise non sono state ancora applicate, ad
esempio lo scudo anti spread”. E questa è una delle spiegazioni della
“soluzione mancante” di Monti & Goulard.
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DEMOCRAZIA E AUTORITARISMO: DUE MODELLI A CONFRONTO PER LA CRESCITA ECONOMICA |
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Trento, 6 giugno 2013 - Le politiche di consenso che caratterizzano
le democrazie occidentali frenano le strategie di crescita? È l´interrogativo
centrale sul tema "Democrazia, autoritarismo ´efficente´ e crescita
economica: la sfida asiatica e la crisi europea", attorno al quale si sono
sviluppati questo pomeriggio gli interventi di Michael Pettis, Tongdong Bai,
Giorgio Fodor e Luigi Bonatti, introdotti da Laura Longo e seguiti da un
pubblico attento nell´affollatissima aula magna della facoltà di Giurisprudenza
del capoluogo.
Michael Pettis, veterano di
Wall Street, economista e attualmente docente all´Università di Pechino, ha
rivolto il suo sguardo verso gli interrogativi che emergono in tempo di crisi:
sembra che per l´economia vi siano una serie di svantaggi nelle democrazie,
visto la crescita vertiginosa – con un tasso annuo del 10% – che la Cina ha
conosciuto nell´ultimo decennio. I governi autoritari, come è avvenuto nella
Germania degli anni ´30 o in Brasile negli anni ´60, sembrano maggiormente
capaci di implementare politiche efficienti, ma il punto è attribuire il giusto
valore a questa efficienza e non ignorare i grandi squilibri che quel tipo di
economia genera. “Sul lungo periodo, ha detto Pettis, “non conta tanto la
capacità di generare crescita, ma quella di adeguare le differenze e gli
squilibri di una crescita tanto rapida”. Lo dimostra la diversa capacità delle
economie avanzate di assorbire il capitale. Il debito cinese, per contro, sta
avanzando rapidamente, i salari bassi costringono le famiglie ad aumentare la
capacità di risparmio e i consumi sono frenati. Per non incorrere in un periodo
di crisi, la Cina dovrà rivedere il suo modello, con una riforma del sistema
finanziario e sociale capace di assorbire gli ingenti investimenti e rallentare
l´enorme aumento di ricchezza generato finora soltanto per una élite.
Tongdong Bai, filosofo
cinese, ha invece affrontato il problema da un altro punto di vista, quello di
“come si può immaginare che dovrebbero andare le cose”: il mondo ideale secondo
il confucianesimo. Ha parlato di moralità nella politica e nelle relazioni fra
le persone, di come sia necessario un governo democratico/meritocratico, che ancora
l´occidente capitalista non conosce, a causa dell´individualismo e della
mancanza di fiducia e di partecipazione ai grandi temi della politica e
dell´economia da parte della gente.
Giorgio Fodor, docente alla
Scuola di Studi Internazionali a Trento, ha ricordato che la democrazia come la
conosciamo noi è un fatto recente ed è andata di pari passo con lo sviluppo
economico, specialmente in Europa, ma ne ha rilevato i pericoli attuali per la
sua sopravvivenza. “La democrazia - ha concluso Fodor - deve essere un
obiettivo, non uno strumento per raggiungere il massimo della ricchezza per il
maggior numero possibile di persone”.
Infine Luigi Bonatti,
anch´egli docente alla Scuola di Studi Internazionali dell´Università di
Trento, ha riconosciuto che il modello cinese è stato fino ad ora funzionale,
in un Paese dal bassissimo reddito, dove enormi investimenti sono stati
trasferiti dall´agricoltura alla produzione industriale, ma rischia di avviarsi
verso uno sviluppo non più sostenibile. D´altra parte il modello che le
democrazie conoscono, come quella americana dove i consumi sono stati
esponenziali, unito ad un declino della “qualità” della democrazia, ha portato
alla crisi attuale. “L´europa - ha osservato Bonatti - è in difficoltà per
l´incapacità dei sistemi politici di implementare le riforme che possono
consentire al sistema di reggere”.
Web: http://www.festivaleconomia.it/
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SENSO CIVICO E RESPONSABILITA´ SOCIALE A "IL LAVORO? CREALO!" |
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Trento, 6 giugno 2013 - Numerose
le storie presentate nel pomeriggio davanti a un pubblico sempre costante,
interessato, decisamente giovane. Idee, progetti e racconti si sono alternati
all’analisi degli strumenti, dei bandi e delle opportunità messe in campo dalla
Provincia e dagli incubatori presenti sul territorio. Si comincia parlando di
turismo accessibile in Umbria, si prosegue con progetti creativi dedicati
all’infanzia (Baby Sitter creative è una realtà romana) e si dedica ampio
spazio alle case histories trentine presentate da Trentino Sviluppo,
Dipartimento Industria e Artigianato della Provincia, Agenzia del Lavoro e
Opificio delle idee. Intervengono anche i fondatori di Campomarzio e
dell’Associazione Sguardi per discutere di responsabilità sociale. E si
finisce, con Sloowfood, Panificio Moderno di Isera e Luca De Biase di Ahref, a
parlare di impegno civico.
Vivace pomeriggio in piazza
Fiera, nello spazio pensato per i giovani e seguito dalla web tv della
Provincia (Tg giovani) e da Samba Radio.fiducia, idee e approcci innovativi per
contrastare la crisi e immaginare un lavoro che non sia solo un’occupazione ma
che sviluppi le idee e i territori. Il fil rouge della discussione, nonostante
gli interventi eterogenei, sembra essere uno: ci sono nuovi modelli economici
che promuovono e incrementano senso civico, responsabilità e impatto sociale.
La crisi non può essere una scusa per annichilire le menti e fermare le idee.
Durante il pomeriggio sono stati anche presentati i vincitori del Premio D2t
Start Cup promosso da Trentino Sviluppo e dalla Provincia. Per aiutare i
giovani che hanno idee da realizzare, Euricse e The Hub Rovereto, organizzatori
della kermesse, hanno invitato alcuni degli speakers ed esperti intervenuti in
questi giorni a rendersi disponibili domani per un offrire un servizio di
mentoring e consulenza. Dalle 10 alle 13 i giovani potranno usufruire di
colloqui one to one per consigli mirati e suggerimenti personali. Il servizio è
gratuito e l’elenco dei consulenti è online: fb.Me/1kcfhm9ek
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IL PROFITTO DELLE BANCHE: UNA GARANZIA PER IL RISPARMIATORE |
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Trento, 6 giugno 2013 - «Avere
paura delle banche estere? È un falso problema, dobbiamo piuttosto temere il
vivaio della mediocrità nella classe dirigente delle banche. In Italia la
proprietà pubblica o semi-pubblica ha fatto male alle banche perché le ha
gestite seguendo logiche politiche, poco trasparenti, a volte in conflitto con
il loro obiettivo principale: fare profitto» spiega l’economista Paola
Sapienza. La competizione e la ricerca del profitto hanno invece un effetto
positivo sulla gestione delle banche e stimolano la creazione di una classe
manageriale efficiente. Competizione sì, ma non a tutti i costi: la logica del
profitto, se moderata da tutele al consumatore, produce effetti di efficienza
che hanno ripercussioni positive sull’economia reale. Al Festival dell´Economia
una riflessione sugli effetti della governance delle banche sull´economia
reale. “Dobbiamo a tutti i costi mantenere italiane le banche. Le nostre banche
garantiscono il finanziamento ai nostri progetti nazionali, mentre quelle
estere portano i capitali all’estero al servizio di altre comunità”: sono
affermazioni che si sono sentite di recente in ambito politico ed economico nel
nostro Paese. Ma è davvero così? Il Festival dell’Economia di Trento si
interroga sulla presenza degli stranieri nelle nostre banche e lo fa con
l’aiuto dell’economista Paola Sapienza, docente della Northwestern University e
della Kellogg School of Management ed esperta di governance bancaria. «Si
tratta di una domanda rilevante, soprattutto nell’Italia di oggi – ha
sottolineato Paola Sapienza nell’incontro che si è svolto nella sala conferenze
del Dipartimento di Economia dell’Università di Trento – perché la paura dello
straniero e il protezionismo hanno nascosto nel corso di questi ultimi
cinquant’anni una tutela del sistema bancario che lo ha fatto deteriorare. In
Italia la proprietà pubblica o semi-pubblica ha fatto male alle banche, perché
ha permesso di assecondare troppo la politica. La proprietà pubblica sposta gli
obiettivi da una massimizzazione dei profitti a obiettivi generici che
forniscono all’organizzazione bancaria una scusa per non essere efficiente. La
protezione dalle acquisizioni ostili, in più, genera una cultura
accondiscendente all’interno delle imprese in generale e induce meno sforzo da
parte della classe dirigente e una crescita inferiore». «Le banche – spiega
Sapienza – dovrebbero invece svolgere il ruolo di intermediari nell’economia
tra i risparmiatori che investono e la parte produttiva dell’economia, gli
imprenditori e i lavoratori che necessitano di capitale finanziario per
sviluppare i loro progetti. Quando le banche sono efficienti, questo passaggio
di capitale viene indirizzato in modo mirato. Ma cosa spinge il meccanismo
bancario ad essere efficiente? Essenzialmente un solo aspetto: il profitto.
L’imprenditore bancario mette a disposizione i capitali (e il suo capitale
umano) per sostenere la parte produttiva del Paese che ha le idee e che va
cercata. In Italia, invece, le banche non si dimostrano in grado di riconoscere
il merito di credito che si trova nelle società, perché non fanno più le
banche. Fanno altro e sono troppo succubi di meccanismi politici che proteggono
realtà importanti ma poco produttive. Da qui derivano le difficoltà a concedere
prestiti». Dunque la competizione va vista come aspetto positivo? «Se
regolamentata sì - spiega Sapienza -. Per molti anni la competizione è stata
temuta come elemento destabilizzante del sistema: l’atteggiamento politico l’ha
limitata, per evitare che le banche si esponessero a rischi molto alti. Negli
Stati Uniti degli anni Novanta l’apertura alla competizione ha portato effetti
positivi: crescita di nuove imprese, accesso al credito degli imprenditori e un
miglioramento dell’economia reale. Ma la gestione deve essere competente e il
ruolo chiave è quello della proprietà, degli azionisti. Ciò che maggiormente
genera inefficienza nell’erogazione del credito è quando la banca non è
unicamente interessata al profitto ma segue altre logiche, come nel caso delle
banche pubbliche che finanziano i soliti noti o persone che non hanno naturale
accesso al credito, oppure quando ci sono azionisti in conflitto di interesse o
che rischiano capitali non propri. La competizione bancaria fa bene
all’economia reale perché le banche diventano più efficienti e prestano meglio
a tutto vantaggio delle imprese. La ricerca del profitto può essere vista come
uno strumento che garantisce l’efficienza e, di conseguenza, il risparmiatore.
Va però mitigato con un sistema di meccanismo che possano mitigarne gli
eccessi».
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MEDICI SENZA FRONTIERE: IL MERCATO HA FALLITO NEI CONFRONTI DEI POVERI |
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Trento, 6 giugno 2013 - Costituita 42 anni fa da medici, e
giornalisti, con lo scopo di prestare assistenza umanitaria a coloro che si
trovano in difficoltà, Medici Senza Frontiere in questi ultimi anni si trova di
fronte a una doppia sfida, come ha spiegato Unni Karunakara, presidente internazionale dell´associazione, al Mart di Rovereto
nell´ambito del Festival dell´Economia: "Spesso non riusciamo ad arrivare
alle persone che necessitano del nostro intervento, perché vi è una tendenza
pericolosa nei conflitti in atto che è quella di attaccare anche le
organizzazioni sanitarie. Inoltre non riusciamo ad applicare la terapia giusta
e questo perché il mercato ha fallito, è venuto meno alle proprie
responsabilità nei confronti dei poveri". In molte parti del mondo ci sono
infatti malattie che colpiscono solo i poveri, malattie che invece non si
vedono in Europa o in America, ma: "Non c’è ragione per cui le case
farmaceutiche - ha proseguito Karunakara - facciano ricerca e sviluppo su
questi farmaci, perché non c’è profitto".
Ad introdurre il presidente
Karunakara vi era il giornalista Pietro Veronese, che ha evidenziato proprio
questa crescente negazione, nei conflitti, dello spazio di neutralità, che
ormai ha fatto venir meno il detto "non si spara sulla croce rossa".
Veronese ha anche messo in luce il recente concetto di "responsabilità di
proteggere" che dovrebbe essere uno dei principi guida delle azioni
internazionali: "Nel 2005 il concetto di ´responsibility to protect´ ha
avuto un riconoscimento dalle Nazioni Unite che hanno affermato come in
presenza di crimini di guerra, genocidio, pulizia etnica le nazioni abbiano la
responsabilità di intervenire, ignorando l´eventuale sovranità dello
stato". Ma su questa strada c´è ancora molto da fare, anche perché:
"Manca una chiarezza - ha spiegato a questo proposito Unni Karunakara -
ovvero non si sa come e quando intervenire".
A fianco del presidente di
Medici Senza Frontiere anche Vittorio Emanuele Parsi, direttore dell´Aseri -
l´alta scuola di economia e relazioni internazionali e professori alla
Cattolica, che ha elogiato il Mart - "pur essendo veronese non avevo mai
visto questo posto, è bellissimo" - prima di affrontare l´argomento dei
conflitti nei quali è coinvolta l´organizzazione: "In tempi recenti sono
drammaticamente aumentate le guerre civili, anzi si può dire che praticamente
tutti i conflitti in cui siamo stati coinvolti negli ultimi 20 anni siano state
guerre civili internazionalizzate. È cambiata la natura della guerra, il suo
scopo e i teatri periferici sono sempre di più. Dal punto di vista militare
l´Occidente è ancora il signore della guerra, ma il paradosso è che questi
conflitti non producono più i risultati che producevano un tempo".
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I BANCHIERI E I "COMPARI" DEL "DEBITISMO" ITALIANO |
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Trento, 6 giugno 2013 - Il sistema bancario italiano?
"Incestuoso" e fondato su conniventi relazioni, conflitti
d´interesse, intrecci familiari e finanziari, governato da banchieri-compari
che negano il credito a imprenditori bisognosi ma lo concedono a costruttori come
Ligresti o il finanziere Zaleski, facendo ricadere i costi sui risparmiatori e
sullo stato. A parlare, male, di banchieri e compari, definizione che dà il
titolo al suo ultimo libro, è Gianni Dragoni, firma del Sole 24 Ore e
"columnist" di Servizio Pubblico, protagonista dell´Incontro con
l´autore in un dialogo con Francesco Manacorda e Fausto Pannunzi. Libro che
svela la profonda asimmetria del capitalismo italiano - che Dragoni ridefinisce
come "debitismo", vista la scarsa propensione al rischio che caratterizza
il sistema Italia - tra gruppi protetti e meno protetti. Un gruppo che ha
goduto di protezione? E´ sulle pagine dei giornali, i Fratelli Riva, "che
hanno portato 1,2 miliardi di euro nei paradisi fiscali e che certamente non lo
hanno potuto fare senza l´aiuto di una banca".
Dragone ha impressionato il
pubblico della Biblioteca Comunale di Trento snocciolando gli stipendi dei top
manager e ad dei dieci maggiori gruppi bancari italiani (si va da 1 milione 700
mila euro in sù) ma soprattutto si è chiesto se le banche hanno funzionato o
meno, e per chi. "Per i propri dipendenti hanno funzionato non male, visto
che non ci sono stai esodi fortissimi. Per i propri soci nemmeno, anche se
hanno chiesto loro molti soldi, ed hanno funzionato benissimo per alcuni soci
in particolare, i cosiddetti "debitori di riferimento". Ma tra i
"soci" delle banche vi è anche la politica, che partecipa alle banche
attraverso le Fondazioni. Per una banca come Intesa Sanpaolo le fondazioni
hanno poco meno del 25 per cento del pacchetto azionario e 17 membri del cda su
19. E per lo Stato? Hanno funzionato abbastanza, anche perché le banche hanno
in pancia enormi quantità di titoli di stato. Le banche non hanno funzionato
bene solo per gli investitori privati e le imprese".
Come se ne esce? "Con
più controlli, piuttosto che mettendo più regole, e magari recuperando anche la
dimensione piccola delle banche, perchè sono le piccole banche, dove il
management conosce i clienti e viceversa, quelle che possono funzionare meglio.
Soprattutto per i risparmiatori e le imprese".
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RACCONTIAMO L’EUROPA O RACCONTIAMO SOLO L’EURO? |
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Trento, 6 giugno 2013 - Come
si può combattere l’euroscetticismo se non esiste un “racconto” dell’Europa
alternativo alla lettura economica e burocratica che gira attorno all’Euro? La
crisi di legittimità del processo di integrazione europeo dipende dalla
mancanza di comunicazione. L’europa comunica poco e male. Usando un linguaggio
tecnico che allontana i cittadini. Ma l’Europa è molto di più della crisi. Per
riscoprire il valore dell’Unione europea serve un modo diverso di intendere
giornalismo e comunicazione. Recuperare un “racconto” alternativo dell’Europa
partendo dalle sue radici, ma anche scommettendo su democrazia, lavoro e
creazione di valore. La qualità dell’informazione al Festival dell’Economia
nell’incontro “Raccontare l’Europa” curato dall’Osservatorio Storytelling che
si è tenuto alla sala conferenze del Dipartimento di Economia dell’Università
di Trento.
Per raccontare l’Europa
bisogna conoscerla. Una sfida non facile ma importante, se si pensa che tra il
2012 e il 2013 la fiducia dei cittadini nel processo di integrazione è
diminuita del 15%. «Raccontare l’Europa non è un mestiere facile – ha spiegato
Adriana Cerretelli corrispondente da Bruxelles de Il Sole 24 Ore – occorre
familiarizzare con il cosiddetto “eurocratese” e una volta assimilato il gergo
tecnico bisogna resistere alla tentazione di usarlo. Un’impresa difficile,
vista la complessità delle questioni e il poco spazio a disposizione. Ma c’è a
monte un problema strutturale: parliamo di Europa come se fosse un’entità
reale. Invece al più si tratta di un sogno, di un’aspirazione. Tutti ci
sentiamo europei a nostro modo: la cultura nazionale pesa più che mai sulla
percezione dell’Europa. Secoli di storia ci rendono diversi all’interno dei
vari Stati europei.
La solidarietà, che è stata
il cemento dell’origine dell’Europa, ora non c’è più e il nazionalismo ha
ripreso vigore. La diversità genera incomprensione e questa diffidenza.
L’europa non è più una questione di politica estera, ma di politica interna. Tuttavia
la tentazione dei governanti dei vari Stati è quella di scaricare sull’Europa
il peso e la responsabilità di scelte su cui però invece c’è il pieno
coinvolgimento di tutti. Tutto questo alimenta un sentimento anti-europeo che
si basa su letture semplicistiche e demagogiche.
La colpa della cattiva
comunicazione non è quindi da attribuire tanto ai mezzi di informazione quanto
piuttosto all’atteggiamento dei governi nei confronti dell’Europa. La Germania,
ad esempio, viene percepita come un lupo cattivo, come una sorta di nemico in
casa. In realtà dovremmo cercare di diventare noi degli interlocutori
all’altezza di questa situazione per scongiurare il rischio di germanizzazione
dell’Europa».
«Il problema centrale è la
percezione che ognuno di noi ha dell’Europa – ha puntualizzato Andrea Fontana
dell’Osservatorio Storytelling – Ciò che sappiamo, lo abbiamo imparato dai
nostri nonni e genitori. Oggi a scrivere il “racconto” dell’Europa sono i mezzi
di informazione che privilegiano un racconto dell’Europa di tipo economico, più
che storico, psicologico, identitario. È più che altro il racconto dell’Euro,
soprattutto calato dall’alto. Alcune delle linee narrative in cui possiamo
invece riconoscerci sono le nostre radici: il patrimonio della cultura greca, il
cristianesimo, la Ragione illuminista. Il gergo eurocratico a cui ormai siamo
abituati ha spinto molti ad additare le colpe della crisi ad una nuova classe
di burocratici oscuri. Contrastare questa visione è difficile in mancanza di
una forte visione identitaria. La democrazia, il lavoro e creazione di valore
sono temi fondamentali da recuperare, su cui si può scommettere per rilanciare
una nuova visione di Europa».
«Il modo in cui noi
interiorizziamo un racconto e l’idea che ci facciamo di un’identità – ha
aggiunto Alessandra Cosso dell’Osservatorio Storytelling - è quello che
determinerà la nostra percezione e influenzerà i nostri comportamenti. Ma la
questione è: l’Europa siamo noi o sono gli altri? Occorre immaginare un nuovo
racconto europeo che risolva questa tensione in modo costruttivo, partendo da
scenari dove questa integrazione sia possibile e dalla conoscenza dell’unicità
e della specificità dell’altro».
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OCSE: LA "RICETTA" DI GURRIA PER SCONFIGGERE LA DISEGUAGLIANZA |
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Trento, 6 giugno 2013 - Di fronte alla crisi i governi devono
concentrarsi sul rafforzamento delle finanze pubbliche e dare impulso
all´occupazione. Per realizzare questi obiettivi, servono percorsi di riforme
strutturali, investimenti in nuove fonti di crescita, innovazione e sviluppo
delle competenze. E´ necessario puntare su attività basate sulla conoscenza e
sulla crescita "verde" in chiave inclusiva e planetaria. Perchè la globalizzazione
non è un´opzione, ma una realtà da accettare. Questa la "ricetta" del
segretario generale dell´Ocse Angel Gurría per sconfiggere la diseguaglianza
globale.
“Se questo dibattito si
fosse tenuto dieci anni fa, i punti di partenza sarebbero stati altri”. Con
queste premesse il giornalista Federico Rampini ha aperto il dialogo con il
segretario generale dell´Ocse Angel Gurría. “Il luogo comune che regnava a cavallo
del nuovo secolo era infatti che la globalizzazione avrebbe accentuato le
diseguaglianze fra nord e sud del mondo. Oggi si parla invece di diseguaglianze
all´interno delle nazioni”.
Per capire il fenomeno della
diseguaglianza è necessario partire dai numeri. Oggi il reddito medio dei paesi
Ocse è 9 volte più alto rispetto a quello dei paesi poveri, con un divario del
30% rispetto ad una generazione fa. “Quest´anno l´Ocse - prosegue Gurría - si
confronta attorno al tema: It´s all about people: Jobs, Equality and Trust.
Nella sola area dell´euro, il tasso di disoccupazione ha raggiunto un livello
record del 12%. I giovani sono i più colpiti da questo fenomeno. In Italia la
disoccupazione è arrivata all´11,5%, quella giovanile è al 38%. Nell´agenda dei
governi deve rientrare quindi come priorità la promozione dell´orientamento
professionale e di un´adeguata transizione dalla scuola al lavoro, così come la
riqualificazione del lavoro”.
Tutte dimensioni non
correlate al Pil, ma alla qualità della vita. “Perché - sottolinea Gurría - la
necessità di far fronte alle conseguenze immediate della crisi non deve farci
dimenticare l´obiettivo una crescita sostenibile e inclusiva. Solo così è
possibile favorire l´innovazione e garantire competitività in un mondo di catene
globali del valore, dove il capitale della conoscenza è il bene più grande”. E
quali indicazioni dunque per l´Italia? “La strada delle riforme è la più
importante. Le riforme devono essere una condizione mentale. La società deve
essere pronta a cambiare”.
Oltre a questo è necessario
per il segretario generale dell´Ocse far sì che grazie alle politiche fiscali
tutti paghino realmente le tasse, che la parità di genere non venga messa in
discussione e che il sistema educativo riesca a produrre le competenze giuste
richieste dal mercato. Serve investire non solo nell´innovazione di prodotto,
ma nell´innovazione dei sistemi di governo, dei mercati. Serve attuare una
maggiore collaborazione fra governo e aziende. C´è bisogno insomma di politiche
di lungo termine che vadano spiegate e condivise adeguatamente con i cittadini.
I politici devono riuscire a comunicare che abbiamo bisogno di tempo per
garantire maggiore competitività del paese. Contenere i problemi di carattere
sociale, promuovere impegno ecologico, riforme strutturali, innovare le
istituzioni, cercando di ridurre le problematiche di ogni Paese in modo
originale, aumentando realmente la competitività: questi i punti
imprescindibili di qualsiasi programma di governo.
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PANUNZI: CONTRO LA CRISI NUOVE REGOLE PER IL SISTEMA BANCARIO |
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Trento, 6 giugno 2013 - Le
risposte alla crisi risiedono per Fausto Panunzi, ordinario di Economia alla
Bocconi, nella regolamentazione del settore bancario, in una maggiore
capitalizzazione delle banche, nella riduzione della frazione di debito a breve
termine, oltre all’applicazione di meccanismi di compensazione per i top
manager della banche, differiti nel tempo. Si tratta dall’altra di rivedere le
politiche fin qui adottate sul versante sociale al fine di garantire al
cittadino fonti di assicurazione contro gli schock negativi (malattia,
disoccupazione), attraverso un ruolo attivo dello Stato. Serve in definitiva un
punto di equilibrio fra economia e sovranità che non passa per le politiche di
austerità fin qui applicate in Europa, le quali rischiano di provocare una
grave crisi di consenso.
La crisi finanziaria del
2007-2008 ha origine, secondo l’economista Fausto Panunzi, dalle difficoltà del
modello economico degli Stati Uniti che fin dai primi anni Novanta aveva
registrato un forte deficit commerciale con l’aumento costante delle
importazioni a scapito delle esportazioni. Questa situazione, unitamente alla
diminuzione della propensione al risparmio della famiglie americane, ha
attirato verso gli Usa ingenti risorse finanziarie provenienti, in misura
massiccia, dai paesi emergenti asiatici.
Questa grande risorsa di
liquidità ha spinto le banche ad incentivare una serie di aperture di credito
anche verso famiglie che vivevano in condizioni di precarietà sia dal punto di
vista occupazionale, sia patrimoniale.
Si sono sviluppati in questo
modo i cosiddetti mutui Subprime che a loro volta hanno alimentato un’immensa
bolla finanziaria incentivata dalle cartolarizzazioni. La specificità di questa
crisi sta proprio nella combinazione fra la bolla immobiliare e l’elevato grado
di indebitamento delle banche dovuto alle cartolarizzazioni. In questo modo, alla
prima difficoltà economica, molti clienti si sono trovati nella condizione di
non poter far fronte al pagamento dei mutui scatenando il crollo finanziario e
quindi economico che conosciamo.
Contro questa situazione è
necessaria innanzitutto una regolamentazione del settore bancario che
ricolleghi la finanza all’economia reale. È necessario poi ricapitalizzare le
banche, ridurre la frazione di debito a breve termine, oltre all’applicazione
di meccanismi di compensazione per i top manager della banche, differiti nel
tempo.
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BINI SMAGHI: LO STATO IN BANCA? UNA NECESSITÀ PER L’ECONOMIA, MA IMPOPOLARE |
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Trento, 6 giugno 2013 - "Il
sistema bancario ha bisogno di capitale pubblico per stabilizzarsi, almeno
temporaneamente - ha detto Lorenzo Bini Smaghi nell´incontro promosso dalla
Federazione trentina della cooperazione -
Unica scelta possibile, ma impopolare”. Uscire dall’euro? Sarebbe un
disastro. Per Donato Masciandaro: “Pericoloso e tossico far entrare lo Stato in
banca”. Per Leonardo Becchetti, invece, tocca ai cittadini con il loro
portafoglio stimolare le banche a diventare più socialmente responsabili.
Gli Stati hanno perso
sovranità con la globalizzazione? Nel settore bancario in realtà gli Stati
nazionali hanno fatto un cattivo uso della sovranità. Ad esempio in Irlanda o a
Cipro, dove faceva comodo alla classe dirigente di quei paesi avere sistemi
bancari e finanziari sovradimensionati, almeno finché pagavano tasse e creavano
occupazione e ricchezza.
Poi, quando è scoppiata la
crisi, è emersa la fragilità del sistema e ai governi non è rimasto altro che
prendere misure di austerità. È quel che è successo anche in Italia alla fine
del 2011, dove si è preferito aumentare le tasse piuttosto che fare le riforme
necessarie. Così adesso siamo vent’anni indietro, come ha affermato ieri il
Governatore della banca d’Italia.
Parola di Lorenzo Bini
Smaghi, economista già nel board della Bce e attualmente docente ad Harvard e
presidente di Snam Gas, che ha aperto oggi alla Fondazione Cassa di Risparmio
il confronto con Leonardo Becchetti e Donato Masciandaro sul tema ”Sovranità,
biodiversità e finanza” organizzato dalla Cooperazione Trentina e coordinato
dal giornalista Franco de Battaglia.
Cosa fare per far ripartire
il sistema bancario e sostenere l’economia? “Sicuramente la soluzione non viene
dall’uscita dall’euro – ha detto Bini Smaghi - sarebbe un disastro. Le
svalutazioni fatte negli anni Settanta ci hanno fatto perdere le aziende più
avanzate. Oggi tutti i paesi più avanzati hanno un cambio forte. Magari una
eventuale uscita dall’euro porterebbe qualche vantaggio immediato, ma occorre
guardare avanti e puntare invece sull’innovazione”.
Bini Smaghi propone una
ricetta che egli stesso ha definito rivoluzionaria. “Oggi non c’è alcun
operatore privato disposto a ricapitalizzare il sistema bancario, perché ha
paura. Il problema è che se non hanno abbastanza capitale, le banche saranno
sempre più prudenti. Il ruolo dell’ente pubblico dovrebbe essere quello di
stabilizzare il sistema, come hanno fatto negli Stati Uniti appena scoppiata la
crisi. Per due o tre anni occorre portare il capitale delle banche sui migliori
sistemi europei, e così tranquillizzare i manager bancari e indurli a prendere
più rischi e a prestare di nuovo. Il problema di questa scelta è che è
antipopolare. Una soluzione che fa bene all’economia, ma è contro la volontà
popolare dei cittadini che non ne possono più di dare soldi alle banche.
Eppure, se vogliamo evitare questo processo di avvitamento che sta peggiorando
la situazione economica, questa è l’unica situazione”.
Una posizione non condivisa
da Donato Masciandaro, docente alla Bocconi di economia politica e regolamentazione
finanziaria. “È pericoloso far entrare lo Stato in banca, soprattutto in paesi
che hanno un basso livello di capitale civile. Non nascondiamoci che noi siamo
un Paese ad alta propensione a violare le leggi. Quando lo Stato entra in
banca, è una tossina. Se va bene la banca diventa ancora più inefficiente, se
va male c’è il pericolo di corruzione.
Poi in America non è stato
comunque risolto il problema dell’indebitamento. Pensiamo piuttosto ad un
sistema bancario che deve ferocemente diminuire i suoi costi. Ma oggi è più
facile tagliare il credito che ridurre i costi”.
Sulla stessa linea Leonardo
Becchetti, docente di economia politica a Tor Vergata, secondo cui quello che
serve in questo Paese è più capitale sociale e meno Stato. “I cittadini devono
votare con il portafoglio. Le banche non sono tutte uguali, ci sono quelle più
a servizio dei cittadini e delle imprese, e quelle che lo sono meno. Ci sono i
cittadini che sono più informati e responsabili, e che votano con il loro
portafoglio per le banche migliori, non per altruismo ma per auto-interesse
lungimirante. È sbagliato aspettarsi sempre la soluzione da un ‘sovrano
illuminato’".
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SOVRANITA´ IN CONFLITTO: LA FONDAZIONE DOLOMITI UNESCO MODELLO CUI GUARDARE |
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Trento, 6 giugno 2013 - "La Fondazione Dolomiti Unesco
rappresenta quell´innovativo e concreto modello di governance che i cittadini
auspicano un giorno diventi l´Europa nella sua azione politica". Le parole
del giornalista e scrittore Piero Badaloni condensano bene quanto è emerso
dall´incontro "Dolomiti Unesco, un modello di gestione
sovraregionale" svoltosi stamane in Sala Filarmonica a Trento per il
format "Confronti".
Ne hanno discusso, moderati
da Badaloni, il presidente della Fondazione Dolomiti Unesco e assessore per la
natura, paesaggio e territorio della Provincia autonoma di Bolzano Elmar
Pichler Rolle, l´assessore all’urbanistica, enti locali, personale, lavori
pubblici e viabilità della Provincia autonoma di Trento nonché membro del cda
della Fondazione, Mauro Gilmozzi, i membri del comitato scientifico della
Fondazione Dolomiti Unesco, l´antropologo Annibale Salsa e la docente
universitaria Giovanna Segre.
Ll riconoscimento Unesco
delle Dolomiti del 26 giugno 2009, qualificando a livello mondiale
l´eccezionalità di queste montagne, ha portato un importante elemento di
innovazione nella gestione territoriale: identificarsi in un territorio unico,
che come tale va valorizzato, promosso e tutelato. La gestione partecipata e
congiunta di diverse entità territoriali e livelli amministrativi (le Provincie
autonome di Trentino e Alto Adige, le Provincie di Pordenone, Udine, Belluno e
le rispettive Regioni Friuli Venezia Giulia e Veneto) di un bene unico e
prezioso quali le Dolomiti tramite la costituzione della Fondazione può
rappresentare una soluzione, seppur in scala ridotta e con le dovute
particolarità, al dualismo "sovranità-conflitto", oggetto di questa
edizione del Festival dell´Economia.
La Fondazione Dolomiti
Unesco, infatti, nasce proprio per anticipare e risolvere all´origine le
possibili difficoltà e "conflitti" tra i diversi attori in campo e
per trovare soluzioni condivise e partecipate per valorizzare al meglio il
patrimonio delle cime dolomitiche, le sue comunità e territori. "La sfida
iniziale più grande della Fondazione - ha esordito Gilmozzi - è stata
inevitabilmente quella di facilitare rapporti e governance tra i soggetti
coinvolti. La politica e la Fondazione, hanno trasformato possibili conflitti
tra diversi territori - anche di colore politico differente - in dialogo, ciò
che poteva rappresentare uno scontro, in incontro e confronto. Certo, la strada
è ancora lunga, ma siamo convinti della bontà della Fondazione e dei risultati
che potrà conseguire per tutti i territori e le comunità che hanno creduto in
questo progetto".
Allo studio, infatti, la
Fondazione ha già pronti alcuni progetti, dal turismo, alla formazione alla
promozione unitaria. "Occorre capire e far capire che senza cultura non si
costruisce paesaggio - ha ribadito Gilmozzi insieme al collega Pichler Rolle -.
Investire in formazione e cultura è il primo passo che deve compiere e ha già
compiuto al Fondazione, con l´istituzione del primo master universitario in
gestione dei beni naturali Unesco". Ma si pensa anche di accentrare alcune
azioni di marketing e di promuovere il brand Dolomiti in modo unitario, per poi
quindi armonizzare anche le politiche del paesaggio, del territorio e
dell´ambiente. "Anche in questi aspetti le differenze tra i territori sono
evidenti - ha continuato Pichler Rolle - e su questi elementi la cooperazione
tra le comunità all´interno della Fondazione sarà ancora più utile, bella e
interessante. Ora, insieme, potremo raggiungere obiettivi e dare prospettive e
visione alle nostre comunità e territori che singolarmente nessuno sarebbe
stato in grado di raggiungere. E´ da queste premesse che l´azione della
Fondazione deve continuare e prendere forza".
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LE IMPRESE GIGANTI E LA MORTE MANCATA DEL NEOLIBERALISMO |
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Trento, 6 giugno 2013 - Le banche sono emerse dalla crisi del
2008-2009 più forti di prima, sebbene quest´ultima fosse stata provocata
proprio dai loro comportamenti folli. Ritenute “troppo grandi per fallire”
hanno ricevuto in soccorso ingenti somme di denaro da parte dei Governi.
Qualcosa però sembra non tornare. Impegnati a massimizzare i loro profitti gli
istituti di credito operano nel più puro dei mercati. Com’è possibile allora
che siano incappati in una crisi tanto vasta se la teoria economica più
avanzata aveva dimostrato che i mercati finanziari liberalizzati si correggono
da sé? Come si spiega che il neoliberalismo stia riemergendo dal collasso
finanziario con più vigore di prima? Lo ha spiegato al Festival dell’Economia
di Trento Colin Crouch, Professore Emerito della Warwick Business School,
Università di Warwick, Regno Unito.
Al cuore dell´enigma sta il
fatto che il neoliberalismo realmente esistente, a differenza di quello
ideologico puro, non è favorevole come dice di essere alla libertà dei mercati.
Esso, in realtà promuove il predominio delle imprese giganti nell´ambito della
vita pubblica. Ritenute più efficienti esse non sono più solo centri di
pressione potenti ma partecipano al processo politico dall´interno. Tale potere
appare palesemente nell´attività delle lobbies soprattutto nel Congresso
americano ma anche in molte altre istituzioni legislative ed esecutive. Ed è
visibile pure nella capacità delle multinazionali di scegliere i paesi con il
regime giuridico più favorevole per localizzarvi i propri investimenti.
Completano il quadro la tendenza crescente dei governi a subappaltare molte
delle loro attività a imprese private e lo sviluppo della cosiddetta
"responsabilità sociale dell´impresa" che fa assumere alle aziende
compiti che vanno al di là della loro pura attività economica. La
contrapposizione tra Stato e mercato occulta l´esistenza di questa terza forza,
più potente delle altre due e capace di modificarne il funzionamento. Oggi la
politica non è affatto imperniata sullo scontro tra questi tre soggetti ma
piuttosto su una serie di "confortevoli" accomodamenti tra di loro.
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NAZIONALIZZARE LE BANCHE? NO, MEGLIO PENSARE ALLE REGOLE |
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Trento, 6 giugno 2013 - Se
si parla di nazionalizzazione delle banche ovvio pensare che, sotto sotto, si
parli ancora e sempre di socializzazione delle perdite, rimanendo invariato il
secondo termine del rapporto, ovvero la privatizzazione dei guadagni. Ma al
confronto tra il presidente de La Finanziaria Trentina Lino Benassi, il
direttore regionale per il Nord Est di Intesa Sanpaolo Omar Lodesani e il
direttore generale di Unicredit Roberto Nicastro, ospitato nella sede della
Banca di Trento e Bolzano, non s´è parlato tanto di questo, quanto della
trasparenza delle banche, delle regole, di accesso al credito, della s/fiducia
tra banche e pure degli stipendi (scandalosi) dei banchieri.
Ecco le risposte che i tre
interlocutori hanno dato a Sebastiano Barisoni, moderatore del confronto a tre.
Benassi: "Ci sono
voluti 50 anni in Italia per passare da un sistema pubblico a un sistema
privato universale. Ne abbiamo viste di tutti i colori, c´erano banche ben
gestite e mal gestite. All´inizio degli anni 80 è fallito il sistema bancario
spagnolo, in Italia solo agli inizi degli anni 90 si è messo in moto un
processo di liberalizzazione e susseguente privatizzazione. Il nostro problema
è che la nostra economia e da sempre bancocentrica, per cui se la banca va male
va in crisi il sistema. La banca è un´impresa, ha bisogno di capitali e quindi
la maggior parte delle banche è quotata. Il sistema bancario è il sangue del
sistema economico e non c´è nazionalizzazione che tenga. Un tempo le banche
servivano a dare soldi alle imprese, non c´era speculazione, oggi questa
attività arriva al massimo al 30 per cento, il maggior profitto deriva dal
trading.
La trasparenza? Se le cose
vanno bene essere trasparenti non costa nulla, ma se le cose vanno male essere
trasparenti per una banca diventa un suicidio. Una banca non ha i principi
contabili di una industria, ma se portiamo tutto all´esasperazione finiamo per
chiuderle tutte. Per un´industria la trasparenza è un dovere, per una banca si
tratta di fissare delle regole".
E gli stipendi dei banchieri?
Possono valere quelli di mille dipendenti? "Dipende dai dipendenti - è
stata la risposta b- . Ci vuole certamente più moralità, non è possibile che un
banchiere che non rischia nulla abbia quegli stipendi".
Per Nicastro "il punto
di equilibrio passa attraverso le regole, dobbiamo essere onesti. Le banche
sono attori fondamentali del sistema economico, quando non funzionano fanno
saltare il sistema, ed è giusto che vi siano delle regole, e negli ultimi anni
ne sono state introdotte almeno 350-400 di nuove. Dobbiamo chiederci però dove
si posiziona il pendolo rispetto alle regole, che a volte tendono ad essere
contraddittorie: qual è il giusto set combinato di regole che dia equilibrio al
sistema? Sono d´accordo con chi dice che più che nazionalizzare le banche
sarebbe forse il caso di tornare ad avere banchieri un po´ meno arroganti e più
mezzemaniche".
Per Lodesani, infine,
"non tutti i paesi hanno privatizzato. Il punto critico del nostro
business è che noi dobbiamo restituire il denaro. Quando sei in iper
regolamentazione sei già di fatto nazionalizzato. Va bene abbassare gli
stipendi dei banchieri, ma il problema è definire a cosa sono legate quelle
retribuzioni. Noi viviamo solo se riusciamo a fare buoni impieghi,
confrontandoci con il problema della affidabilitá dell´impresa che chiede
credito".
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CREARE LAVORO PER RIDARE SPERANZA ALL´ITALIA |
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Trento, 6 giugno 2013 - “Per rilanciare il lavoro in Italia bisogna
partire da due riforme: dell´istruzione e della pubblica amministrazione. Solo
in questo modo si può riavviare uno dei grandi motori di sviluppo che si chiama
welfare. Servono scelte coraggiose. Se non faremo questo, il degrado è
garantito”. E´ intervenuta con queste parole Susanna Camusso, segretario della
Cgil, al Festival dell´Economia di Trento il giorno dopo l´importante accordo
siglato con Confindustria. “Per noi – ha proseguito – il tema del lavoro non è
passato di moda. Anzi. Dev´essere al centro della discussione e troppo spesso
questo non accade”. Per rilanciare l´economia italiana il segretario della Cgil propone anche “un
provvedimento di uscita dal sommerso e una normativa esplicita sugli appalti
per rompere meccanismi di corruzione e di clientela”. L´italia – ha spiegato -
deve tornare ad avere un´idea di sé stessa, senza sentirsi “il figlio povero
dell´Europa”. Il suo intervento s´è concluso con un ragionamento sull´Imu.
“Bisogna smetterla di discutere di Imu ed iniziare a discutere seriamente delle
risorse che vanno messe in campo per i giovani, per costruire lavoro non
attraverso incentivi, ma grazie ad un intervento del pubblico”.
Per ricostruire un Paese
bloccato e affrontare la “catastrofe del lavoro”, evidenziata dagli ultimi dati
sulla disoccupazione giovanile che ha superato la soglia del 40% in Italia,
secondo l´economista Laura Pennacchi, già sottosegretario al Tesoro ed autore
del libro “Tra crisi e grande trasformazione. Libro bianco per il piano del
lavoro 2013” (Ediesse), sono necessarie “soluzioni innovative”. Serve, quindi,
una “grande spinta” propulsiva, una “terapia shock che soltanto il motore
pubblico può dare attraverso investimenti che generino lavoro”, come sta
facendo Obama negli Stati Uniti. Insomma, per superare “il liberismo di Monti”
che, per Pennacchi ha aggravato la crisi assieme alle “politiche distruttive di
austerità imposte dalla Merkel”, “non bastano le misure tradizionali a cui
eravamo abituati, come ad esempio gli incentivi fiscali per le assunzioni ”, ma
sono indispensabili “misure nuove e a largo raggio, come la staffetta
giovani-anziani di cui ha parlato il Ministro Giovannini”. Solo così si potrà aprire
una nuova stagione e lasciarsi alle spalle “la più grave e lunga crisi globale
dell´ultimo secolo”. Infine, il docente universitario Sandro Trento, ha
affermato che “è giunto il momento di ragionare sull´architettura delle
politiche di cui l´Europa si è dotata, concepite sulla stabilità”. E´
necessario, dunque, un cambio di paradigma, ma che non può non basarsi su un
progetto complessivo “che deve essere affrontato con una nuova stagione di
riforme che dovranno essere applicate seriamente, al contrario di quanto è
stato fatto talvolta in passato”.
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CHI COMANDA IN EUROPA? LE BANCHE CENTRALI, LA GERMANIA, I GOVERNI NAZIONALI? |
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Trento, 6 giugno 2013 - Chi
comanda in Europa? Si faccia avanti chi non si è mai fatto questa domanda,
soprattutto in questo periodo storico dominato da "spread", lettere
di raccomandazioni, "commissariamenti" e politiche di rigore. Ha
provato a dare una risposta il forum, condotto da Massimo Bordignon, cui hanno
partecipato, questa mattina in sala Depero, Lorenzo Bini Smaghi, Daniel Gros,
Hans Kundnani, Marco Buti e Richard Portes. Mentre lo sport preferito di una
parte della politica è dare la colpa di ogni problema all´Europa, ci si è
chiesto come questa decide o dovrebbe decidere. Il ragionamento è partito da
quattro punti: la crisi finanziaria del 2008 e 2009 ha mostrato i problemi
dell´Unione nel gestire i problemi monetari; la crisi ha messo in luce anche
difficoltà di governance; manca poi in Europa un centro democratico legittimato
e non siamo ancora fuori dalla crisi. Il dibattito si è sviluppato attorno al
ruolo della Germania e dei paesi che dovrebbero mettere in atto riforme
strutturali.
Per Lorenzo Bini Smaghi,
economista e presidente di Snam, l´Europa è un insieme di paesi che condividono
alcuni poteri ma altri poteri non li condividono affatto: la crisi dell´Europa
nasce dal fatto che non sono stati dati abbastanza poteri alle istituzioni
comuni e poi dal fatto che alcuni poteri nazionali non sono stati esercitati al
meglio. Quale è quindi la sovranità da condividere? Per trovare un accordo
bisogna partire dal presupposto che fino ad oggi le cose non hanno funzionato
bene. Un tema caldo di confronto è, per esempio, quello della vigilanza
bancaria. I paesi che hanno usato male le loro prerogative sono quelli che sono
andati peggio durante la crisi. Non è tutta colpa dell´Europa quindi. La
sovranità è fatta per decidere e se manca questa capacità si producono danni;
anche il debito pubblico e privato sono frutto del rinvio di decisioni
importanti. La Banca Centrale europea ha avuto in questi anni un ruolo
straordinario, come le banche centrali dei singoli paesi. La Banca Centrale europea
infatti, organismo indipendente, ha cercato di dare tempo ai governi dei paesi
in crisi intervenendo a sostegno delle loro economie con i poteri che ha. In
questo momento di crisi le banche centrali sembrano avere molto potere, in
realtà possono concedere solo tempo ai governi che hanno comunque la
responsabilità di fare le riforme per non aggravare la crisi.
Marco Buti, direttore
generale affari economici e finanziari della Commissione europea, ha ricordato
l´attualità del tema dell´unione bancaria, che tocca il cuore e il nervo
scoperto della sovranità nazionale e sul quale si incontrano resistenze. C´è
poi, ha aggiunto, la difficoltà nel gestire il sistema delle regole che stanno
a monte dei rapporti tra istituzioni comunitarie e stati. Asimmetrie informative
e mancanza di fiducia sono i problemi principali mentre sono le riforme
strutturali lo strumento fondamentale per uscire dalla crisi. Se uno guarda le
raccomandazioni fatte all´Italia, ma anche a Francia e Germania, nota un
approccio a tutto tondo ai problemi che non considera solo la disciplina
fiscale o finanziaria.
Daniel Gros, direttore del
Centre for European Policy Studies, alla domanda su chi comanda in Europa, ha
detto che, guardando alla stampa, la risposta dovrebbe essere una sola: la Germania,
direttamente o attraverso le istituzioni europee. Il tema vero invece secondo
lui è chi obbedisce, chi segue le indicazioni che arrivano dall´Europa.
L´unione europea, ha ricordato, è un insieme di stati indipendenti che hanno
ceduto parte della loro sovranità attraverso regole complicate. La Germania si
trova in una situazione migliore perché in passato ha risparmiato e quindi ha
più risorse degli altri paesi. Sempre meno stati hanno però bisogno di
finanziamenti esteri e questo cambia i rapporti di potere. Si è chiesto: se gli
stati non seguono le raccomandazioni europee quali sono le conseguenze? Chi
decide sul futuro dell´euro? Per concludere che anche gli stati che non sono in
regola o quelli che non hanno preso provvedimenti decisivi ad avere un ruolo
molto importante; il futuro della moneta unica si deciderà anche in Italia e
nei paesi che hanno bisogno di riforme profonde.
Hans Kundnani, direttore
editoriale dell´European Council on Foreign Relations ha evidenziato che nel
Regno Unito c´è una visione netta della sovranità: o ce l´hai oppure no. Con la
crisi, ha aggiunto, la valuta unica ha ampliato il potere della Germania e
anche se oggi nessuno stato membro, da solo, può mettere in discussione le
decisioni tedesche, questo diventa possibile in virtù di accordi e coalizioni.
La Germania da sola, quindi, non può imporre la sua visione. Possiamo
auspicare, ha concluso, un progressivo allineamento tra interessi tedeschi e
interessi degli altri paesi dell´Unione; c´è bisogno insomma di una vera unione
politica in Europa.
Richard Portes, professore
di Economia alla London Business School, si è dichiarato a favore dell´Europa e
per questo ancora più dispiaciuto della situazione attuale. Dagli anni ´80 in
poi, ha ricordato, la Commissione ha ceduto potere al Parlamento e al Consiglio
e oggi c´è ancora molto da fare in materia di trasparenza e democrazia: se non
si realizza un´unione politica è normale che si ponga il problema dell´egemonia
di uno stato sugli altri. Secondo lui oggi servono ancora le grandi risorse
tedesche per ricapitalizzare il sistema bancario, per questo la Germania ha
ancora un peso notevole nella politica dell´Unione europea.
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JOHNSON: "VA RIAFFERMATO IL PRIMATO DEI VALORI UMANI SU QUELLI ECONOMICI" |
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Trento, 6 giugno 2013 - Dagli spirituals al blues per trarre quella
"energia rigeneratrice" necessaria a "riaffermare il primato dei
valori umani su quelli economici". Ne è convinto il direttore dell´Inet -
Institute for New Economic Thinking, Robert Johnson, protagonista al Teatro Melotti del Mart a
Rovereto, nell´ambito del Festival dell´Economia. Johnson, che si è detto
"felice di essere a Trento perché qui sembra che l´efficienza non sia
riuscita ad eliminare la vita", ha portato una tesi semplice ed efficacie:
"L´idolatria del mercato è un errore, i mercati sono dei meccanismi,
l´economia dovrebbe essere al servizio dell´uomo, quando invece l´economia è
strutturata a livello politico e queste strutture diventano troppo evidenti,
significa che vengono disattesi i valori umani". In sintesi "dobbiamo
sviluppare un potere rigeneratore, ricordarci che siamo esseri umani con dei
valori".
Viviamo in un mondo
distorto, in cui vi è squilibrio di poteri fra governi e aziende e dove le
risorse a disposizione delle grandi imprese e dei gruppi sono eccessive
rispetto a quelle degli individui. In questo mondo, secondo Robert Johnson:
"Sono le aziende a dominare la capacità dei singoli, ci sono risorse
concentrate nel nome dell´efficienza che strabordano rispetto alle regole. Qui
si toglie potere all´individuo e si distruggono i valori umani".
Johnson ha quindi portato
l´esempio della Cina, dove "le lobbies multinazionali inducono a non
migliorare la qualità della vita degli uomini, ma anzi questa è tenuta ad un
livello minimo; non c´è in questi Paesi la forza di migliorare la
qualità".
Diverse le possibilità di
riforma, ma per Johnson la strada di uscita non passa solo attraverso
l´economia, le riforme, i contributi, perché: "Esiste qualcosa di fondo
che ci deve ricordare che siamo esseri umani", dobbiamo quindi sviluppare
quel "potere rigeneratore" dentro di noi, ovvero "riaffermare il
primato dei valori umani su quelli economici".
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POLITICA ED ECONOMIA "SEPARATE IN CASA" |
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Trento, 6 giugno 2013 - Politica
ed economia: ´´amiche nemiche´´. Il titolo di un noto film riassume in due
parole la tendenza storica dei due poteri
al conflitto. Tuttavia quando
creano sinergie ne beneficia lo sviluppo socio economico di un Paese. Politica
ed economia sono molto vicine e le responsabilità sono al 50%, proprio come nei
rapporti di coppia. Dell´arduo equilibrio
tra il potere politico e quello economico, ha parlato l´economista Luigi
Zingales, bocconiano, professore di finanza all´Università di Chicago, nell´appuntamento
in programma stamattina nella sezione ´Focus´ alla Filarmonica. ´´Politica e
economia dovrebbero essere separate in casa - ha sintetizzato Zingales - , la
loro convivenza è possibile solo grazie a un sistema istituzionale corretto che
salvaguardi la giusta via di mezzo´´.
Se nelle democrazie
occidentali avanzate l´abuso di potere nei confronti dei cittadini da parte
dello Stato è prevenuto da norme costituzionali e dalla competizione
elettorale, ´salvavita´ dei diritti civili, sul piano economico, invece, le
clausole costituzionali sono meno dettagliate e la stessa competizione
elettorale non funziona altrettanto bene nel difendere i diritti economici.
Così ha esordito il
professor Luigi Zingales nell´affrontare il tema del delicato rapporto tra
politica ed economia.´´Una maggioranza di governo - ha spiegato l´economista -
può volere qualcosa che nel lungo periodo può essere negativo per la società.
Ciò è evidente soprattutto nel settore della finanza, a cui la gente dà soldi
in cambio di promesse, che se non vengono mantenute portano alla sfiducia e al
crollo degli investimenti. In modo analogo, ma ribaltato, la tendenza alla
ridistribuzione della ricchezza può essere negativa. Chavez in Venezuela ha
potuto portare avanti una redistribuzione massiccia della ricchezza, grazie
alla risorsa della materia prima del petrolio, altrimenti il Paese non sarebbe
riuscito a sostenersi. Negli Stati Uniti, invece, esiste l´oligarchia economica
e finanziaria delle Lobby. Storicamente in Italia fino al Rinascimento il
potere militare deteneva il potere economico. La contrapposizione tra il potere
papale e quello dell´imperatore, ha portato alla nascita delle città stato, di
fatto oligarchie, in mani a poche famiglie o signorie. Il consolidamento
progressivo di stati nazione divenne così potente da impedire lo sviluppo
dell´economia e della finanza, perché il sovrano poteva rinnegare i propri
debiti e non pagare nessuno. Solo nel 1788 in Inghilterra, la ´´glorious
revolution´´ consegna parte del potere al Parlamento, che rappresenta una nuova
classe media, che ha interesse a difendere il diritto di proprietà.
E´ essenziale l´esistenza di
una classe media e grazie ad essa è possibile la distribuzione equa della
ricchezza su una base legale e istituzionale. Ma nel Xix secolo in Usa avviene
la prima globalizzazione - mentre oggi viviamo la seconda - e aumenta la
diseguaglianza sociale con la distruzione della classe media degli agricoltori.
Tuttavia Roosevelt riesce a creare una legislazione mirata e riequilibrare il potere
tra i grandi gruppi economici e i cittadini individuali. Nel 1890 in Usa nasce
la prima legge antitrust, mentre in Italia arriverà nel 1990. Sono state
proprio le leggi, che spingono alla trasparenza, a rendere la democrazia
americana tra le più compiute del mondo. L´eccesso di potere politico
dell´economia danneggia lo stesso mercato. Negli Usa si capisce molto bene ad
esempio con l´attività di pressione politica esercitata dalle Lobby economiche
Da una parte è positiva perché si difendono i diritti di categorie
dall´intrusione dello Stato, ma nel tempo la loro attività è diventata
opportunistica, nel senso che protegge l´interesse di pochi. In modo analogo in
Italia mentre il governo Monti faceva una dettagliata spending review, al
contempo dava miliardi alla Cassa depositi e prestiti, perché le fondazioni
bancarie hanno acquisito nel nostro Paese un potere politico enorme. Solo in un
sistema di mercato con una solida democrazia rappresentativa, economia e
politica possono coesistere senza sopraffarsi".
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LO SPREAD SIAMO NOI: DA TIRANNO AD ALLEATO, ANALISI DI UN MITO |
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Trento, 6 giugno 2013 - Se
vogliamo regolare la temperatura della febbre da spread, dobbiamo essere noi a
somministrare la cura. Lo spiega al Festival dell’Economia l’economista
Giovanna Nicodano, ospite oggi nella sala conferenze del Dipartimento di
Economia dell’Università di Trento. «Lo spread ci ha segnalato il baratro dell’insolvenza
e la necessità di cambiare. Lo scenario futuro è di austerità e riforme, con
aiuti negoziati insieme ai Paesi partner».
Ma perché lo spread è così
importante? «Tutte le volte che lo spread aumenta ci sono conseguenze pesanti
sull’economia perché tutti i prestiti alle persone e allo Stato sono collegati.
Aspettative e reputazione insieme al deficit, insieme al rischio di
deprezzamento della moneta, determinano il rischio di insolvenza (e il rating)
dei due debitori. Entrare nell’Euro ha portato benefici, ma per risanare il
debito abbiamo perso dieci anni».
Detestato, invocato,
definito tiranno dell’economia: lo spread, soprattutto dal novembre 2011, ha
torturato gli italiani ed è diventato di fatto il termometro dell’economia
italiana. Nemico dei nostri conti pubblici e privati, se aumenta, di
conseguenza aumenta anche l’interesse che paghiamo sul nostro debito. A causa
di questo, il deficit peggiora e il debito cresce; le imprese pagano interessi
maggiori sul debito e le famiglie sui mutui; il rischio di insolvenza delle
banche aumenta. E tutto questo fa ulteriormente aumentare lo spread: un vero e
proprio circolo vizioso. Per scongiurarlo, la ricetta sono austerità e riforme,
con aiuti. Solo così lo spread può trasformarsi in un alleato.
«In realtà lo spread siamo
noi – spiega l’economista Giovanna Nicodano, docente dell’Università di Torino
e Research fellow al Collegio Carlo Alberto e presso Netspar (Network for
Studies) - perché siamo anche noi che chiediamo i servizi, ma anche noi che
finanziamo lo Stato attraverso i titoli. Lo spread ci segnala quando sbagliamo.
Ma ci aiuta anche quando facciamo le cose giuste. Se non saremo abbastanza
decisi con le riforme, avremo un alleato che, implacabile, ce lo dirà».
Ma come si può domare lo
spread e quanto pesa sull’economia reale, sulla competitività delle imprese
sulle tasche delle famiglie italiane? Bisogna innanzitutto capire come funziona
il meccanismo. «Lo spread – spiega Nicodano – è la differenza nell’interesse
che viene pagato in virtù del maggior/minor rischio di insolvenza o bancarotta
del primo. È misurato con la differenza di rendimento tra i titoli emessi dai
due debitori: tra i titoli dello Stato italiano e il rendimento dei titoli
tedeschi di pari scadenza. Se l’Italia va peggio, cioè quando il governo
intraprende politiche che riducono la possibilità di rimborso – perché aumenta
il deficit, o non attua riforme necessarie alla produttività - tutti cercano di
vendere i titoli di Stato. Questo abbassa il prezzo dei titoli già in circolazione
facendo salire il loro rendimento e spread. Quindi il meccanismo è del tutto
fisiologico .
«Ma esiste anche un’altra
lettura - continua Nicodano - che si è fatta strada a livello politico negli
ultimi tempi che sostiene che lo spread sia qualcosa di completamente staccato
dall’economia, una sorta di allucinazione mentale di speculazione bancaria. In
realtà non è del tutto sbagliato, perché lo spread ha a che fare con la
credibilità e la reputazione del Paese nei confronti dei creditori. Un elemento
ancora più decisivo alla luce della situazione del debito italiano (120%), che
rende tutto ancora più difficile, perché il nostro Paese è ora di fatto in mano
ai creditori. Di fatto è una spada di Damocle sulla testa degli italiani, che
rischiano di non vedersi più finanziati».
Ma com’era la situazione
prima dell’introduzione dell’euro? «Non era affatto rosea: lo spread era alto,
così come l’instabilità. Lo spread subiva comunque le oscillazioni legate al
livello di affidabilità del governo italiano e di stabilità delle relazioni con
gli altri Paesi. Alla sua introduzione, l’euro ha avuto un effetto catartico
sullo spread, che è crollato. La scommessa di entrare nell’Euro è riuscita: è
stato un ottimo investimento perché c’era un 5-6% del pil che poteva essere utilizzato
per fare molte cose, tra cui risanare il debito. Ma troppo poco è stato fatto,
rispetto agli altri Paesi (ad esempio il Belgio). Dal 1997 al 2008 c’erano le
condizioni perfette per risanare l’economia italiana e le abbiamo sprecate. Ad
aggravare le cose poi si è aggiunto il detonatore della crisi mondiale e siamo
tornati indietro alla situazione pre-introduzione dell’euro. Come è nato per
volontà politica, l’euro può anche “rompersi” per volontà politica. L’euro
richiede convergenza: se non c’è, allora i Paesi gli elettorati dei singoli
Paesi possono spaccare il sistema. Se esiste questa prospettiva, questo
determinerà un aumento dello spread. Ecco perché oggi è importante difendere
l’euro».
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SEMINERIO: TIRARE LA CINGHIA POTREBBE ESSERE INUTILE |
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Trento, 6 giugno 2013 - L´economia
italiana rischia il collasso e attingere massicciamente dalle tasche dei
cittadini non è la soluzione per uscire dalla crisi. L´ennesima stagione del
"rigore", inaugurata dal governo Monti sotto la pressione di
un´Europa dietro la quale vi sono le ansie e le reticenze della Germania, e
l´eccessivo prelievo fiscale non sono altro che un palliativo già visto in
passato che non ha portato a nessun beneficio. Una cura letale che non solo
aggrava la malattia, ma la rende pericolosamente contagiosa. “Non è attraverso
una politica fiscale aggressiva che il nostro Paese potrà rinascere - afferma
Mario Seminerio, analista macroeconomico - bensì grazie al lavoro”. Quello di
cui l´Italia ha bisogno sono imprese libere dalla rete della burocrazia e della
corruzione; un sistema di tassazione che premi chi produce e non chi gestisce
una rendita; una visione politica coraggiosa, che sappia mettere in campo
riforme autentiche.
I sacrifici che il Governo
ha chiesto agli italiani potrebbero, insomma, rivelarsi inutili. Se poi
l´austerità, sostiene l´autore de "La cura letale" (Bur Rizzoli), è
perseguita simultaneamente in tutti i paesi europei, i suoi effetti di
depressione delle economie si amplificano e la crisi si avvita su se stessa.
Come uscire allora da questa impasse? La strada maestra, suggerisce il curatore
del blog phastidio.Net, è quella di una maggiore integrazione europea.
Un´integrazione dei sistemi bancari, con un´unica autorità di sorveglianza ma
soprattutto una maggiore integrazione fiscale. E´ arrivato il momento di dare
una svolta politica all´unione monetaria che, da sola, non rafforza il sistema,
ma consolida la crisi. Solo andando verso un´unità federale vera e democratica
dell´Unione Europea potremo evitare il tracollo. Solo dando una decisa
accelerazione alla creazione degli Stati Uniti d´Europa ci potremo salvare.
Ovviamente, sottolinea Seminerio, con tutte le precauzioni e le cautele da
prendere per le differenze tra noi europei e gli americani. Tuttavia,
nazionalismi e particolarismi sono ancora troppo forti per poter verosimilmente
sperare nella soluzione più logica per evitare la rovina più totale. Le
prospettive, detto in parole povere, sono tutt´altro che rosee. Il tempo a
disposizione, ormai, quasi scaduto.
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L’ECONOMIA RACCONTATA A TEATRO NEL SEGNO DELLE DIVERSITA’ |
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Trento, 6 giugno 2013 - Raccontare l’economia, i suoi meccanismi e i
suoi riflessi sulla società, in questo caso quelli legati al significato dei
termini sovranità e identità, attraverso
le forme del teatro e la forza della recitazione. Questo l’obiettivo dello
spettacolo “Lo straniero sovranità ed identità” proposto venerdì sera al Teatro
Sociale per il Festival e frutto della creatività dell’economista Fabio
Ranchetti. Sua l’idea di tracciare un percorso attraverso una serie di brani di
letteratura, dalle pagine dello storico
Erodoto a quelle dell’etnologo Claude Lévi-strauss, per delineare il concetto di
sovranità e calarlo nelle forme del terzo millennio solo in apparenza così
lontane anche da quelle del secolo scorso o di un passato ancora più remoto.
Magistrali interpreti delle letture che hanno fatto da filo conduttore della
rappresentazione e conquistato la platea due attori di grande spessore per il
teatro italiano contemporaneo quali Massimo De Francovich e Massimo Popolizio.
Fabio Ranchetti ha
introdotto lo spettacolo spiegando come il punto di partenza per questo suo
progetto, pensato proprio per il Festival, si sia generato dalla domanda sul
che cosa si intenda oggi con il termine “sovranità” e soprattutto se qualcuno
oggi si possa definire come “sovrano d’Europa”. La risposta, quasi scontata,
porta alla Germania guidata dalla cancelliera Angela Merkel che ha un evidente
primato economico e politico nel Vecchio Continente. Ma questo però, ha
sottolineato Ranchetti, non si riflette sulla cultura, a differenza di quanto
accadeva un tempo, perché in questo momento la Germania non esprime figure di
spicco o quantomeno non in numero maggiore delle altre nazioni europee più
importanti. Da qui l’idea di delineare il concetto di sovranità che si
intreccia anche con quelli di identità, di eguaglianza e di diversità. Quella
diversità che esprimeva proprio uno dei maggiori intellettuali del ‘900 quale
fu Thomas Mann nato in una Germania influente come oggi, ma appunto con ben
altre personalità di spicco nell’ambito culturale. E la figura di Thomas Mann,
solo per metà tedesco perché di madre brasiliana, che visse l’esilio dalla
Germania nazista e sposò una donna ebrea, è stato il link per iniziare un
viaggio attraverso i testi recitati in maniera intensa dalle voci De Francovich
e Massimo Popolizio. Le parole del grande storico greco Erodoto sui Persiani, sulla
loro idea di sovranità e sul rapporto con gli altri popoli, sono così diventate
quelle del filosofo francese Michel de Montaigne sugli spagnoli alla conquista
delle Indie. Un dialogo tratto dalla “Tempesta” di Shakespeare ha portato
l’immaginazione verso le pagine di Montesquieu per finire in quelle di Claude
Lévi-strauss con le sue riflessioni sull’etnocentrismo e sulla difficoltà di
accettare le differenze e il dialogo con le altre culture e con lo “straniero”.
Dialogo così importante anche per le relazioni economiche dei nostri giorni.
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IL MODELLO DEGLI USA POTREBBE SALVARE L’EUROZONA |
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Trento, 6 giugno 2013 - La crisi del debito europeo è una brutta
bestia ed è frutto di errori di varia natura, ma se vogliamo uscirne è
necessario che i politici la smettano di sognare soluzioni irrealizzabili e di
interpretarla con approcci sbagliati. Quello che devono fare è tracciare una
diagnosi veritiera, iniziare a gestire il problema, eliminare le macerie e
ricostruire. Charles Wyplos, professore di Economia internazionale al Graduate
Insistute of International of Development Sudies a Ginevra, lo dice chiaro e
tondo: “Rimettere a posto l’area dell’Euro è possibile ma sono scettico che i
Paesi interessati siano pronti a farlo”. Eppure di escamotage ce ne sono, e
anche molti. Come guardare al modello adottato dagli Usa. Niente salvataggi dal
governo centrale e stati completamente indipendenti nella gestione fiscale. Il
risultato? Un debito massimo, nel 2001, del 19,6% contro il 66,9% dei Lander
tedeschi.
Nel 1997 l´Europa ha
commesso un errore madornale di cui la crisi è diretta conseguenza. Ha adottato
il Patto di Stabilità. Un patto che non aveva alcuna speranza di funzionare.
Non solo perché mal concepito, ma perché la sua realizzazione si basava su un equivoco
di fondo: immaginare di poter imporre una disciplina fiscale a Stati sovrani. A
complicare le cose ci si è messa l´austerità di bilancio affibbiata a paesi in
recessione o sul punto di entraci. Un provvedimento che non ha condotto a un
abbassamento significativo di deficit. Basta guardare la Grecia per averne
conferma. La giusta risposta all´azzardo morale, spiega Wyplosz, è predisporre
nuovi strumenti che garantiscano la disciplina di bilancio, senza per questo
rimettere in discussione la sovranità degli stati membri della zona euro. Una
cura possibile potrebbe essere quello di convertire parte del debito in
Eurobond; un´altra quella di rendere i Governi più disciplinati in modo che non
spendano più di quanto raccolgono. Alcuni studiosi suggeriscono invece di
adottare una supervisione bancaria da parte delle autorità nazionali e di
creare una disciplina fiscale. Dulcis in fundo stoppare i salvataggi e
ripudiare parzialmente il debito facendolo assumere alla Bce. "Dobbiamo
gestire gli errori del passato e fare qualcosa di completamente diverso. Solo
così l´euro zona potrà tornare a funzionare come sei anni fa: ossia
brillantemente", ha concluso il direttore dell´Icmb.
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INDESIT, MARTUSCIELLO: REGIONE IMPEGNATA ALLA RICERCA DI UNA SOLUZIONE |
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Napoli, 6 giugno 2013 -
"La Regione Campania presterà la massima attenzione sulla questione
Indesit, il cui piano di salvaguardia e razionalizzazione prevede una drastica
riduzione del personale. Allo scopo di vigilare sui livelli occupazionali delle
aree su cui insistono gli insediamenti produttivi, ci siamo già attivati per
chiedere un incontro con il Governo e le parti sociali, per il tramite della
Commissione Attività Produttive della Conferenza delle Regioni e delle Province
Autonome, coordinata dalla Regione Marche."
Così l´assessore alle
Attività produttive della Regione Campania Fulvio Martusciello, in merito al
piano annunciato dalla Indesit Company, che prevede 540 esuberi tra i due
stabilimenti dell´area Teverola - Carinaro.
"La Regione Campania è
attivamente impegnata nella ricerca di una soluzione e metterà in campo tutti
gli strumenti più idonei a fare in modo che il nostro tessuto produttivo non
venga ulteriormente penalizzato e impoverito", conclude Martusciello.
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ILVA, LIGURIA: POSITIVA LA NOMINA DEL COMMISSARIO |
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Genova, 6 Giugno 2013. "Giudico positivamente la
nomina di un commissario per risanare l´Ilva di Taranto e consentire di
proseguire con l´attività, perché questo Paese non può fare a meno di una
produzione così importante e determinante come l´acciaio e soprattutto non può
fare a meno delle decine di migliaia di posti di lavoro che quella filiera
garantisce". Lo ha detto l´assessore al lavoro della Regione Liguria,
Enrico Vesco, a margine della seduta del consiglio regionale. "Tutto ciò
deve avvenire – ha continuato Vesco – garantendo anche la sicurezza dei
lavoratori, del contesto urbano e abitativo e dei cittadini legati a tutte le
realtà dove l´Ilva produce. Credo dunque che il commissario possa dare le
legittime aspettative di sicurezza a chi deve lavorare, garantendo quegli
interventi di risanamento che fino ad oggi non sono stati fatti dalla famiglia
Riva che ha potuto così accantonare risorse notevoli che potevano servire a
mettere in sicurezza l´impianto".
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